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	<title>Terre d&#039;America di Alver Metalli &#187; Storia</title>
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		<title>L’ULTIMO GIORNO DI ROMERO. All’insegna dell’ecumenismo le ultime ore del Beato salvadoregno. Il racconto dell’anglicano Wipfler nella ricostruzione del blog Super Martyrio</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Mar 2018 14:52:51 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">L’assassinio del sacerdote Rutilio Grande segna in profondità anche la “conversione” della visione ecumenica di monsignor Romero, sino a quel momento irrigidita nelle formule dottrinali del tradizionalismo del suo tempo circa i rapporti con il mondo protestante, che in El Salvador, è opportuno precisarlo, aveva il volto aggressivo delle sette pentecostali. I biografi di Romero mostrano quanto fossero andate maturando da quel momento anche le posizioni ecumeniche di Romero, e come fossero centrate prima di ogni altra cosa su rapporti di amicizia personale con esponenti di altre denominazioni vicine e lontane al cattolicesimo. A questo proposito c’è un tassello poco conosciuto negli ultimi giorni di monsignor Romero. Un frammento di tempo vissuto che adesso il blog <i>Super Martyrio</i> completa attraverso gli appunti di un interlocutore “ecumenico” dell’arcivescovo di San Salvador, il sacerdote anglicano William Wipfler. Nella sua veste di Direttore dell’Ufficio diritti umani del Consiglio nazionale delle Chiese tra il 1977 e il 1988, Wipfler, il 23 marzo, vigilia dell’assassinio dell’arcivescovo, si trovava in El Salvador. Il rapporto di quest’ultimo con Romero era iniziato tempo prima per corrispondenza, subito dopo la sua nomina ad arcivescovo di San Salvador nel febbraio del 1977. In quel momento Wipfler riceve da una delle sue fonti in El Salvador un rapporto allarmato sul nuovo titolare della massima cattedra del paese, dipinto come conservatore e affatto incline ai rapporti interreligiosi. La stessa fonte, però, rivede le sue precedenti valutazioni dopo l’assassinio di Rutilio Grande, osservando le reazioni di Romero al tragico evento. In un nuovo rapporto l’informante di Wipfler si dichiara “fiducioso che la causa dei poveri non ha perso il suo difensore”. E’ a questo punto che l’esponente anglicano scrive a Romero una lettera in cui esprime le sue condoglianze per la morte di padre Grande e gli offre l’appoggio del Consiglio nazionale delle Chiese. Un mese dopo Wipfler riceve una lettera di ringraziamento scritta a mano da Romero che termina con l’invito a fargli visita. La visita ci sarà ed è di poco successiva allo scambio epistolare che Carlos Colorado, direttore di <i>Super Martyrio</i>, porta a conoscenza. Il rapporto Wipfler-Romero prosegue a distanza, mentre anche le visite si ripetono. Fino all’ultima, la settimana fatidica dell’assassinio di Romero. Wipfler – scrive Colorado &#8211; arrivò a San Salvador il 21 marzo 1980, integrando una delegazione di leader religiosi che rappresentavano 34 chiese protestanti e ortodosse, con la presenza anche di un sacerdote cattolico. Sabato 22 il gruppo si riunì con dei collaboratori dell’arcivescovo negli uffici di Soccorso giuridico e subito dopo con Romero in persona. «L’arcivescovo fu cordiale e accogliente, e espresse il suo compiacimento per la composizione ampia del gruppo. Poi iniziò a tratteggiare in termini energici la spirale verso la “barbarie” in cui si trovava il suo paese. Gli descrisse torture di prigionieri politici, come tagliargli le dita, versare acido in faccia, gettando poi i corpi nudi per la strada dopo averli torturati e assassinati, e altri indicatori preoccupanti di una società la cui morale veniva fatta a pezzi. Romero chiese al sacerdote cattolico del gruppo che andasse a celebrare la messa con lui il giorno dopo, e invitò gli altri ad assistervi». Domenica 23 marzo il gruppo ecumenico partecipa alla messa nella cattedrale di San Salvador, dove oggi c’è la tomba di Romero. Arriva alle 8 del mattino. Wipfler annota che la stragrande maggioranza di chi assisteva, “<i>un par de miles de personas en la iglesia</i>”, erano in piedi. La delegazione ecumenica prese posizione vicino all’altare. “Altra gente si riuniva in strada, dove dei lavoratori stavano installando altoparlanti perché le persone che non riuscivano ad entrare nel tempio potessero ascoltare il sermone di Romero, la principale attrazione della domenica nel Salvador di quegli anni”. Romeo riconosce il gruppo ecumenico tra la folla, lo saluta, parla di loro ai fedeli accorsi alla messa e chiede un applauso per i visitanti, che sarà scrosciante. “Quindi Romero inizia il sermone con la sua abituale formula omiletica” annota l’anglicano Wipfler. «Cominciò parlando delle letture bibliche del giorno. Fu una “<i>maravillosa presentación sobre el éxodo [biblico] y el regreso</i>”, come anche dell’esodo di El Salvador, ricorda Wipfler. Poi Romero analizzò gli avvenimenti nella vita della Chiesa e nella vita nazionale – la parte che Wipfler chiama “<i>el catálogo</i>”. Era una litania “<i>di violazioni di diritti umani, con alcune considerazioni sulla esigenza morale o etica di una risposta cristiana esplicita in questa situazione</i>”. Era un “<i>uso brillante delle letture bibliche del giorno applicate alla situazione contemporanea</i>” osserva Wipfler. “<i>Credo che ogni predicatore vorrebbe avere questa capacità di poter dire, guardate, qui c’è questa scrittura di 2000 anni fa e si sta riferendo proprio a questo momento</i>”. Romero aveva la capacità di tenere i fedeli “<i>pendientes de cada palabra</i>”. Parlando della situazione nazionale “<i>le dió a las dos partes</i>”, riferisce Wipfler, segnalando che non lasciò fuori la guerriglia dalle sue critiche, denunciando un episodio in cui “i ribelli avevano brutalmente colpito un poliziotto”. Alla fine del discorso fu perentorio. Dopo aver esposto la lista delle barbarie della settimana, con esecuzioni extragiudiziarie dell’esercito, Romero disse che se i soldati ricevevano ordini di uccidere civili innocenti, dovevano disobbedire perché “<i>nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine che va contro la legge di Dio</i>”. Per contrarrestare gli ordini di questo tipo, Romero impartì egli stesso una direttiva: “<i>Nel nome di Dio, e nel nome di questo popolo sofferente i cui lamenti si elevano sino al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino nel nome di Dio: termini la repressione</i>!”. La basilica – annota Wipfler &#8211; esplose in un applauso che durò quasi mezzo minuto, l’ovazione più lunga che Romero aveva ricevuto durante la predica, interrotta dagli applausi ventun volte. Wipfler riferisce un dettaglio emblematico dell’atteggiamento di Romero. “<i>Mi sorprese il fatto che Mons. Romero fosse l’unico che dette la comunione, diversamente da altre situazioni in cui c’è una grande affluenza e la Comunione la distribuiscono vari sacerdoti per evitare troppa baraonda davanti all’altare</i>”. Poi prosegue: “<i>Lui dette la comunione a tutti nella chiesa; tardò più di mezz’ora</i>”. Era come se Romero capisse che la gente veniva a vedere lui, alcuni percorrendo grandi distanze fino alla capitale per essere li. “<i>Credo che molti di loro si sarebbero sentiti defraudati se ci fosse stato qualcun altro</i>” registra Wipfler. Ma un fatto ancor più significativo viene rivelato da <i>Super Martyrio</i> nelle righe successive. “Non essendo un cattolico, Wipfler comprese che non poteva ricevere la Comunione in base alle norme della Chiesa, per cui utilizzò questo tempo per inginocchiarsi in preghiera con gli occhi chiusi, mentre Romero distribuiva l’eucarestia. Ad un certo punto sentì la voce di Romero. “Le piacerebbe ricevere la Comunione, Padre?”. Romero camminava lungo tutta la chiesa per distribuire la Comunione in vari punti ed era arrivato dove si trovava Wipfler. “<i>Gli ho risposto di si. E mi dette la Comunione. Mi ha commosso molto. E’ stato un gesto incredibile</i>” commenta Wipfler. Il giorno dopo, 24 marzo 1980, Romero verrà assassinato.</p>
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		<title>MEGALOPOLI MAYA GRANDE COME MANHATTAN. Una tecnica di esplorazione laser sta rivelando i segreti di zone archeologiche nascoste per secoli sotto le foreste del Guatemala</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Feb 2018 14:32:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alver Metalli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Quando l’archeologia si sposa con la tecnologia/ si dischiudono le sorprese/ le meraviglie vengono alla luce. Il verso poetico di Williamson vale più che mai per la recente scoperta resa possibile da una nuova tecnica applicata nelle ricerche archeologiche in Guatemala. Vediamo prima la scoperta. In quella che è stata salutata come una &#8220;autentica svolta&#8221; [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/02/21/megalopoli-maya-grande-come-manhattan-una-tecnica-di-esplorazione-laser-sta-rivelando-segreti-di-zone-archeologiche-nascoste-per-secoli-sotto-le-foreste-del-guatemala/">MEGALOPOLI MAYA GRANDE COME MANHATTAN. Una tecnica di esplorazione laser sta rivelando i segreti di zone archeologiche nascoste per secoli sotto le foreste del Guatemala</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-5e9d86c8-b8c5-0959-bad9-417ff8d7913c" style="text-align: justify">Quando l’archeologia si sposa con la tecnologia/ si dischiudono le sorprese/ le meraviglie vengono alla luce. Il verso poetico di Williamson vale più che mai per la recente scoperta resa possibile da una nuova tecnica applicata nelle ricerche archeologiche in Guatemala. Vediamo prima la scoperta. In quella che è stata salutata come una &#8220;autentica svolta&#8221; nell&#8217;archeologia Maya, un gruppo di ricercatori del progetto capeggiato dalla PACUNAM Foundation, un&#8217;organizzazione non-profit guatemalteca che sostiene la ricerca scientifica, lo sviluppo sostenibile e la conservazione dell&#8217;eredità culturale, ha identificato resti di case, palazzi, strade sopraelevate e altre costruzioni rimasti per secoli nascosti nella giungla del Guatemala settentrionale. C’è da sapere che nel XVI secolo i purepecha erano la civiltà prevalente nel centro del Messico, essendo essi sopravvissuti alla colonizzazione spagnola e alla successiva indipendenza del Paese. Questa popolazione adottò il cristianesimo e fu in grado di far sposare i sistemi organizzativi europei con quelli tradizionali, nel campo della società, dell’economia e della politica.</p>
<p dir="ltr" style="text-align: justify">Attraverso le mappature compiute utilizzando la nuova tecnologia, chiamata Lidar, lo scorso 12 febbraio si è scoperta Angamuco, una città maya nel cuore del Guatemala. Il dispositivo ha permesso di portare alla luce strade, case, templi, palazzi, sistemi di difesa, campi agricoli e sistemi d’irrigazione che erano parte sostanziale della città. La mappatura laser ha svelato che Angamuco era composta da 40 mila edifici in un’area di appena 26 chilometri quadrati, la stessa quantità di Manhattan, che si sviluppa però su 59 chilometri quadrati. Solo una civiltà altamente sviluppata poteva costruire e mantenere in vita una città tanto complessa ed è per questa ragione che l’importanza della civiltà maya è ora paragonabile a quella egizia o cinese.</p>
<p dir="ltr" style="text-align: justify">Il gruppo di ricerca ha riunito archeologi dagli Stati Uniti, dall&#8217;Europa e dal Guatemala, in un&#8217;operazione sponsorizzata dalla Mayan Heritage and Nature Foundation. I risultati delle analisi di 2.100 chilometri quadrati di giungla hanno portato gli esperti ad ipotizzare la presenza di circa 10 milioni di persone, insediate nelle terre basse dei Maya, in corrispondenza di quello che doveva essere il territorio adibito alle coltivazioni di cibo.</p>
<p dir="ltr" style="text-align: justify">A detta degli esploratori Albert Lin e Francisco Estrada-Belli, che hanno compiuto gli studi su Angamuco e realizzato il documentario “Tesori perduti dei Maya” per conto del prestigioso National Geographic, quello appena compiuto è l’avanzamento archeologico più importante degli ultimi 150 anni.</p>
<p dir="ltr" style="text-align: justify">La tecnologia impiegata consiste in un fascio laser che mette in evidenza i contorni nascosti sotto la vegetazione, creando una specie di mappa tridimensionale. Più specificamente, il dispositivo permette di determinare la distanza tra l’emittente e un oggetto o una superficie utilizzando uno scanner laser integrando la geocalizzazione satellitare con altre tecnologie avanzate, creando così immagini ad alta definizione di oggetti nascosti, per esempio, da una vegetazione che come in questo caso sembrava impenetrabile. Grazie a queste mappe gli archeologi possono recarsi direttamente nei punti marcati dal sistema, in coordinate tridimensionali, con un margine di errore di cinque centimetri.</p>
<p dir="ltr" style="text-align: justify">L’archeologo Chris Fisher, dell’Università Statale del Colorado, autore dell’investigazione su Angamuco, afferma che, sebbene la città fosse stata scoperta nel 2007, è solo dopo l’uso del Lidar, che è avvenuto a partire dal 2011, che ci sono state altre scoperte significative. Oltre a rilevare le piramidi, i pozzi, le strade e le case antiche, si è potuto scoprire che la città era molto più estesa di quel che si pensasse ed organizzata in maniera differente rispetto alle altre: le piramidi e le piazze aperte si trovavano ai confini della città, comportando così la divisione del nucleo centrale in vari punti importanti distribuiti per tutta la superficie.</p>
<p dir="ltr" style="text-align: justify">Anche nello sviluppo delle conoscenze sulla cultura maya le tecniche usate stanno avendo un ruolo fondamentale: grazie alla mappatura tridimensionale si è in grado si riconsiderare l’importanza di questa civilizzazione. I risultati dell&#8217;indagine aerea hanno mostrato che, con la costruzione di acquedotti e con le loro colture, i Maya avevano alterato una superficie molto più vasta di quella ipotizzata in precedenza, arrivando a coltivare fino al 95% della terra disponibile nella zona. &#8220;La loro agricoltura &#8211; spiega Francisco Estrada-Belli, un ricercatore della Tulane University citato dal Guardian &#8211; era molto più intensiva e quindi più sostenibile di quanto si pensasse, coltivavano ogni centimetro di terra&#8221;. Inoltre, i rilevamenti hanno mostrato strutture difensive e irrigue molto articolate, che fanno pensare anche alla presenza di una forza lavoro molto ben organizzata, con tanto di grandi opere per deviare i corsi d&#8217;acqua e dirigerli verso le coltivazioni. &#8220;La maggior parte delle stime fissano la popolazione in circa 5 milioni di persone&#8221;, dice Estrada-Belli, che dirige un progetto archeologico multidisciplinare a Holmul, in Guatemala. &#8220;Con queste nuove informazioni non è irragionevole pensare che in realtà vivessero lì tra i 10 e i 15 milioni di persone, inclusi i molti che abitavano nelle zone paludose che tanti di noi ritenevano fossero inabitabili&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Ma siamo solo all’inizio delle scoperte: ci sono ancora più di 20 000 chilometri quadrati di area da mappare, e gli esperti sono sicuri che incontreranno molte altre città che ancora non si conoscono, permettendo di svelare nuovi segreti di queste civiltà ad oggi ancora così misteriose. &#8220;L&#8217;ambizione e l&#8217;impatto di questo progetto sono semplicemente incredibili&#8221;, dichiara Kathryn Reese-Taylor, un&#8217;archeologa della University of Calgary specializzata nei Maya che non è coinvolta direttamente con la ricerca. &#8220;Gli archeologi hanno scandagliato per decenni le foreste ma non si sono imbattuti in questi siti. Ancor più importante il fatto che non abbiamo mai avuto una visione d&#8217;insieme. Servirà davvero a sollevare un velo e ci aiuterà a vedere questa civiltà così come la vedevano gli antichi Maya&#8221;. I quali non hanno mai utilizzato la ruota o le bestie da soma, eppure &#8220;è stata una civiltà che spostava letteralmente le montagne&#8221;, spiega Marcello Canuto, un archeologo della Tulane University e National Geographic Explorer che ha preso parte al progetto. &#8220;Avevamo questa supponenza occidentale che le civiltà complesse non potessero fiorire ai tropici, che i tropici fossero il luogo dove le civiltà vanno a morire&#8221;, sostiene Canuto, che porta avanti studi archeologici presso un sito del Guatemala conosciuto come La Corona. &#8220;Ma con le nuove prove ottenute con il Lidar in America Centrale e ad Angkor Wat, in Cambogia, dobbiamo ora prendere atto che società complesse possono essersi formate ai tropici e da qui si sono espanse altrove&#8221;.</p>
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		<title>COSÍ FINÍ L’IMPERO AZTECA. Più che i massacri dei conquistatori furono le malattie che trasmisero, e tra esse la salmonella, il vero killer che decimò i nativi</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jan 2018 12:39:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alver Metalli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Gli ultimi studi confermano quello che si supponeva ed identificano anche il killer responsabile dell’immane massacro. Gli aztechi appena sottomessi dagli spagnoli di Hernán Cortés vennero sterminati dagli archibugi, dalle spade d’acciaio e dai cavalli, ma il colpo definitivo furono le malattie introdotte dai nuovi arrivati, e una tra esse, il cocoliztli. Con questo termine [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/01/18/cosi-fini-limpero-azteca-piu-che-massacri-dei-conquistatori-furono-le-malattie-che-trasmisero-e-tra-esse-la-salmonella-il-vero-killer-che-decimo-nativi/">COSÍ FINÍ L’IMPERO AZTECA. Più che i massacri dei conquistatori furono le malattie che trasmisero, e tra esse la salmonella, il vero killer che decimò i nativi</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Gli ultimi studi confermano quello che si supponeva ed identificano anche il killer responsabile dell’immane massacro. Gli aztechi appena sottomessi dagli spagnoli di Hernán Cortés vennero sterminati dagli archibugi, dalle spade d’acciaio e dai cavalli, ma il colpo definitivo furono le malattie introdotte dai nuovi arrivati, e una tra esse, il <i>cocoliztli</i>.</p>
<p style="text-align: justify">Con questo termine del vocabolario Nahuatl, o meglio concetto, gli indigeni designavano designato una strana e mortale malattia che decimò la popolazione dell’80% in soli cinque anni e precipitò la caduta del maggiore degli imperi precolombiani facendolo implodere su sé stesso. Nel 1545, dunque una ventina d’anni dopo le battaglie con cui gli spagnoli espugnarono la capitale dell’Impero, Tenochitlan, i sopravvissuti cominciarono a soffrire di febbri, intensi mal di testa e a sanguinare dagli occhi, dal naso e dalla bocca. L&#8217;agonia durava 3 o 4 giorni fino alla morte. L&#8217;epidemia durò 5 anni, con una seconda ondata nel 1576 che portò la popolazione azteca da 20 a solo 2 milioni.</p>
<p style="text-align: justify">La causa dell&#8217;epidemia è stata un mistero per i ricercatori sino ad oggi. Si sospettavano il morbillo, il vaiolo, la parotite o l’influenza ma non si riusciva a trovare il vero colpevole. Adesso un gruppo di ricercatori dell&#8217;Università di Tubinga ha fornito la possibile soluzione al mistero.</p>
<p style="text-align: justify">Gli autori dello studio, pubblicato sulla rivista “Nature Ecology and Evolution”, hanno estratto il DNA dai denti di 29 scheletri sepolti in un cimitero mixteca e sono arrivati alla conclusione che la causa dell&#8217;epidemia di massa aveva un nome inaspettato: la salmonella enterica. &#8220;La <i>cocoliztli</i> del 1545-1550 è stata una delle tante epidemie che hanno colpito il Messico dopo l&#8217;arrivo degli europei, ma è stata soprattutto la seconda delle tre epidemie che hanno causato il maggior numero di vittime&#8221;, ha spiegato Åshild Vågene dell&#8217;Università di Tubinga in Germania.</p>
<p style="text-align: justify">I ceppi di Salmonella venivano disseminati attraverso cibo o acqua infetta e potevano viaggiare in Messico attraverso gli animali domestici introdotti dagli spagnoli. &#8220;Abbiamo testato tutti i batteri patogeni e virus nel DNA per i quali sono disponibili dati genomici, e la salmonella enterica era l&#8217;unico germe rilevato&#8221; ha aggiunto il co-autore della ricerca, Alexander Herbig, anch’egli dell’Università di Tubinga.</p>
<p style="text-align: justify">È ancora possibile che alcuni agenti patogeni non siano rilevabili o completamente conosciuti. &#8220;Non possiamo dire con certezza che la salmonella enterica sia stata la causa dell’epidemia di cocoliztli. Ma noi crediamo che dovrebbe essere considerata un candidato forte&#8221;, affermano gli autori dello studio.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/01/18/cosi-fini-limpero-azteca-piu-che-massacri-dei-conquistatori-furono-le-malattie-che-trasmisero-e-tra-esse-la-salmonella-il-vero-killer-che-decimo-nativi/">COSÍ FINÍ L’IMPERO AZTECA. Più che i massacri dei conquistatori furono le malattie che trasmisero, e tra esse la salmonella, il vero killer che decimò i nativi</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>L’URAGANO TRUMP ALLE PORTE DEL MESSICO. Stanno per iniziare i negoziati per un nuovo Accordo di libero scambio (NAFTA). Pro e contro nell’analisi di un esperto messicano</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2017/08/22/luragano-trump-alle-porte-del-messico-stanno-per-iniziare-negoziati-per-un-nuovo-accordo-di-libero-scambio-nafta-pro-e-contro-nellanalisi-di-un-esperto-messicano/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Aug 2017 12:58:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alver Metalli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>La rinegoziazione dell&#8217;Accordo nordamericano per il libero scambio (North American Free Trade Agreement), è l’avvenimento politico probabilmente più importante nell’area degli Stati Uniti e dei paesi contraenti. Il primo negoziato del 1994 ebbe luogo in un mondo completamente differente da quello che conosciamo oggi. Il Messico intraprese uno sforzo titanico, nazionale e internazionale, per ottenere [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2017/08/22/luragano-trump-alle-porte-del-messico-stanno-per-iniziare-negoziati-per-un-nuovo-accordo-di-libero-scambio-nafta-pro-e-contro-nellanalisi-di-un-esperto-messicano/">L’URAGANO TRUMP ALLE PORTE DEL MESSICO. Stanno per iniziare i negoziati per un nuovo Accordo di libero scambio (NAFTA). Pro e contro nell’analisi di un esperto messicano</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">La rinegoziazione dell&#8217;Accordo nordamericano per il libero scambio (North American Free Trade Agreement), è l’avvenimento politico probabilmente più importante nell’area degli Stati Uniti e dei paesi contraenti. Il primo negoziato del 1994 ebbe luogo in un mondo completamente differente da quello che conosciamo oggi. Il Messico intraprese uno sforzo titanico, nazionale e internazionale, per ottenere l’approvazione del trattato. Oggi, pensando alla rinegoziazione, sono gli Stati Uniti l&#8217;attore chiave da cui dipenderà il successo o meno del nuovo trattato. La tornata di negoziati per il Trattato di libero scambio del Nord America, uno degli accordi commerciali più importanti del XX secolo e un punto di riferimento del commercio internazionale, inizieranno tra alcune settimane. Sin dalla sua approvazione nel 1994, l’idea che il trattato avrebbe provocato “un gran rumore di risucchio negli Stati Uniti” [“un gran sonido succionador en Estados Unidos”] espressa dal candidato statunitense Ross Perot continua ad essere un punto di riferimento per i critici del trattato.</p>
<p style="text-align: justify">La corsa per la Casa Bianca ha riportato nell’agenda pubblica l’attenzione sulla situazione commerciale degli Stati Uniti e il bisogno di rivedere gli accordi, soprattutto con Cina e Messico. L’arrivo di Donald Trump alla presidenza statunitense ha trasformato la rinegoziazione del NAFTA in una questione prioritaria per i tre paesi. Di recente il governo statunitense ha indicato quali saranno suoi obiettivi nella rinegoziazione che inizierà tra alcune settimane. Il successo o il fallimento della stessa, dipende in buona misura dagli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify">Quali sono gli scenari che potrebbero ritardare o limitare il successo della rinegoziazione del NAFTA?</p>
<p style="text-align: justify"><b>La linea del tempo dell&#8217;imprevedibile.</b> Il principale fattore di rischio per la rinegoziazione del NAFTA è la volatilità e il carattere imprevedibile di Donald Trump. Il presidente che tutti speravano si “moderasse” con il passare del tempo non lo ha fatto. Basta aprire il suo profilo di twitter per essere testimoni di quanto sia mutevole. Nelle ultime settimane il suo profilo è stato usato per provocare le dimissioni del Procuratore Generale, comunicare cambiamenti nell’amministrazione (accompagnati da una opinione personale sugli stessi) e annunciare nuove decisioni, come il veto all’ingresso nelle forze armate di persone transgender. Tweets che confermano che è impossibile prevedere l’azione successiva del presidente.</p>
<p style="text-align: justify">Dai suoi Tweets possiamo desumere tre cose: che il presidente continua a essere ondeggiante come lo è stato in campagna elettorale, che non è leale con nessuno a Washington, e, più importante ancora, che la base elettorale continua a essere la sua priorità.</p>
<p style="text-align: justify">Gli ultimi mesi hanno dimostrato che il presidente cambia idea e assessori di continuo, ogni giorno agisce con un criterio differente. Questa situazione rende impossibile che un membro qualsiasi della sua amministrazione possa garantire il successo della rinegoziazione. Allo stesso tempo i cambiamenti nel governo hanno dimostrato che per il presidente nessun segretario è indispensabile, un cambiamento di negoziatori o segretari in piena rinegoziazione non dovrebbe pertanto sorprendere. Per ultimo, in questi mesi di frustrazione per gli scarsi progressi della sua agenda di governo ha preso decisioni unilaterali con il fine di soddisfare l’opinione pubblica. L’uscita dall&#8217;accordo di Parigi e il recente veto dell&#8217;esercito possono essere spiegati in questa logica. Il NAFTA correrà sempre il rischio di essere usato con fini propagandistici dal presidente della Casa Bianca.</p>
<p style="text-align: justify"><b>La paralisi legislativa.</b> Il partito Repubblicano è arrivato al 2017 con il sogno di qualunque partito: una maggioranza legislativa e il controllo dell&#8217;Esecutivo. Una opportunità unica per far avanzare gli interessi conservatori e smontare l’agenda di Barack Obama. Ma niente di tutto questo è successo. Negli ultimi sei mesi i membri repubblicani del Congresso non hanno potuto fare progressi né sul fronte dell’agenda del presidente né su quello dell’agenda repubblicana. Neppure Mitch McConnell, il leader della maggioranza nel Senato, né lo stesso presidente, sono riusciti a unire i congressisti in una agenda comune. Il fallimento nel cancellare e sostituire <i>Obamacare</i>, una delle principali proposte dei Repubblicani negli ultimi 5 anni, è stato un insuccesso che ha messo in dubbio la capacità del Partito Repubblicano di legiferare e governare nei prossimi mesi. Sebbene fino ad ora la maggioranza dei congressisti ha difeso il NAFTA, la frammentazione e polarizzazione di entrambe le camere legislative, unita alla debolezza dei suoi leader per organizzare e convogliare l&#8217;appoggio dei congressisti, potrebbe essere un ostacolo importante per il NAFTA 2.0.</p>
<p style="text-align: justify"><b>I democratici, alleati incondizionati?</b> Di recente il partito Democratico ha presentato la sua nuova piattaforma chiamata <i>A Better Deal</i>, una serie di proposte che cercheranno di incrementare il salario dei lavoratori, ridurre il costo della vita e fornire ai lavoratori strumenti utili a competere sul mercato del lavoro. Il partito sta cercando di rispondere ai bisogni degli elettori che nelle votazioni scorse hanno dato il trionfo a Donald Trump. Le regioni dove la tecnologia ha dislocato centinaia di mestieri e la crescita si è fermata saranno la priorità del partito. Con il ché resterà da vedere quale sarà la posizione dei democratici di fronte al nuovo NAFTA.</p>
<p style="text-align: justify">Chuck Schumer, leader della minoranza del Senato (e il democratico di più alto rango nel suo partito) ha dichiarato qualche mese fa di essere disposto ad appoggiare il presidente nella rinegoziazione del NAFTA, ma rimane da vedere fino a che punto si spingerà questo appoggio.</p>
<p style="text-align: justify"><b>Le elezioni del 2018.</b> L&#8217;ultimo fattore che potrebbe mettere a rischio il NAFTA 2.0 sono le elezioni di medio termine negli Stati Uniti. A novembre del 2018 si rinnoverà l’intera Camera dei Rappresentanti dove il Partito Democratico dovrà guadagnare 24 seggi in aggiunta a quelli che possiede attualmente per poter essere maggioranza. Durante questa stessa tornata elettorale, il Senato rinnoverà una terza parte del corpo legislativo, ed è probabile che i repubblicani mantengano il suo controllo. Sebbene la discussione e l’approvazione del nuovo trattato potrebbe avvenire prima delle elezioni di medio termine, molti senatori e congressisti potrebbero rendere difficile la sua approvazione qualora subissero la pressione del loro elettorato. Nello stesso modo, le elezioni dei governatori in 39 stati tra cui California, New York e Texas sono da considerarsi rilevanti nel quadro della rinegoziazione. In questi ultimi mesi i governatori sono stati un contrappeso importante alla politica di Trump negandosi ad applicare alcune disposizioni federali nei loro stati. La rielezione e l’arrivo di nuovi governatori potrebbe riconfigurare gli equilibri di potere all&#8217;interno degli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify"><b>¿Rinegoziazione o impasse?</b> Per finire: la rinegoziazione del NAFTA deve considerare la sua stessa implementazione ed entrata in vigore. Fino ad ora la maggior parte delle proposte di Trump non si riflette in una politica pubblica o un programma concreto. La sua presidenza è caratterizzata dalla centralizzazione del potere federale e dal ridimensionamento delle burocrazie, da sempre incaricate di attuare le proposte e applicare i programmi federali. Il successo del NAFTA 2.0 dipenderà non solo dai negoziati e dalla eventuale approvazione del potere legislativo, ma anche dalle agenzie incaricate di regolare il commercio e coordinare azioni con le loro controparti in Canada e Messico.</p>
<p style="text-align: justify">La rinegoziazione sta muovendo i suoi primi passi ma sarà vitale che chi dovrà prendere decisioni per il Messico adotti nell&#8217;analisi della situazione una visione locale statunitense con il fine di capire la logica dei politici statunitensi, solo così riusciranno ad affermare e far progredire gli interessi messicani nel nuovo NAFTA.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">*Specialista in Relazioni Internazionali, analisi di processi politici Usa e rapporti bilaterali Stati Uniti-Messico.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://sinfronteras.nexos.com.mx/?p=50" target="_blank">Nexos</a></p>
<p style="text-align: justify"><i>Traduzione dallo spagnolo di Silvia Pizio</i></p>
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		<title>I TRE PAPI DI FIDEL CASTRO. Gli incontri con Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio segnano le tappe della lenta transizione cubana</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2016/11/26/tre-papi-di-fidel-castro-gli-incontri-con-wojtyla-ratzinger-e-bergoglio-segnano-le-tappe-della-lenta-transizione-cubana/</link>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2016 14:05:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alver Metalli]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>1996. Castro da Wojtyla. Era il 19 novembre 1996 quando Fidel Castro venne ricevuto per la prima volta in Vaticano da Papa Wojtyla. L’Udienza si tenne all’interno della Biblioteca privata in forma cordiale e i due si trattennero a colloquio per circa 35 minuti. Al termine della visita Castro espresse il suo vivo desiderio di [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/11/26/tre-papi-di-fidel-castro-gli-incontri-con-wojtyla-ratzinger-e-bergoglio-segnano-le-tappe-della-lenta-transizione-cubana/">I TRE PAPI DI FIDEL CASTRO. Gli incontri con Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio segnano le tappe della lenta transizione cubana</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><b>1996. Castro da Wojtyla.</b> Era il 19 novembre 1996 quando Fidel Castro venne ricevuto per la prima volta in Vaticano da Papa Wojtyla. L’Udienza si tenne all’interno della Biblioteca privata in forma cordiale e i due si trattennero a colloquio per circa 35 minuti. Al termine della visita Castro espresse il suo vivo desiderio di ricevere presto il Papa a Cuba; Wojtyla ringraziò e rivolse la sua benedizione al popolo cubano.</p>
<p style="text-align: justify">L’allora portavoce della Santa Sede, Joaquín Navarro Valls, riferì dell’incontro, tenutosi senza il bisogno di interpreti, ed informò la stampa che il Presidente aveva invitato il Papa a visitare Cuba, specificando che però non era ancora stata individuata una possibile data, ma che entrambi auspicavano si potesse concordare entro il prossimo anno. Il portavoce vaticano ricordò le parole di gratitudine che Castro aveva spese per l’impegno profuso dalla Chiesa nel campo dell’educazione e dell’assistenza sull’isola. Il Presidente cubano dedicò molto tempo a visitare i luoghi santi del Vaticano, mostrando anche una profonda conoscenza storica e religiosa.</p>
<p style="text-align: justify"><b>1998: Giovanni Paolo II a Cuba</b><b>.</b> La visita di Giovanni Paolo II a Cuba si tenne infine dal 21 al 26 gennaio 1998, passando non solo per La Habana ma anche per Camaguey, Santa Clara e Santiago di Cuba. Il 23 gennaio il Pontefice fu accolto in udienza protocollare da Fidel Castro nel Palazzo della Rivoluzione (sede del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri). A questo, dal tono ufficiale, seguirono altri brevi incontri, tra i quali uno a sorpresa il 25 gennaio, giorno della Santa Messa sulla Piazza della Rivoluzione, quando Castro si presentò con l’amico scrittore Gabriel García Márquez e vari membri del Partito Comunista e del Governo.</p>
<p style="text-align: justify"><b>2012: Fidel Castro e Papa Ratzinger.</b> Quattordici anni più tardi Fidel Castro, libero dai suoi impegni politici per l’età e la malattia, fu ricevuto dal nuovo successore di Pietro: Joseph Ratzinger. L’incontro si tenne alla Nunziatura de La Habana su espressa richiesta dell’anziano Presidente. Padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, riferì di un colloquio lungo e cordiale. Vennero ricevuti anche la moglie di Fidel, la signora Dalia, e, verso la fine dell’incontro, i figli. Il leader mostrò interesse ai cambiamenti liturgici voluti da Benedetto XVI e ricordò le sue pratiche religiose da giovane, interrogando il Papa su alcune questioni che desiderava approfondire. Lo scambio di opinioni fu stimolante e attivo e al momento del congedo, come ricorda l’allora Segretario di Stato Tarcisio Bertone, Castro volle ringraziare Ratzinger per due beatificazioni a lui molto care: madre Teresa di Calcutta e Giovanni Paolo II.</p>
<p style="text-align: justify"><b>2015. Papa Francesco e Fidel Castro.</b> L&#8217;incontro, il 20 settembre 2015, nella sua residenza, tra l&#8217;ex Presidente Fidel Castro e Papa Francesco, ha un sapore del tutto inedito e unico. Dei sei precedenti diversi incontri di Fidel con un Papa (cinque con Giovanni Paolo II e uno con Benedetto XVI) nessuno &#8220;somiglia&#8221; lontanamente a questo. Dal Comandante ieratico in doppiopetto al nonno in tuta, dal 1996 al 2015, è passata una valanga di eventi storici e di tutti Fidel ne è stato testimone e qualche volta anche protagonista. Ma mai il &#8220;vecchio Comandante&#8221; avrebbe immaginato che un giorno si sarebbe presentato a casa sua un argentino tanto celebre come il suo caro amico Ernesto &#8220;Che&#8221; Guevara. Quando nasceva Jorge Mario Bergoglio (1936) il &#8220;Che&#8221; aveva già otto anni e se fosse ancora vivo oggi avrebbe 87 anni, due di meno di Fidel. Perché questi ricordi, o meglio queste associazioni? Perché, almeno da un certo punto di vista, in questi nomi c&#8217;è la sostanza della storia dei popoli latinoamericani in questi ultimi 90 anni. C&#8217;è la &#8220;rivoluzione cubana&#8221; con la sua originale componente castro-guevarista in virtù della quale La Habana, neanche nel periodo più filosovietico, è stata completamente condizionata dai diktat del Cremlino (e ciò va ricordato anche se sappiamo che la propaganda multilaterale della Guerra fredda ci ha raccontato spesso altre cose). C&#8217;è ciò che i popoli latinoamericani considerano, al di là di posizioni politiche, partitiche e ideologiche differenti, un esempio di resistenza nei confronti del potere imperiale che vedeva la regione come un cortile privato, parte delle zone d&#8217;influenza del dopo-Yalta (e che l&#8217;URSS, in cambio del suo cortile, accettava nei fatti senza dire più di tanto). C’è dunque la faccia latinoamericana della Guerra fredda. C&#8217;è Ernesto Guevara e il suo disegno geopolitico secondo il quale questo potere si poteva abbattere con &#8220;uno, due, tre Vietnam&#8221;, e dunque la sua convinzione, errata nell&#8217;analisi, su ciò che pensava sarebbe stato il comportamento delle masse popolari; o che solo il fucile &#8211; la violenza &#8211; avrebbe aperto le porte a una &#8220;nuova società, un uomo nuovo&#8221;, che lui – ateo, ma grande conoscitore del cristianesimo &#8211; riferiva spesso a parole dell&#8217;Apostolo Paolo. &#8220;Società nuova e uomo nuovo&#8221; che ovviamente il guerrigliero argentino non identifica certamente con il socialismo reale e con la leadership politica morale dell&#8217;URSS. La sua era un’idea tutta latinoamericana dove “lo spirito evangelico” era chiamato a fare di forza morale etica trainante. C&#8217;è anche la Chiesa cattolica latinoamericana, quella della teologia del &#8220;popolo di Dio&#8221;, di Medellín ad Aparecida, che del bisogno di una &#8220;rivoluzione&#8221; è stata sempre convinta anche se, naturalmente, una rivoluzione pacifica, senza nessuna violenza, capace di rimuovere le strutture di peccato alla base di tanta ingiustizia e iniquità, di umiliazioni, lutti e sofferenze. Una rivoluzione del cuore e della coscienza, le uniche vere e sicure risorse capaci di scardinare strutture sociali inaccettabili.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, l’incontro di Papa Francesco con Fidel Castro è stato un evento di grande carica umana che riassume in pochi minuti e in qualche fotogramma quasi un secolo di storia latinoamericana. É stata una visita pastorale di un sacerdote a una persona anziana e malata che per un lungo tempo ha guardato con sfiducia il cattolicesimo latinoamericano, il quale, da parte sua, nutriva la medesima sfiducia nei confronti della Rivoluzione dei barbuti verde-oliva. Ciò che non c&#8217;è più è il muro che dai tempi di Giovanni Paolo II è cominciato a crollare seppure gradualmente. Tutto cominciò con un Fidel in Vaticano in doppiopetto e tutto è proseguito con un anziano leader, malato ma lucido e incuriosito, che riceve a casa sua, in tuta, il Successore di Pietro, avviando probabilmente una tappa nuova: non più scontri e separazioni, bensì incontro e collaborazione anche perché, come ha detto Barak Obama, &#8220;si può essere in disaccordo educatamente&#8221; se siamo consapevoli che siamo tutti fratelli anche nelle differenze e nelle diversità. Una vera lezione di umanità di cui tutti, popoli e nazioni, abbiamo urgente bisogno, soprattutto quando a volte sembrano avere la meglio i seminatori e professionisti dell’odio e dell’antagonismo mascherati da integerrimi difensori della buona dottrina, della buona fede e dei valori e principi – secondo loro – “evangelici”.</p>
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		<title>SQUARCI DI LUCE SULLA DITTATURA ARGENTINA. Escono dagli archivi USA migliaia di documenti sulla “guerra sporca”. Alcune pagine inedite aspettando gli archivi vaticani</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2016/08/13/squarci-di-luce-sulla-dittatura-argentina-escono-dagli-archivi-usa-migliaia-di-documenti-sulla-guerra-sporca-alcune-pagine-inedite-aspettando-gli-archivi-vaticani/</link>
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		<pubDate>Sat, 13 Aug 2016 10:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alver Metalli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Il segretario di Stato statunitense Henry Kissinger e il ministro degli Esteri argentino César Augusto Guazzetti si diedero appuntamento tra i lussi dell’Hotel Waldorf Astoria di New York. Era il 7 ottobre del 1976, sei mesi dopo il colpo di stato a Buenos Aires. Fossero stati degli sconosciuti, gli avventori li avrebbero scambiati per due [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/08/13/squarci-di-luce-sulla-dittatura-argentina-escono-dagli-archivi-usa-migliaia-di-documenti-sulla-guerra-sporca-alcune-pagine-inedite-aspettando-gli-archivi-vaticani/">SQUARCI DI LUCE SULLA DITTATURA ARGENTINA. Escono dagli archivi USA migliaia di documenti sulla “guerra sporca”. Alcune pagine inedite aspettando gli archivi vaticani</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Il segretario di Stato statunitense Henry Kissinger e il ministro degli Esteri argentino César Augusto Guazzetti si diedero appuntamento tra i lussi dell’Hotel Waldorf Astoria di New York. Era il 7 ottobre del 1976, sei mesi dopo il colpo di stato a Buenos Aires. Fossero stati degli sconosciuti, gli avventori li avrebbero scambiati per due importanti uomini d’affari, intenti a parlare di dollari sorseggiando un Martini. «Il nostro principale problema è il terrorismo. Garantire la sicurezza interna del Paese ha bisogno da parte degli Stati Uniti di comprensione e supporto, anche per la crisi economica», disse Guazzetti all’amico americano. «Abbiamo seguito le vicende argentine da vicino. Vediamo bene il nuovo governo e vogliamo che ce la faccia. Faremo il possibile», lo rassicurò Kissinger. Dagli Usa nessuna obiezione al piano sanguinario del triunvirato militare (1976-1983): il presidente, generale Rafael Videla (Esercito), coadiuvato dall’ammiraglio Emilio Massera (Marina) e dal generale Orlando Agosti (Aeronautica).</p>
<p style="text-align: justify">Mantenendo la promessa fatta nel marzo scorso, Barack Obama ha firmato il decreto col quale vengono strappati al segreto un migliaio di documenti sul ruolo degli Usa nella “Guerra Sucia”, la guerra sporca che ebbe nell’Argentina il modello di intervento americano perfezionato con il “Plan Condor”, grazie al quale vennero tenute in vita le dittature di destra nel subcontinente americano. Un argine al timore di un’avanzata comunista che vedeva in Cuba il nemico sull’uscio di casa degli Usa.</p>
<p style="text-align: justify">Nell’archivio compaiono rapporti diplomatici, testimonianze raccolte da diverse autorità americane, una lettera scritta da Carter a Videla e altro materiale proveniente dalla segreteria di Stato, dal Pentagono e da diversi organismi ufficiali. «È un grande passo avanti sulla via del “disgelo” tra gli Stati Uniti e l’America Latina: iniziato con l’avvicinamento all’Avana ora prosegue su un tema delicatissimo risalente all’epoca buia delle dittature sudamericane e dei loro supporter a Washington», commenta Alfredo Somoza, docente all’Istituto di studi politici internazionali (Ispi) di Milano, con un passato da esule argentino.</p>
<p style="text-align: justify">All’epoca della stretta di mano all’Hotel Astoria la stampa statunitense aveva cominciato a denunciare alcuni abusi, specie dopo che il Congresso e la stessa ambasciata Usa in Argentina si erano lamentati proprio con Guazzetti anche per il sequestro e la tortura di cittadini americani. Le violazioni che avevano caratterizzato i primi mesi del regime erano dunque ben note. Kissinger, rinnegando le motivazioni che lo avevano portato al Nobel per la Pace nel 1973, si mostrò comprensivo. «Sappiamo che siete in difficoltà. Sono tempi curiosi quelli in cui attività politiche, criminali e terroristiche tendono a emergere senza una chiara separazione. Capiamo che dovete stabilire un’autorità. Farò quel che posso». Sulla consapevolezza del gran burattinaio della politica estera Usa non ci sono dubbi. Il 9 luglio 1976, tre mesi prima del vertice al Wardof Astoria, il principale consigliere di Kissinger, Harry Shlaudeman, gli forniva particolari sui sistemi di Buenos Aires, dove veniva applicato «il metodo cileno: terrorizzare l’opposizione, anche a costo di uccidere preti e suore».</p>
<p style="text-align: justify">Perciò Kissinger, nonostante la condiscendenza, qualche tempo dopo fu costretto a mettere in guardia il collega argentino: «Prima avrete finito meglio sarà», disse a Guazzetti. In effetti un’accelerazione ci fu: trentamila desaparecidos, ventimila giustiziati dalle <i>patotas</i>, le pattuglie della morte; due milioni di esiliati; almeno 500 bambini rubati alle detenute (giustiziate con mariti e fidanzati) e adottati con altri nomi da famiglie vicine al regime.</p>
<p style="text-align: justify">L’anno dopo il democratico Jimmy Carter subentrò alla presidenza del repubblicano Gerald Ford e tentò di prendere le distanze dalle giunte militari. Kissinger non aveva più incarichi, ma non restò alla finestra. Più sinistro di quanto non si immaginasse, l’ex capo della diplomazia, spiega Somoza, «continuava a boicottare il lavoro del sottosegretario ai diritti umani di Carter, Patricia Derian». Henry Kissinger ebbe un incontro privato con il generale Videla, a cui non prese parte l’ambasciatore Usa a Buenos Aires. In quell’occasione fu discussa la questione dei diritti umani. &#8220;Videla l’organizzò in modo che Kissinger e l’interprete potessero incontrarlo privatamente, mezz’ora prima l’arrivo dell’ambasciatore&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Quale fosse la posizione di Kissinger, e dunque dell’amministrazione Usa, è a tutti noto. Ma la documentazione declassificata fornisce il sigillo dell’ufficialità.</p>
<p style="text-align: justify">In un altro appuntamento a porte chiuse con il Consiglio argentino delle relazioni internazionali, un gruppo di diplomatici argentini conservatori, l’ex segretario di stato di Richard Nixon e Gerald Ford fu ancora più chiaro. &#8220;Secondo me il governo dell’Argentina ha fatto un lavoro eccezionale nella distruzione delle forze terroriste&#8221;. L’ambasciatore Usa a Buoneos Aires inviò un lungo rapporto in cui parlava con estrema preoccupazione delle dichiarazioni di Kissinger. &#8220;C’è il pericolo che gli argentini possano usare le dichiarazioni di lode come giustificazione per peggiorare ulteriormente la posizione sui diritti umani&#8221;, scrisse il diplomatico. E a Washington s’infuriarono. &#8220;Quello che mi preoccupa &#8211; scrisse Robert Pastor, del Consiglio di sicurezza nazionale &#8211; è il suo apparente desiderio di parlare contro la politica dei diritti umani dell’amministrazione Carter&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">La prima lettura dei documenti, aggiunge Somoza, fa luce su alcuni casi eccellenti di sequestri e torture di oppositori politici, «come quelli del sindacalista e insegnante Alfredo Bravo e del giornalista Jacobo Timmerman: adesso è certo che l’ambasciata Usa sapeva tutto». Emerge anche l’insistenza con cui sia Videla che Massera cercavano, senza trovarlo, un rapporto politico con Carter.</p>
<p style="text-align: justify">Un attento studio dell’archivio consentirà di precisare meglio molti aspetti rimasti in ombra, ma alcuni segreti sembrano per il momento destinati a restare tali. E non si tratta di dossier secondari. In tutte le carte finora rivelate da diverse fonti, con eccezione dell’«archivio del terrore» rinvenuto in Paraguay sul modus operandi dell’Operazione Condor (il coordinamento dei Servizi segreti delle dittature per uccidere oppositori), «mancano sempre i dati risalenti ai canali di finanziamento – suggerisce Alfredo Somoza –, di rifornimento di armi, di sostegno politico a livello internazionale (l’Argentina di Videla non venne mai condannata in sede Onu). Mancano anche dolorosamente gli archivi della dittatura con la “contabilità” delle sparizioni forzate, che si sa esistere (o almeno esisteva), ma non è stata mai trovata». I documenti declassificati dimostrano anche che Carter considerò la possibilità di chiedere al papa Giovanni Paolo II d’intervenire sulla giunta militare. Un lungo cablo confidenziale del settembre 1980 ai diplomatici a Roma segnala che &#8220;il Vaticano potrebbe essere il più efficace avvocato&#8221; presso le autorità argentine dei desaparecidos. Il documento tuttavia non rivela se ci fu un contatto con la Santa Sede.</p>
<p style="text-align: justify">Ma proprio da Roma è atteso un aiuto per volontà di papa Francesco, protagonista di episodi eroici grazie ai quali molti perseguitati poterono mettersi in salvo. Si sta lavorando alla catalogazione e alla successiva apertura dell’archivio vaticano relativo agli anni della dittatura argentina. Somoza ne è certo: «Potremo finalmente leggere il quadro politico complessivo di una delle operazioni criminali più riuscite dopo la seconda Guerra mondiale. Un massacro reso possibile dal contesto storico e dalle tante complicità».</p>
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		<title>HUMMES: LA CHIESA CRESCE PER ATTRAZIONE. Il cardinale di San Paolo sulla crisi delle vocazioni e le necessità dell’Amazzonia di cui è responsabile per l’episcopato brasiliano</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2016/04/19/hummes-la-chiesa-cresce-per-attrazione-il-cardinale-di-san-paolo-sulla-crisi-delle-vocazioni-e-le-necessita-dellamazzonia-di-cui-e-responsabile-per-lepiscopato-brasiliano/</link>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2016 14:56:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Non aveva in mano le sintesi dell’Annuarium Statisticum, il volume che raccoglie le statistiche ufficiali della Chiesa cattolica nel mondo, la cui ultima edizione aggiornata al 31 dicembre 2014 evidenzia la diminuzione delle vocazioni anche nel suo Brasile, dopo anni di trend positivo rispetto al declino europeo, ma l’enorme necessità di sacerdoti che ha l’Amazzonia, [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/04/19/hummes-la-chiesa-cresce-per-attrazione-il-cardinale-di-san-paolo-sulla-crisi-delle-vocazioni-e-le-necessita-dellamazzonia-di-cui-e-responsabile-per-lepiscopato-brasiliano/">HUMMES: LA CHIESA CRESCE PER ATTRAZIONE. Il cardinale di San Paolo sulla crisi delle vocazioni e le necessità dell’Amazzonia di cui è responsabile per l’episcopato brasiliano</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Non aveva in mano le sintesi dell’Annuarium Statisticum, il volume che raccoglie le statistiche ufficiali della Chiesa cattolica nel mondo, la cui ultima edizione aggiornata al 31 dicembre 2014 evidenzia la diminuzione delle vocazioni anche nel suo Brasile, dopo anni di trend positivo rispetto al declino europeo, ma l’enorme necessità di sacerdoti che ha l’Amazzonia, di cui è responsabile all’interno della Conferenza episcopale brasiliana che ha chiuso la sua 54 assemblea generale nel bel mezzo delle turbolenze nazionali per l’impeachment della presidente Rosseff. Presiedendo la celebrazione, il cardinale Claudio Hummes, ispiratore del nome che Bergoglio ha scelto come Papa, ha mostrato di aver chiaro che &#8220;Non è tanto per un gran parlare, non è tanto per i numerosi documenti, non è tanto intensificando l&#8217;indottrinamento che la Chiesa cresce. La vita religiosa, la Chiesa cresce per attrazione&#8221;, ha affermato il porporato riferendosi alla realtà della diminuzione del numero delle vocazioni.</p>
<p style="text-align: justify">Restringendo lo sguardo all’ultimo quinquennio ci si accorge che la diminuzione percentuale in Sudamerica è stata più forte che in Europa. Al punto che anche il tasso vocazionale oggi è significativamente più basso: 7,73 seminaristi per 100.000 battezzati contro i 9,99 dell’Europa.</p>
<p style="text-align: justify">“La Chiesa non deve pensare a se stessa” ha avvertito l’Arcivescovo Emerito di San Paolo: “deve agire per Lui, non per se stessa, per Colui di cui la Chiesa vive. Una Chiesa così attira” ha ripetuto il Presidente della Commissione per l&#8217;Amazzonia. «Gesù, infatti, ha detto: “il giorno in cui sarò innalzato sulla croce, attirerò tutti a me”. Non ha detto “per la mia predicazione”, naturalmente anche per la predicazione, ma Lui ha detto che il giorno in cui farà il supremo atto di misericordia per l&#8217;umanità è lì che attirerà tutti a se. È la misericordia che fa la differenza, che rende la fede reale, viva! Paolo lo diceva: una fede che non si traduce in carità è una fede morta. È la carità che attrae. Nella misura in cui pensiamo così accorciamo le distanze, la Chiesa fa la differenza e cresce per attrazione”.</p>
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		<title>ANNIVERSARI. TRE ANNI DI TERRE D’AMERICA. Con Bergoglio anche l’America Latina torna sulla scena del mondo e può essere raccontata</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2016 12:05:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>È un sito che cerca di raccontare ciò che si muove in America Latina. Ha iniziato le sue pubblicazioni subito dopo l’elezione di Papa Francesco, il primo Pontefice americano. Ma se il racconto delle radici di Bergoglio e le testimonianze di chi l’aveva conosciuto sono inizialmente preponderanti, poco a poco diventa un collettore di reportage, [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/04/12/anniversari-tre-anni-di-terre-damerica-con-bergoglio-anche-lamerica-latina-torna-sulla-scena-del-mondo-e-puo-essere-raccontata/">ANNIVERSARI. TRE ANNI DI TERRE D’AMERICA. Con Bergoglio anche l’America Latina torna sulla scena del mondo e può essere raccontata</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">È un sito che cerca di raccontare ciò che si muove in America Latina. Ha iniziato le sue pubblicazioni subito dopo l’elezione di Papa Francesco, il primo Pontefice americano. Ma se il racconto delle radici di Bergoglio e le testimonianze di chi l’aveva conosciuto sono inizialmente preponderanti, poco a poco diventa un collettore di reportage, di idee, di racconto di una realtà poco conosciuta e generalmente non più sotto i riflettori come lo era stata nei decenni in cui lì si giocava una delle partite decisive della Guerra fredda. “Terre d’America” il sito di Alver Metalli compie tre anni. Lo abbiamo intervistato.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Come nasce Terre d&#8217;America</i></b> <b><i>e perché?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Erano i giorni dell’elezione di Bergoglio a Papa, che con gli amici di Roma seguivamo con grande partecipazione. Allora lavoravo ancora con un contratto Rai e venni in Italia poco prima dell’inizio del conclave dopo le dimissioni di Benedetto XVI. Ti puoi immaginare la sorpresa enorme che è stata l’elezione di Bergoglio per chi viveva in Argentina e lo conosceva. Inoltre, avendo vissuto in America Latina una metà della vita, ero interpellato da tanti colleghi che volevano notizie sul Papa argentino o sull’Argentina del nuovo Papa o sulla visione dell’America Latina di Bergoglio. E’ stato il collega e amico Lucio Brunelli, all’epoca al TG2 e oggi direttore di TV2000, che ha visto in tutto questo una buona opportunità per un sito di news e analisi sull’America Latina che rispondesse alla rinnovata attenzione che il pontificato aveva suscitato su questo continente che negli ultimi anni era uscito dalla luce dei riflettori mediatici eccetto che per qualche tragedia. Mi è parsa una buona idea, una scommessa da tentare.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>I tre anni passati hanno cos’hanno detto sulla scommessa? E’ ancora tale?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Tre anni non sono molti ma bastano comunque per dire che hanno confermato la validità di quel suggerimento. Effettivamente l’onda di rinnovamento sollevata del pontificato verso l’America Latina e il suo ritorno sulle sponde del vecchio continente hanno fornito un materiale enorme, appassionante da raccontare.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Vedo che </i></b><b>Terre d’America<i> non si occupa solo del Papa…</i></b></p>
<p style="text-align: justify">No, non solo, certo. Terre d’America ha come orizzonte l’America Latina tutta, il suo mosaico di paesi e di problemi, i suoi dinamismi profondi, senza l’intelligenza dei quali, come mi ha insegnato un gran latinoamericano il filosofo e storico uruguayano Methol Ferré, non si capisce neppure l’oggi. Questo intellettuale di cui il Papa stesso ha detto che “ci ha insegnato a pensare” mi ricordava sempre che l’attualità, il presente, non si capiscono solo e soprattutto con l’analisi dell’attualità, con la frequentazione più assidua delle cronache del presente. Diceva al contrario che “occorre sempre, con ogni fatto, risalire al passato recente e anche più remoto, in un viaggio a ritroso verso le fonti da cui zampillano quei fenomeni di cui vediamo la manifestazione ai nostri giorni, per ritornare al presente con un accresciuto bagaglio di ipotesi esplicative con le quali partire di nuovo per scandagliare il futuro”.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Quali sono le risorse del tuo blog?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Fondamentalmente una lunga frequentazione del continente e una rete di rapporti e conoscenza di fonti che ho potuto accumulare nel corso degli anni. Il mio primo contatto con l’America Latina è stato nel 1979, con l’insurrezione sandinista in Nicaragua, poi l’assassinio di Romero in Salvador. Da quel momento ho seguito in loco un po’ tutte le situazioni di crisi, perché di queste si nutre l’informazione, incontrando anche tanti punti di vista autorevoli, taluni di grande intelligenza e prospettiva, di intellettuali, costruttori della società, politici, scrittori, artisti, storici…</p>
<p style="text-align: justify">Nel 1987, poi, mi sono stabilito in Argentina, con alcuni anni vissuti in Messico e in Uruguay. E’ questo capitale di rapporti e di fonti, con la lettura quasi quotidiana di un centinaio di giornali e riviste di tutto il continente che alimentano il blog, ripreso da un numero crescente di <i>media</i> in Europa e in America Latina.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Com&#8217;è cambiato il continente negli ultimi decenni?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Ti rispondo richiamando alla memoria due momenti, due situazioni estreme. Il primo contatto con l’America Latina l’ho avuto con una sollevazione popolare armata, in Nicaragua appunto. Siamo negli anni ottanta ed era forte la prospettiva di una presa del potere con le armi in buona parte del continente, in Salvador, in Guatemala, in Perù, in Bolivia, in Colombia, in tutti questi paesi c’erano guerriglie attive o gruppi che perseguivano la prospettiva della rivoluzione armata. Al sud, in Argentina, Cile, Paraguay e Uruguay si usciva da lunghe dittature, più o meno sanguinose a seconda dei posti. Terre d’America, trentacinque anni dopo, inizia il suo percorso facendo i suoi primi servizi sul pontificato del primo Papa latinoamericano, l’inizio dei negoziati del governo colombiano con le FARC, i primi passi per la beatificazione di Romero, i processi ai militari in Argentina con quello ai mandanti dell’assassinio del vescovo Angelelli, il disgelo Stati-Uniti Cuba con i successivi due viaggi papali…</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Che impatto ha avuto (se lo ha avuto) il pontificato di Francesco in America Latina?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Uno più immediato, che può essere descritto come una sorta di presa di coscienza popolare del valore dell’essere cristiani, del suo beneficio e della sua bellezza, una allegria e anche orgoglio dell’essere cattolici che con il Papa latinoamericano si è diffuso in tanti ambienti umili; poi c’è un impatto più profondo che ha a che vedere con i “processi” come ama dire il Papa, cose messe in moto e che avranno nel tempo manifestazioni sempre più mature. Parole come testimonianza, dialogo, inclusione, amicizia sociale, composizione dei conflitti a tutti i livelli, hanno anche un valore politico, di rinnovamento e trasformazione sociale che sempre più passa viene imparato e assunto a livello di leadership ecclesiale se vogliamo chiamarla così…</p>
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		<title>DEDICATO A BERGOGLIO. ANCHE SE LUI NON LO SA. Un nuovo libro del teologo argentino Juan Carlos Scannone alla vigilia del terzo anno di pontificato</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2016/03/07/dedicato-bergoglio-anche-se-lui-non-lo-sa-un-nuovo-libro-del-teologo-argentino-juan-carlos-scannone-alla-vigilia-del-terzo-anno-di-pontificato/</link>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2016 14:57:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>La parentesi romana, per ora è alle spalle. Juan Carlos Scannone è di nuovo nel suo habitat argentino, dove ha trascorso gran parte della vita, nella località di San Miguel a poco più di trenta chilometri da Buenos Aires dove sorge il Collegio Maximo dei gesuiti, diretto per molti anni da Bergoglio. Un altro direttore, [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/03/07/dedicato-bergoglio-anche-se-lui-non-lo-sa-un-nuovo-libro-del-teologo-argentino-juan-carlos-scannone-alla-vigilia-del-terzo-anno-di-pontificato/">DEDICATO A BERGOGLIO. ANCHE SE LUI NON LO SA. Un nuovo libro del teologo argentino Juan Carlos Scannone alla vigilia del terzo anno di pontificato</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">La parentesi romana, per ora è alle spalle. Juan Carlos Scannone è di nuovo nel suo habitat argentino, dove ha trascorso gran parte della vita, nella località di San Miguel a poco più di trenta chilometri da Buenos Aires dove sorge il Collegio Maximo dei gesuiti, diretto per molti anni da Bergoglio. Un altro direttore, anch’egli gesuita, Antonio Spataro di <i>Civiltà Cattolica</i> lo volle a Roma “per aiutare i nostri lettori a comprendere dal di dentro il pontificato di Papa Francesco grazie all’aiuto di chi lo conosce bene». E a Roma Scannone ha portato impavido la sua intelligenza e i suoi 83 anni per circa un anno, andando e venendo da e per l’America Latina. Lì ha scritto diversi articoli per la <i>Civiltà</i> e <i>Gregorianum,</i> e per libri collettivi pubblicati da entrambe le riviste sulla teologia del popolo e su Papa Francesco. Ma da quando è tornato in Argentina, anche nella sua casa di sempre non è stato inoperoso.</p>
<p style="text-align: justify">«Curioso che mi chieda a cosa sto lavorando, perchè proprio questa mattina ho teminato un libro che uscirà con il titulo di “Teología del pueblo y la cultura”. Sottotitolo: “Raíces teológicas del Papa Francisco”».</p>
<p style="text-align: justify"><b>Il Papa lo sa?</b></p>
<p style="text-align: justify">No, non c’è ragione perchè debba saperlo.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo l’anticipazione per i lettori di <i>Terre d’America</i> Scannone apre una parentesi. Accenna al suo ultimo incontro con Francesco prima di lasciare l’Italia e ad un libro che gli ha dato in mano frutto della permanenza romana. “E’ uscito a nome mio ma lo ha scritto una giornalista francese, Bernardette Sauvaget, molto amica di un sacerdote anch’egli francese che lavora a Civiltà Cattolica, anche se in questo momento si trova negli Stati Uniti al Boston College, padre de Charentenay, già direttore della rivista dei gesuiti francesi <i>Études</i>. La Sauvaget si era proposta di scrivere un libro intervista e con la mediazione del padre de Charentenay, prima che tornassi in Argentina nell’ottobre del 2014, è venuta a Roma, per diversi giorni, e ogni giorno, per varie ore, mi poneva domande. L’ha pubblicato come libro con la casa editrice dei domenicani du Cerf”.</p>
<p style="text-align: justify"><b>Ha a che vedere con il Papa anche questo?</b></p>
<p style="text-align: justify">Il titolo le risponde: <i>Le pape du peuple</i>. Verte sulla teologia del popolo, sul pensiero del Papa, sul mio rapporto con lui. In italiano l’ha pubblicato la Libreria Editrice Vaticana.</p>
<p style="text-align: justify"><b>E questo libro è quello che ha dato al Papa…</b></p>
<p style="text-align: justify">Si, a marzo.</p>
<p style="text-align: justify"><b>Ha detto che anche il nuovo libro, appena terminato, parla del Papa.</b></p>
<p style="text-align: justify">La terza parte è sulle sue radici teologiche. Lì ho incorporato un lavoro che ho preparato per la Georgetown University degli Stati Uniti. Uno scritto sul Vaticano II, la Gaudium et Spes esattamente. Il tema che mi avevano assegnato era: “Agenda inconclusa del Vaticano II”. Nel libro mostro come il Vaticano II cambia di paradigma teologico e la Gaudium et Spes di metodo, che poi applicherà l’episcopato latinoamericano nel corso degli anni, dalla seconda conferenza episcopale di Medellin nel 1968 ad Aparecida, l’ultima Conferenza, nel 2007, inaugurata da Papa Ratzinger, dove Bergoglio presiedette la commissione per la redazione del documento conclusivo. Mostro come questo cambiamento di paradigma e di metodo lo assume Francesco seguendo la linea dell’episcopato latinoamericano ma lo applica soprattutto al tema dei poveri.</p>
<p style="text-align: justify"><b>Cosa intende con cambio di paradigma e di metodo?</b></p>
<p style="text-align: justify">Mi riferisco al passaggio dal paradigma a-storico dei documenti preparatori del Concilio che i vescovi respingono e Giovanni XXIII mette da parte, ad un paradigma che tiene più conto del personale-soggettivo e dello storico. Questo cambiamento culmina nella Gaudium et Spes con il metodo “vedere, giudicare, agire” che assume la Conferenza di Medellin ininterrottamente sino a quella di Puebla nel 1979 e fino ad un certo punto anche Santo Domingo del 1992, poi, pienamente, Aparecida. Questo cambiamente di paradigma e di metodo, applicati all’America Latina, ha portato ad esplicitare – in ordine ai contenuti &#8211; il tema dei poveri, che il Papa fa suo e approfondisce. Io credo che vari dei temi della teologia latinoamericana e argentina non solo li assume ma li approfondisce, come ho cercato di dimostrare nell’articolo pubblicato in <i>Criterio </i>(Nº 2414, maggio 2015, 44-47). Il Papa approfondisce il tema dei poveri affermando, per esempio, che “l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica”. Per poi fornire la ragione aggiungendo: “Dios les otorga su primera misericordia” (EG 198), Dio concede ad essi la sua prima misericordia. Concludo questa terza parte con i quattro principi di Bergoglio, riproposti varie volte nel corso di questi tre anni: il <i>tempo</i> è superiore allo spazio, <i>l’unità</i> prevale sul conflitto, la <i>realtà</i> è più importante dell’idea, il <i>tutto</i> è superiore alla parte e alla somma delle parti. Quando Bergoglio era provinciale, nel 1974, già li usava. Io facevo parte con lui della Congregazione provinciale è l’ho ascoltato richiamarli per illuminare diverse situazioni che si trattavano in quel consesso.</p>
<p style="text-align: justify"><b>E la prima parte del libro di cosa si occupa?</b></p>
<p style="text-align: justify">E’ storica. Tratta della teologia argentina del popolo e la figura di Lucio Gera, il principale esponente dei teologi del popolo, nato in Italia però emigrato da piccolo in Argentina. E’ stato nominato esperto dai vescovi argentini nel Vaticano II, e alle Conferenze di Medellín e Puebla.</p>
<p style="text-align: justify"><b>C’è una seconda parte?</b></p>
<p style="text-align: justify">La seconda parte, <i>Hacia una teologia inculturada</i>, contiene lavori pubblicati in <i>Evangelizzazione, cultura e teologia</i> che ho cercato di aggiornare per dargli una prospettiva più universale, non puramente latinoamericana.</p>
<p style="text-align: justify"><b>Ha già un editore?</b></p>
<p style="text-align: justify">Me lo ha chiesto il padre gesuita belga Pierre Sauvage. Uscirà in francese, per la casa editrice gesuita Lessius, di Parigi, poi, probabilmente anche in italiano e spagnolo.</p>
<p style="text-align: justify"><b>A proposito di gesuiti, ha sentito che si sta per aprire la causa di beatificazione del padre De Lubac?</b></p>
<p style="text-align: justify">Non lo sapevo…</p>
<p style="text-align: justify"><b>A fine gennaio l’arcivescovo di Lione cardinal Philippe Barbarin è andato in Vaticano per un incontro privato con Benedetto XVI sull&#8217;apertura della causa di beatificazione del cardinale De Lubac, con cui Ratzinger teologo aveva rapporti intensi. Barbarin ha poi dichiarato che il Papa emerito si è espresso molto favorevolmente all&#8217;apertura dell&#8217;iter, confermando che la figura di De Lubac è estremamente importante, sia per le sue vicende personali che per il patrimonio teologico che il porporato ha lasciato in eredità nelle sue numerose opere che tuttora sono fondamentali per la vita della Chiesa.</b></p>
<p style="text-align: justify">Padre Juan Carlos Scannone ascolta con attenzione il resoconto della notizia. “So che il Papa ha nella sua libreria <i>Meditación sobre la iglesia</i> di De Lubac, che è uno dei suoi libri preferiti. La Civiltà Cattolica e il Corriere della Sera pubblicarono la traduzione italiana nella collana “la biblioteca di Papa Francesco”.</p>
<p style="text-align: justify"><b>Ha visto quante sorprese di questi tempi? Se lo immaginava che il suo ex-alunno ce ne riservasse tante in appena tre anni?</b></p>
<p style="text-align: justify">Buone sorprese. Grazie a Dio, è una gran cosa.</p>
<p style="text-align: justify"><b>E’ caduto il muro americano, è caduto quello con la chiesa ortodossa, e adesso?</b></p>
<p style="text-align: justify">Sicuramente c’è la Cina all’orizzonte. Lui stesso me lo aveva detto che aveva molto interesse per la Cina. Una delle due volte che sono stato da solo con lui al Santa Marta mi diceva che il futuro della Chiesa è in Asia e che guardava alla Cina.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Da un momento all’altro potrebbero annunciare la firma degli accordi di pace tra governo della Colombia e guerriglia dopo il lungo negoziato condotto proprio a Cuba dalle due delegazioni…</i></b></p>
<p style="text-align: justify">E il Papa ha detto che se si firma la pace andrà in Colombia…</p>
<p style="text-align: justify"><b>Alla firma non manca molto…</b></p>
<p style="text-align: justify">E’ importante, molto importante; la Colombia è anni e anni che si trova in una siituazione tremenda, praticamente dal 1948 quando si produsse il famoso “bogotazo” per l’assassinio del leader librale Gaitán. Poi la lotta politica, una parte, imboccò la strada della clandestinità e della guerriglia, che ha subito anche delle mutazioni, incorporando il narcotraffico come strumeno di lotta e di finanziamento. Sono stati anni terribile; ricordo riunioni del CELAM a cui partecipavo, la cautela con cui ci dovevamo muovere, il pericolo di bombe, e tanta sofferenza che rifluiva negli incontri che facevamo, le testimonianze di persone, penso ad alcune religiose, che lavoravano nel Magdalena Medio e che avevano a che fare con uccisioni continue, per mano di guerriglieri che eliminavano chi aveva collaborato con i paramilitari e viceversa.</p>
<p style="text-align: justify"><b>A quando risalgono questi ricordi?</b></p>
<p style="text-align: justify">Mi pare che un momento di grande asprezza coincide con l’assassinio dei gesuiti in Salvador</p>
<p style="text-align: justify"><b>Quindi nel novembre del1989…</b></p>
<p style="text-align: justify">Si l’anno della caduta del muro di Berlino…</p>
<p style="text-align: justify"><b>E prima di loro Romero…</b></p>
<p style="text-align: justify">Sono stato sulla sua tumba quando ancora c’era il governo della Democrazia Cristiana…</p>
<p style="text-align: justify"><b>Napoleón Duarte.</b></p>
<p style="text-align: justify">Si, Duarte, invece quando hanno ucciso i gesuiti al governo c’era ARENA</p>
<p style="text-align: justify"><b>Di d’Abuisson…</b></p>
<p style="text-align: justify">Si…</p>
<p style="text-align: justify"><b>Ha saputo che oggi è morto Fernando Cardinal, in Nicaragua.</b></p>
<p style="text-align: justify">No, non lo sapevo… [E’ molto sorpreso] Quanti anni aveva?</p>
<p style="text-align: justify"><b>82</b></p>
<p style="text-align: justify">L’ho conosciuto quando sono stato in Nicaragua con Luis Maldonado, il teologo spagnolo, per partecipare ad una riunione a Panama. Di lì abbiamo proseguito per il Nicaragua. Poi lui è andato a Cuba. Fernando Cardenal viveva in comunità, anche se aveva lasciato la compagnia per svolgere il lavoro politico nel governo sandinista.</p>
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		<title>IN MORTE DI UN GESUITA. Quella di Fernando Cardenal è una vita spesa per il Nicaragua. Con lui scompare uno degli alfabetizzatori più grandi dell&#8217;America Latina</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2016 19:43:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alver Metalli]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Come era purtroppo prevedibile da alcuni giorni, poche ore fa ci ha lasciato il nostro caro amico gesuita, padre Fernando Cardinale. La sua partenza lascia un grande vuoto nell&#8217;anima dei suoi amici; nell&#8217;anima di coloro ai quali lui, mite e semplice, donò un&#8217;amicizia limpida e fedele. Ci mancherà molto così come mancherà alla storia dell&#8217;America Latina dove, per fortuna, resterà come un monolito di roccia l&#8217;eredità della sua opera di grande evangelizzatore e di grande alfabetizzatore. Padre Fernando era nato il 26 gennaio 1934, in Spagna, a Granada. Poche settimane fa aveva compiuto 84 anni.</p>
<p style="text-align: justify">Alla guida, come Ministro del Ministero della Pubblica Istruzione del Nicaragua tra il 1984 e il 1990, nel primo governo sandinista, concepì e portò a compimento una delle più straordinarie campagne di alfabetizzazione dell&#8217;emisfero americano (Cruzada Nacional de Alfabetización) e si può dire che grazie al suo impegno e alla sua fatica almeno 500/600mila nicaraguensi impararono a leggere e a scrivere. Fino a poche ore fa, padre Cardenal è stato anche Direttore nazionale di &#8220;Fe e Allegria&#8221;, responsabilità dalla quale ha saputo anche seminare, appunto, la fede e l&#8217;allegria del Vangelo.</p>
<p style="text-align: justify">Padre Fernando Cardenal, insieme con altri sacerdoti (Ernesto Cardenal, Miguel d&#8217;Escoto e Edgard Parrales), il 4 febbraio 1982 fu sospeso a divinis poiché si ritenne che le sue attività sociali e politiche erano incompatibili con il ministero sacerdotale. Solo il 14 agosto 2014 per decisione di Papa Francesco questa misura disciplinare venne tolta. Nel periodo più difficile della sua vita lasciò anche la Compagnia di Gesù, ma anni dopo venne riammesso.</p>
<p style="text-align: justify">***</p>
<p style="text-align: justify"><i>Addio carissimo Fernando, rimarrai per sempre nei nostri cuori, nel cuore dei tuoi amici e sarai un esempio di vita cristiana perenne. Soprattutto rimarrai per sempre nel cuore di tanti tuoi fratelli che grazie alle tue fatiche oggi sanno scrivere e leggere il proprio nome. Loro non dimenticheranno mai il coraggio che hai avuto, quando tutto era terribilmente difficile per i cristiani latinoamericani, di avventurarti come amico e sacerdote nelle periferie esistenziali dell&#8217;analfabetismo.</i></p>
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