Inizia il passaggio più difficile, quello che probabilmente deciderà se l’accordo generale ci sarà oppure no, e dunque se la guerriglia colombiana imboccherà la strada del disarmo e della partecipazione politica come già è avvenuto con gli Accordi di pace in Salvador nel gennaio 1992 o continuerà decimandosi e decimando nella selva. Sei mesi di discussioni hanno dato come risultato un consenso sul primo dei sei punti sul tappeto, la questione agraria. Ma tra i negoziatori non ci si nasconde che adesso sì, si è veramente arrivati alla prova del fuoco. Prefigurare il ruolino di marcia per il passaggio da movimento armato a partito politico è un processo delicato in ogni caso, lo è stato ad altre latitudini là dov’è stato tentato, ma nel caso colombiano c’è uno status politico democratico consolidato dove si annidano possibili resistenze; la performance richiesta alle parti in gioco è quindi ancor più ardua. Resistenze che si manifesteranno con più forza di quanto non si siano manifestate durante la discussione dell’assetto agrario. C’è poi un problema di tempi che incombe sul negoziato. Se la discussione si prolungasse per tre o quattro mesi come sul precedente punto, il governo può dire addio alla possibilità, per il presidente Manuel Santos, di annunciare l’accordo prima di novembre, prima, cioè, del termine legale per presentare la sua candidatura e tentare la rielezione alle presidenziali del 2014. E non c’è dubbio che un accordo con la guerriglia spianerebbe la strada a Santos più di ogni atra cosa, o la ostruirebbe irrimediabilmente.
Il punto della partecipazione politica include tre sottopunti. Il primo riguarda “diritti e garanzie per l’esercizio dell’opposizione e per i nuovi movimenti che sorgeranno dopo la firma dell’Accordo finale”, con relativo “accesso ai mezzi di comunicazione”. Il secondo i “meccanismi democratici di partecipazione dei cittadini”. Il terzo si riferisce agli strumenti per “promuovere maggior partecipazione politica” a tutti i livelli “con garanzie di sicurezza”.
Diversamente dal blocco tematico precedente che doveva configurare un nuovo modello di agro, quello che si inizierà a discutere porterà cambiamenti profondi nel sistema politico, un terreno vischioso e più che delicato. Temi come la riforma istituzionale, lo statuto dell’opposizione, la circoscrizione elettorale contadina, il monopolio dei mezzi di comunicazione, l’istituzione di un potere popolare che abbia la potestà di compiere atti amministrativi… sono tutti passi dalle profonde conseguenze sull’assetto politico generale della Colombia.
La partecipazione politica dei guerriglieri che smobiliteranno è poi intimamente legata al tema della giustizia. Quali delitti, tra quelli commessi, dovranno essere perseguiti? Quali verranno rubricati come politici e quali no? Il governo non potrà non tenere conto di quella parte consistente della società – maggioritaria a detta di alcuni – che non è disposta a dimenticare gli attentati e le vittime patite come se nulla fosse successo; ma d’altro canto neppure le FARC sono disposte a passare da 50 anni di guerra “a una imboscata elettorale” che le disarma e le fa finire in prigione, come ha già detto il capo negoziatore Iván Márquez.
“Non c’è accordo sin quando non ci sarà accordo” ripetono i delegati delle due parti e nell’agenda dovrà trovare posto anche il tema del risarcimento per le vittime delle FARC e la manifestazione di una qualche volontà riparatoria da parte di queste ultime. La guerriglia deve rendersi conto che è percepita con timore da una parte consistente della società colombiana e deve tendere ponti se vuole portare a casa il risultato a cui aspira.
Quella che inizia a l’Avana, insomma, è più che una tappa nel processo di pace.

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