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	<title>Terre d&#039;America di Alver Metalli &#187; In evidenza 2</title>
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		<title>SAN ROMERO DOTTORE DELLA CHIESA? La richiesta di “autorizzare l&#8217;apertura del dovuto processo” l’ha appena fatta l’arcivescovo di San Salvador davanti al Papa</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Oct 2018 02:25:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Il Salvador non si accontenta. Martire, beato, santo da soli due giorni, e adesso già vuole San Romero nientemeno che dottore della Chiesa. Sembrava una boutade lanciata poco più di un anno fa da un chierico statunitense appassionato di America Latina ma poi arrivarono anche le parole del nunzio apostolico in El Salvador León Kalenga [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/16/san-romero-dottore-della-chiesa-la-richiesta-di-autorizzare-lapertura-del-dovuto-processo-lha-appena-fatta-larcivescovo-di-san-salvador-davanti-al-papa/">SAN ROMERO DOTTORE DELLA CHIESA? La richiesta di “autorizzare l&#8217;apertura del dovuto processo” l’ha appena fatta l’arcivescovo di San Salvador davanti al Papa</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Il Salvador non si accontenta. Martire, beato, santo da soli due giorni, e adesso già vuole San Romero nientemeno che dottore della Chiesa. Sembrava una <i>boutade</i> lanciata poco più di un anno fa da un chierico statunitense appassionato di America Latina ma poi arrivarono anche le parole del nunzio apostolico in El Salvador León Kalenga Badikebele, che, con le valigie in mano verso il suo nuovo destino di Buenos Aires, nel discorso di commiato davanti alla gerarchia di El Salvador al gran completo aveva ribadito che sì, valeva la pena l’impegno per il riconoscimento del beato Romero come “Dottore della Chiesa”. Quello stesso anno, nell’omelia pronunciata per l&#8217;apertura della XXXVI Assemblea del Consiglio episcopale latinoamericano (CELAM) tenutasi proprio in El Salvador nel maggio 2017, Kalenga, a sua volta dottorando in Diritto canonico, era ritornato sul tema promettendo che avrebbe perorato il riconoscimento di Romero come Dottore della Chiesa universale, &#8220;strappando – riferisce una resoconto del CELAM &#8211; un grande ed effusivo applauso” ai presenti, i delegati di 22 paesi dell&#8217;America Latina e dei Caraibi, compresi gli Stati Uniti e il Canada.</p>
<p style="text-align: justify">Adesso, freschi di festeggiamenti in Piazza San Pietro e con settemila concittadini deambulanti per la città eterna è stato l’arcivescovo di San Salvador, Jose Luis Escobar Alas, a nome dei vescovi salvadoregni, a rinnovare la petizione. Così il sucessore di Romero ha implorato il Papa &#8220;in modo deferente, umile e rispettoso, di autorizzare l&#8217;apertura del dovuto processo affinché Oscar Romero divenga un dottore della Chiesa, poiché siamo sicuri che la sua testimonianza di vita e di insegnamento sarà un faro di luce nel mondo di oggi&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">L’antesignano di una tale proposta può essere considerato Robert Pelton, un sacerdote statunitense che da trent’anni organizza le giornate romeriane nell’Università Notre Dame in Indiana. L’edizione 2017 nell’importante istituzione cattolica ebbe luogo come sempre in prossimità del giorno fatidico dell’assassinio, il 24 marzo, presenti i cardinali di Manila Luis Antonio Tagle e dell’Honduras Óscar Rodríguez Maradiaga. Tra una esposizione e l’altra presentata dal padrone di casa nonché membro della facoltà di teologia dell&#8217;Università e autore di un “Monsignor Romero: Un Vescovo del terzo millennio”, Pelton lanciò la proposta di onorare con il titolo di “Dottore della Chiesa” il martire di El Salvador. Argomentò che a Romero poteva essere ricondotto “un corposo magistero di testi che peraltro già sono oggetto di studio in molte università e istituti di formazione legati alla Chiesa, soprattutto in centri nati da laici e chierici impegnati con il popolo”.</p>
<p style="text-align: justify">La proposta di aggiugere alla santità appena riconosciuta quest’altra faccia di Romero risulta tutt’altro che peregrina anche per un altro dottore in filosofia, il cileno Álvaro Ramis: &#8220;La proposta teologica, pastorale, ed etica di monsignor Romero ha un valore universale che va oltre la sua esistenza in vita&#8221; – ebbe a dire nel corso di una conferenza a Santiago del Cile lo scorso anno – per sostenere che il pensiero del vescovo appena fatto santo da Papa Francesco rappresenta lo sviluppo della dottrina tradizionale della Chiesa impegnata per il benessere dei popoli poveri dell’America Latina. E a chi fa notare che monsignor Romero non è stato un accademico e non ha frequentato aule universitarie in qualità di docente risponde il Prof. Michael E. Lee, associato di teologia con affiliazione all’Università Fordham latino-americana e Latino Studies Institute in un articolo pubblicato dalla stampa salvadoregna dove argomenta che “questo non significa che non abbia avuto un grande impatto sulla teologia”; anche se “non era in possesso di un dottorato di ricerca, non aveva nomine in una università, e non ha mai pubblicato un libro o un articolo accademico” ha però “lasciato una ricca eredità teologica”. Secondo Lee, nel caso di Romero, “la sua predicazione e il suo ministero sono serviti, come dimostrato da Martin Maier [un gesuita tedesco direttore di <i>Stimmen der Zeit</i> e docente visitatore all'Università dell'America centrale di El Salvador solito scrivere su Romero, <i>N.d.A.</i>], a fondare una solida pastorale d’ispirazione teologica”.</p>
<p style="text-align: justify">Per essere riconosciuto come “Dottore”, riassume il carmelitano Payne, un santo deve portare qualcosa di originale che getti nuova luce sulla rivelazione divina, i suoi scritti «devono aver esercitato una influenza considerevole sul pensiero della chiesa per un periodo di tempo apprezzabile, il suo insegnamento deve avere avuto tanto una rilevanza pastorale per i contemporanei come un valore perenne, e deve essere qualcosa di più del pensiero di un catechista o un predicatore infaticabile, un grande asceta e servitore dei poveri, o il principale promotore di un movimento importante o di devozione religiosa». E San Romero, per l’arcivescovo di San Salvador che ha rilanciato l’audace reclamo l’indomani della cerimonia in Piazza San Pietro ha tutti i titoli per esserlo. Nè vi si oppongono gli antecedenti statistici circa l’esiguità di chi la Chiesa ha onorato con il massimo titolo di Dottore che non superano le trentasei unità in due millenni di storia cristiano-cattolica.</p>
<p style="text-align: justify">Accettata una tale prospettiva resterebbe da stabilire se Romero soddisfi i requisiti di eminens doctrina (insegnamento eminente), secondo le norme stabilite dal Vaticano negli anni &#8217;80, compresa la costituzione apostolica &#8220;Pastor Bonus&#8221; di San Giovanni Paolo II (1988) per ottenere la Ecclesiae declaratio riservata a un San Agostino e Santo Tommaso. Quello che ha chiesto la Chiesa di El Salvador per bocca del suo arcivescovo è di sottoporre San Romero anche a questo ulteriore esame. Dopo quelli – e sono molti – superati in quasi quattro decenni, ultimo della Congregazione per la dottrina della fede che dette il via libera alla causa di beatificazione dopo uno scrupoloso vaglio degli scritti e della vita del candidato che portò il dicastero allora presieduto dal cardinal Ratzinger a trovare del tutto conforme all’insegnamento da sempre trasmesso dalla Chiesa. La sua, fanno notare nell’entourage di Escobar Alas, è una teologia strettamente legata alla pastorale come piace a papa Francesco. Nulla vieta, insomma, che Oscar Arnulfo Romero, dopo la proclamazione a Santo, possa diventare anche il primo “Dottore della Chiesa” dell’America Latina.</p>
<p style="text-align: justify"><b><span style="text-decoration: underline">Articoli precedenti:</span></b></p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.terredamerica.com/2018/10/09/mentre-roma-il-papa-fara-santo-romero-salvador-ecco-il-programma-ufficiale-vigilia-di-festa-e-una-grande-processione-nella-notte-del-13-ottobre/" target="_blank">MENTRE A ROMA IL PAPA FARÁ SANTO ROMERO, IN SALVADOR… Ecco il programma ufficiale: vigilia di festa e una grande processione nella notte del 13 ottobre</a></p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.terredamerica.com/2018/10/11/san-romero-tra-paolo-vi-e-francesco-il-primo-era-per-lui-il-cuore-pulsante-della-chiesa-il-secondo-lha-fatto-santo-oggi-vivrebbe-gli-attacchi-papa-francesco-co/" target="_blank">SAN ROMERO TRA PAOLO VI E FRANCESCO. Il primo era per lui il “cuore pulsante della Chiesa”, il secondo l’ha fatto santo. “Oggi vivrebbe gli attacchi a papa Francesco con lo stesso dolore con cui ha vissuto quelli a Paolo VI”</a></p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.terredamerica.com/2018/10/14/giustizia-per-romero-ripartono-le-indagini-dopo-38-anni-dimpunita-riprende-il-processo-per-identificare-assassini-e-mandanti-e-si-torna-parlare-di-una-pista-argentina/" target="_blank">GIUSTIZIA PER ROMERO. RIPARTONO LE INDAGINI. Dopo 38 anni d’impunità riprende il processo per identificare assassini e mandanti. E si torna a parlare di una “pista argentina”</a></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/16/san-romero-dottore-della-chiesa-la-richiesta-di-autorizzare-lapertura-del-dovuto-processo-lha-appena-fatta-larcivescovo-di-san-salvador-davanti-al-papa/">SAN ROMERO DOTTORE DELLA CHIESA? La richiesta di “autorizzare l&#8217;apertura del dovuto processo” l’ha appena fatta l’arcivescovo di San Salvador davanti al Papa</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>GIUSTIZIA PER ROMERO. RIPARTONO LE INDAGINI. Dopo 38 anni d’impunità riprende il processo per identificare assassini e mandanti. E si torna a parlare di una “pista argentina”</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Oct 2018 13:36:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alver Metalli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>È già santo, ma gli manca la giustizia terrena. E per i suoi assassini senza nome e senza volto non potrà esserci quel perdono che la Chiesa ha promesso quando verranno identificati. Intanto il cielo del Salvador continua a lacrimare copiosamente da due settimane. Gli effetti dell’uragano Michael, dicono qui, che però non hanno impedito [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/14/giustizia-per-romero-ripartono-le-indagini-dopo-38-anni-dimpunita-riprende-il-processo-per-identificare-assassini-e-mandanti-e-si-torna-parlare-di-una-pista-argentina/">GIUSTIZIA PER ROMERO. RIPARTONO LE INDAGINI. Dopo 38 anni d’impunità riprende il processo per identificare assassini e mandanti. E si torna a parlare di una “pista argentina”</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">È già santo, ma gli manca la giustizia terrena. E per i suoi assassini senza nome e senza volto non potrà esserci quel perdono che la Chiesa ha promesso quando verranno identificati. Intanto il cielo del Salvador continua a lacrimare copiosamente da due settimane. Gli effetti dell’uragano Michael, dicono qui, che però non hanno impedito il pellegrinaggio sino alla cattedrale e alla tomba di Romero, dove i salvadoregni si sono concentrati per seguire quello che il Papa faceva in piazza San Pietro con il loro illustre concittadino. Qualche giorno prima, sempre sotto la pioggia, c’è stata un’altra marcia, terminata in un luogo diverso da una piazza sacra, il Palazzo di Giustizia di San Salvador. Un pellegrinaggio devoto per accompagnare la santificazione di un martire il primo, una marcia con striscioni per reclamare una maggior celerità nel processo contro gli autori materiali e intellettuali dell’assassinio di monsignor Romero che da 38 anni sono nell’ombra.</p>
<p style="text-align: justify">Il momento per spingere verso la verità giudiziaria è ben scelto, per la canonizzazione dell’illustre vittima e per la riapertura delle indagini dopo che una sentenza del 12 maggio 2017 le ha finalmente riattivate mettendole nelle mani del giudice istruttore penale Rigoberto Chicas, quello che i salvadoregni conoscono bene per aver mandato in carcere per corruzione Antonio Saca, il loro presidente tra gli anni 2004 e il 2009. “È una persona molto seria e siamo convinti che il caso farà passi in avanti” commenta Ovidio Mauricio Gonzalez, di Tutela Legale, la storica istituzione fondata nel 1977 da monsignor Romero con il nome di Soccorso giuridico, poi trasformata in quello che è oggi dal suo amico e successore Arturo Rivera y Damas.</p>
<p style="text-align: justify">Non è facile credere che dopo quasi quattro decadi nessuno degli autori che hanno preso parte a questo crimine sia stato portato davanti ad un tribunale, e più ancora che non si sia celebrato un processo con indiziati attendibili. Ma è proprio così. Romero è anch’egli vittima della pace che voleva per il suo tormentato paese, perché gli accordi che hanno disarmato la guerriglia in Salvador nel 1992 hanno anche portato le parti in conflitto a non scavare più di tanto nelle atrocità commesse, per lasciarsele alle spalle in pro della futura concordia che sembrava finalmente di poter riuscire a conquistare. La legge di amnistia decretata dal presidente di Arena Alfredo Cristiani nel marzo 1993 ha così sepolto centinaia di processi già avviati nei tribunali del paese e stoppato la valanga che sarebbe arrivata con la nuova democrazia. Basti pensare che solo la Commissione per la Verità nella sua breve stagione si occupò di duemila casi, su 80 mila vittime seminate dalla guerra e 10 mila desaparecidos lasciati in eredità alla fine del conflitto. Poi, finalmente, la legge d’amnistia è stata dichiarata incostituzionale e derogata il 13 luglio 2016 e i processi hanno avuto via libera, anche quelli che si riferivano a casi già amnistiati. Ovidio Mauricio Gonzalez, che tra le altre cose ha certificato il trasferimento dei resti di Romero dalla vecchia tomba alla nuova con tanto di giuramento canonico l’11 marzo 2015, si dichiara soddisfatto per la riapertura e il nuovo titolare della causa. Nel suo ufficio oberato di fascicoli ci mostra uno ad uno gli 11 volumi di duecento e passa pagine ciascuno da poco consegnati nelle mani del nuovo giudice istruttore. Contengono ricostruzioni, deposizioni, testimonianze, articoli di giornali, verbali, mappe, nomi anche, e identikit, come quello del presunto assassino, alto, magro, dal volto spigoloso con barbetta e baffi descritto così da altri partecipanti del commando della morte. Una base indiziaria di grande valore che conferma o integra altri lavori come il rapporto della Commissione per la verità, che raccolse elementi praticamente conclusivi, o quello della Commissione interamericana dei diritti umani che ne ha seguito le tracce ed anche il gran volume di materiale riunito per il processo civile condotto in California, a Fresno, contro Álvaro Saravia, un nome su cui torneremo, che lo condannò a un risarcimento di 10 milioni di dollari e portò il giudice a scrivere nella sentenza che esisteva veramente uno squadrone della morte ed era comandato dal maggiore Roberto D’Abuisson. Alla domanda se il materiale riunito dalla Commissione per la verità sarebbe stato sufficiente per portare a giudizio e condannare il principale sospettato dell’assassinio, D’Aubuisson appunto, un assessore di peso della commissione, l’americano Douglas Cassel, dottore in giurisprudenza ad Harvard e oggi professore di diritto internazionale presso l&#8217;Università di Notre Dame, rispose un sì senza tentennamenti: &#8220;Se fosse stato possibile portarlo davanti a un tribunale, penso che il processo sarebbe terminato con una condanna. Nessuno dei commissari e nessuno dei tre consulenti avemmo il minimo dubbio in questo caso, perché intervistammo testimoni chiave, che sapevano cosa’era successo&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Il quotidiano argentino La Nación &#8211; e anche su questo ritorneremo &#8211; pubblicò in data 14 marzo 2018 un’intervista alla sorella minore di D’Abuisson, Marisa de Martínez, con il titolo “Mi hermano, el asesino de monseñor Oscar Romero”. La donna, all’epoca assistente sociale e molto attiva nelle comunità di base del Salvador, riferisce la visita nel sanatorio dove il fratello era ricoverato il giorno prima della morte. In quell’occasione, l’ultima da vivo, gli disse: «&#8221;Devi morire in pace, ti prego, affidati a Romero, chiedigli perdono con la parte più profonda del tuo cuore&#8221;. Lui aprì gli occhi per un momento, la avvicinò a sé fino a che non fu faccia a faccia e, incapace di parlare per la malattia, cominciò a piangere”».</p>
<p style="text-align: justify">Marisa D’Abuisson de Martínez oggi è in piazza San Pietro. Prima di partire per Roma ha rilasciato un’intervista a <i>El Faro</i> che il quotidiano ha pubblicato sabato 13 ottobre, vigilia della canonizzazione di monsignor Romero. Alla domanda di Roberto Valencia, firma di punta delle inchieste del giornale, se nutra dei dubbi sulla partecipazione del fratello all’assassinio la sorella rinnova questa risposta: «Purtroppo &#8230; per le cose che Roberto stava dicendo su Monsignore, per quel taccuino che gli trovarono [la cosiddetta “Agenda Saravia”] con quei dati, penso che si arruolò in quell&#8217;organizzazione, diciamo, creata per vedere come potevano mettere da parte definitivamente Romero. E, naturalmente, la sua penultima omelia può avere spinto anche coloro che ancora avevano dei dubbi”.</p>
<p style="text-align: justify">“Secondo le risultanze della Commissione per la Verità l’organigramma delle responsabilità dell’assassinio di Romero portava ad uno squadrone della morte organizzato da D’Abuisson e finanziato dal così chiamato gruppo di Miami, delle famiglie facoltose emigrate negli Stati Uniti” aggiunge l’avvocato Mauricio Gonzalez: “Il capitano Álvaro Saravia era l’amministratore dei fondi, l’economo per così dire, dell’autista si sa chi fosse, altri nomi sono conosciuti, anche se non di tutti si può precisare il ruolo avuto nell’operazione, non c’è certezza solo su chi abbia premuto il grilletto, sospetti sì”.</p>
<p style="text-align: justify">Da Roma dove si trova per la canonizzazione, il cardinale salvadoregno Gregorio Rosa Chávez è tornato a parlare di una “connessione argentina”, almeno per ciò che si riferisce all’addestramento del tiratore che ha sparato a Romero nel pomeriggio del 24 marzo 1980. Rosa Chávez ha indicato in “un sacerdote argentino” la propria fonte. Questi gli parlò di una &#8220;una scuola per addestrare i tiratori scelti” vicino alla città di residenza e di aver saputo che “chi ha ucciso Romero è venuto da lì&#8221;. Il cardinale ha raccontato a Roma che prima dell&#8217;omicidio, il nunzio apostolico in Argentina ha ricevuto un rappresentante dell&#8217;ambasciata americana che gli ha rivelato: &#8220;Romero è in pericolo, per favore ditegli che &#8211; forse &#8211; la prossima settimana sarà assassinato&#8221;. Allora il segretario dell&#8217;ambasciata vaticana a Buenos Aires chiamò il nunzio in Costa Rica, Lajos Kada, e lui, a sua volta, chiamò l&#8217;arcivescovo&#8221;. Rosa Chávez ha completato il suo racconto romano, alla vigilia della canonizzazione, confermando che anche nel diario che Romero era solito tenere si trova il riscontro alla pista argentina: “L&#8217;arcivescovo ha scritto nel suo diario: il nunzio mi ha chiamato e mi ha detto che forse la settimana prossima sarò ucciso. E immediatamente ha offerto la sua vita”. Poi Rosa Chávez ha proseguito: «Quando sono stato amministratore apostolico dopo la morte di (l’arcivescovo Arturo) Rivera e Damas, ho scritto a questo nunzio e gli ho chiesto su questo punto: &#8220;È vero, ho avvertito Romero&#8221; mi ha risposto. Quindi abbiamo dati concreti sulla pista argentina. Anche se il nome del cecchino ancora non lo sappiamo».</p>
<p style="text-align: justify">La pista argentina non è nuova neppure per l’avvocato Ovidio Mauricio Gonzalez, che ci parla di documenti declassificati nel paese sudamericano che fanno riferimento all’assassinio di monsignor Romero. “Del resto”, osserva, “non bisogna dimenticare che i regimi militari dell’epoca erano connessi tra di loro per far fronte a quella che chiamavano minaccia comunista continentale”.</p>
<p style="text-align: justify">Al reclamo perché questa volta si proceda con decisione all’accertamento della verità storica si è aggiunto in questi giorni anche un suggerimento preciso, messo nelle mani del nuovo magistrato per le indagini. Se n’è fatto portavoce Wilfredo Medrano, anch’egli di Tutela Legale, nonché rappresentante delle vittime del Mozote, uno dei peggiori massacri della storia dell’America Latina. Medrano ha spiegato che la petizione presentata al nuovo giudice istruttore del caso Romero alla fine della manifestazione davanti al Palazzo di Giustizia contiene anche la richiesta di emettere un’allerta rossa dell’Interpol “perché venga localizzato e deportato il militare Álvaro Saravia”.</p>
<p style="text-align: justify">Álvaro Saravia è un nome che ricorre in pressoché tutti i rapporti che sono stati redatti sino ad oggi sull’assassinio di monsignor Romero. “Venne condannato civilmente negli Stati Uniti a pagare 10 milioni di dollari di indennizzo ai famigliari, si dette alla fuga e oggi risiede in Honduras in un luogo sconosciuto” riassume l’avvocato Mauricio Gonzalez. Nell’agenda che venne sequestrata in una residenza di campagna dov’era riunito un gruppo di prominenti uomini di destra figurano pagamenti effettuati a vari attori di quella che viene denominata Operazione Pina, che potrebbe essere il nome in codice dell’operativo che si è concluso con l’assassinio di monsignor Romero. “Dall’agenda risulta che Saravia avrebbe chiesto due veicoli, uno per il franco tiratore e il conduttore, ed un secondo, per chi ha supervisionato l’azione da fuori” chiarisce Mauricio Gonzalez, che ci mostra la fotocopia della pagina dell’agenda con le annotazioni dei pagamenti effettuati ai membri del commando che il 24 marzo 1980 prese parte all&#8217;assassinio. Gregorio Rosa Chavez, non ancora cardinale, nel maggio del 2015, l’anno della beatificazione di Romero, ci raccontò della “lettera di una persona che abbiamo aiutato ad uscire dal paese. È passato del tempo, finché quest’uomo è ritornato in incognito in Salvador e ha accettato di parlare con un gruppo gli avvocati peruviani che ha lavorato sul caso dell’assassinio di monsignore. Nel verbale del dialogo mancava solo un punto: chi sparò. E questo continua senza essere stato chiarito”. Il profugo rientrato in incognito era proprio l’ex-capitano Álvaro Saravia. “Un giorno mi ha telefonato e mi ha detto di voler pulire la coscienza, che stava scrivendo un libro su Romero e aveva bisogno di vedermi” ha proseguito Rosa Chávez nell’intervista del 2015 a <i>Terre d’America</i>. “Non sapevo se credergli. Gli ho chiesto una prova. Mi ha mandato un emissario con una lettera firmata da lui. Poi è successo qualcosa di inaspettato, un giornalista lo intercettò. E a lui ha raccontato tutto”.</p>
<p style="text-align: justify">Il giornalista è Carlos Dada, fondatore e direttore del quotidiano on-line di El Salvador <i>El Faro</i> e il “tutto” lo si può leggere nell’intervista uscita con il titolo “Así matamos a monseñor Romero” il 22 marzo 2010. Nell’intervista Saravia dichiara di non aver partecipato alla pianificazione dell’assassinio, di non conoscere il cecchino, ma di averlo visto “entrare nell’auto”, di avere la barba, di avergli consegnato “personalmente mille <i>colones</i> che D’Abuisson aveva chiesto in prestito a Eduardo Lemus O´byrne”. D’Abuisson un paio di anni dopo l’assassinio di Romero fondò il partito Arena (Alianza Republicana Nacionalista) e ne divenne il massimo leader. Fu anche presidente dell&#8217;Assemblea costituente del 1983 e un membro di spicco della Lega mondiale anticomunista. Morì nel 1992 di cancro alla gola all’età di 47 anni, dopo aver portato il partito alla presidenza di El Salvador e poco prima della firma degli Accordi di pace che misero fine alla guerra civile in El Salvador.</p>
<p style="text-align: justify">Tra sospettati già morti, suicidi o suicidati, testimoni spariti, depistaggi vari adesso l’indagine sull’assassinio dell’uomo che Papa Francesco ha fatto santo può riprendere il cammino verso la verità. Perché la Chiesa – come ha ripetuto anche in questi giorni il cardinale Rosa Chavez – “vuole perdonare, ma l’elemento giustizia è condizione per il perdono”.</p>
<p style="text-align: justify"> <b><span style="text-decoration: underline">Articoli precedenti:</span></b></p>
<p style="text-align: justify"> <a href="http://www.terredamerica.com/2018/10/09/mentre-roma-il-papa-fara-santo-romero-salvador-ecco-il-programma-ufficiale-vigilia-di-festa-e-una-grande-processione-nella-notte-del-13-ottobre/" target="_blank">MENTRE A ROMA IL PAPA FARÁ SANTO ROMERO, IN SALVADOR… Ecco il programma ufficiale: vigilia di festa e una grande processione nella notte del 13 ottobre</a></p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.terredamerica.com/2018/10/11/san-romero-tra-paolo-vi-e-francesco-il-primo-era-per-lui-il-cuore-pulsante-della-chiesa-il-secondo-lha-fatto-santo-oggi-vivrebbe-gli-attacchi-papa-francesco-co/" target="_blank"><span style="font-size: 1em">SAN ROMERO TRA PAOLO VI E FRANCESCO. Il primo era per lui il “cuore pulsante della Chiesa”, il secondo l’ha fatto santo. “Oggi vivrebbe gli attacchi a papa Francesco con lo stesso dolore con cui ha vissuto quelli a Paolo VI”</span></a></p>
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		<title>DICHIARAZIONI D’AMORE NELL’IMMINENZA DELLA MORTE. Sono quelle dei santi Paolo VI e mons. Oscar Arnulfo Romero, a cui oggi la Chiesa invita a guardare con speranza</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2018/10/13/dichiarazioni-damore-nellimminenza-della-morte-sono-quelle-dei-santi-paolo-vi-e-mons-oscar-arnulfo-romero-cui-oggi-la-chiesa-invita-guardare-con-speranza/</link>
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		<pubDate>Sat, 13 Oct 2018 12:48:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Fra poche ore la Chiesa proclamerà santi l’arcivescovo martire, Oscar Arnulfo Romero e il papa Paolo VI. In questi giorni ho riletto i loro scritti sull’imminenza della morte, avvenuta a poca distanza l’una dall’altra (il papa bresciano nell’agosto 1978, l’arcivescovo di San Salvador, nel marzo 1980). Entrambi ebbero coscienza della loro fine vicina e affidarono [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/13/dichiarazioni-damore-nellimminenza-della-morte-sono-quelle-dei-santi-paolo-vi-e-mons-oscar-arnulfo-romero-cui-oggi-la-chiesa-invita-guardare-con-speranza/">DICHIARAZIONI D’AMORE NELL’IMMINENZA DELLA MORTE. Sono quelle dei santi Paolo VI e mons. Oscar Arnulfo Romero, a cui oggi la Chiesa invita a guardare con speranza</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Fra poche ore la Chiesa proclamerà santi l’arcivescovo martire, Oscar Arnulfo Romero e il papa Paolo VI. In questi giorni ho riletto i loro scritti sull’imminenza della morte, avvenuta a poca distanza l’una dall’altra (il papa bresciano nell’agosto 1978, l’arcivescovo di San Salvador, nel marzo 1980). Entrambi ebbero coscienza della loro fine vicina e affidarono ad un diario le loro ultime confidenze. Di fronte alla morte è difficile barare. Essa mette a nudo la nostra umanità, svela le nostre paure ma anche i pensieri e i desideri più segreti.</p>
<p style="text-align: justify">Lo scritto di Paolo VI – “Pensiero alla morte” &#8211; è una vera dichiarazione d’amore, alla Chiesa, recitata con il pudore di un innamorato timido, come lui era: “Potrei dire di averla sempre amata e che per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto”. Poi aggiungeva: “Ma vorrei che la chiesa lo sapesse e che io avessi la forza di dirglielo come una confidanza del cuore, che solo all’estremo momento della vita si ha il coraggio di fare”. Fu il gesuita Paolo Dezza, confessore di Paolo VI, a farmi conoscere negli anni 80 questo testo. Ricordo i suoi occhi lucidi, mentre me ne parlava, durante un’intervista.</p>
<p style="text-align: justify">Anche monsignor Romero ebbe coscienza della sua fine vicina. Una morte violenta, annunciata da molte minacce e informative provenienti da diverse fonti. Un mese prima dell’omicidio – nel febbraio 1980 &#8211; aveva ricevuto dal nunzio in Costarica, mons. Kada Lajos, ecclesiastico ungherese, la segnalazione attendibile di un pericolo imminente. Secondo il cardinale Rosa Chavez il nunzio l’aveva ricevuta dall’Argentina, dove i militari al potere tenevano sott’occhio Romero e certo lo consideravano un nemico. “Accetto con fede la mia morte – annotava Romero nei suoi quaderni– per quanto difficile essa sia. Né voglio darle un’intenzione, come vorrei, per la pace del mio Paese e per la crescita della nostra Chiesa … Perché il cuore di Cristo saprà darle il destino che vuole&#8230; A me basta, per essere felice, sapere che nonostante i miei peccati in Lui ho riposto la mia fiducia e non resterò confuso… Gesù Cristo aiutò i martiri e, se ce ne sarà bisogno, lo sentirò vicino quando gli affiderò il mio ultimo respiro”.</p>
<p style="text-align: justify">Due santi, non due eroi. Nulla di ciò che hanno vissuto, sofferto, amato, nulla di ciò per cui hanno lottato, sarebbe spiegabile senza questa loro fede. La loro grandezza umana, la loro umanità così mirabile fatta insieme di coraggio e discrezione, forza e delicatezza, poggia tutta qui. Alla loro fede oggi la Chiesa ci invita a guardare, con riconoscenza e gratitudine.</p>
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		<title>LA NUOVA DESTRA LATINOAMERICANA FIRMATA BOLSONARO. Non è figlia delle transizioni democratiche di fine secolo ma di una genuina nostalgia per i regimi militari e anticomunisti della Guerra Fredda</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2018/10/13/la-nuova-destra-latinoamericana-firmata-bolsonaro-non-e-figlia-delle-transizioni-democratiche-di-fine-secolo-ma-di-una-genuina-nostalgia-per-regimi-militari-e-anticomunisti-della-guerra-fredda/</link>
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		<pubDate>Sat, 13 Oct 2018 02:41:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>In gran parte dell&#8217;opinione pubblica latinoamericana, l&#8217;uno o l&#8217;altro polo dello spettro ideologico, viene gestita un&#8217;idea astorica di sinistra e di destra. Si pensa che la destra e la sinistra siano state la stessa cosa per decenni e così come quelli della sinistra odierna sono figli di Fidel, Allende, Lula, Chávez e Ortega, indipendentemente dalle [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/13/la-nuova-destra-latinoamericana-firmata-bolsonaro-non-e-figlia-delle-transizioni-democratiche-di-fine-secolo-ma-di-una-genuina-nostalgia-per-regimi-militari-e-anticomunisti-della-guerra-fredda/">LA NUOVA DESTRA LATINOAMERICANA FIRMATA BOLSONARO. Non è figlia delle transizioni democratiche di fine secolo ma di una genuina nostalgia per i regimi militari e anticomunisti della Guerra Fredda</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">In gran parte dell&#8217;opinione pubblica latinoamericana, l&#8217;uno o l&#8217;altro polo dello spettro ideologico, viene gestita un&#8217;idea astorica di sinistra e di destra. Si pensa che la destra e la sinistra siano state la stessa cosa per decenni e così come quelli della sinistra odierna sono figli di Fidel, Allende, Lula, Chávez e Ortega, indipendentemente dalle enormi differenze tra questi leader, gli attuali <i>derechistas</i> sono gli eredi di Pinochet, Videla, le giunte militari brasiliane e uruguaiane e la politica neoliberale degli anni ’90.</p>
<p style="text-align: justify">Per quanto brutale sia questa semplificazione della storia, il suo peso nella sfera pubblica è evidente. Il trionfo del candidato di destra brasiliano, Jair Bolsonaro, nelle recenti primarie nel più grande paese dell’America Latina, può aiutare ad abbandonare questi stereotipi. A mano a mano che la campagna presidenziale in Brasile avanza, si vedrà che Bolsonaro rappresenta una destra diversa da quella che abbiamo visto finora in America Latina. Una destra che non proviene dalle transizioni democratiche di fine secolo, o dal neoliberalismo globalizzante, ma da una genuina nostalgia per i regimi militari e anticomunisti della Guerra Fredda.</p>
<p style="text-align: justify">Nessuno dei leader della destra attualmente al governo in America Latina, l&#8217;argentino Mauricio Macri, il cileno Sebastián Piñera o il colombiano Ivan Duque, condivide gli accenti del discorso di Bolsonaro: razzismo, maschilismo, misoginia, omofobia, anticomunismo, militarismo. Sebbene anche questi tre leader reagiscano contro la sinistra dei loro rispettivi paesi, il kirchnerismo in Argentina, il socialismo democratico della Concertación in Cile, Gustavo Petro e, in misura minore, le FARC in Colombia, nessuno di loro rifiuta le transizioni democratiche degli anni ’80.</p>
<p style="text-align: justify">Bolsonaro sì, lo fa. La sua destra non è neoliberale ma reazionaria. Si potrebbe definire come nostalgica per l&#8217;autoritarismo della Guerra Fredda, con un effetto retorico molto simile a quello della sinistra bolivariana, che pure rifiuta le democratizzazioni. Bolsonaro e Maduro, un populista di destra e un altro di sinistra, condividono una simile identificazione della democrazia con una farsa, in cui predominano la corruzione e la demagogia. Entrambi sfidano le correzioni politiche introdotte dal cambiamento costituzionale degli ultimi decenni.</p>
<p style="text-align: justify">La questione inderogabile è se questa nuova destra impersonificata da Bolsonaro avrà un effetto contagioso sulla classe politica latino-americana. Se le altre destre latinoamericane, che fino ad ora hanno proiettato un diverso repertorio ideologico, si uniranno alla rotta aperta da Bolsonaro e che, a quanto pare, possono rinnovare la base sociale del conservatorismo della regione. Resta da vedere se, come ci si può aspettare, questa nuova destra riuscirà a sintonizzarsi meglio con Donald Trump e il populismo di destra negli Stati Uniti. Se ciò accadesse, Bolsonaro potrebbe essere l&#8217;autore di un vero incubo nel 21° secolo.</p>
<p style="text-align: justify">*Storico e critico letterario, nato a Santa Clara, Cuba, nel 1965.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.razon.com.mx/bolsonaro-y-la-nueva-derecha-latinoamericana/" target="_blank">La Razón (Messico)</a></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 1em">Traduzione dallo spagnolo di Elisabetta Fauda</span></p>
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		<title>SAN ROMERO TRA PAOLO VI E FRANCESCO. Il primo era per lui il “cuore pulsante della Chiesa”, il secondo l’ha fatto santo. “Oggi vivrebbe gli attacchi a papa Francesco con lo stesso dolore con cui ha vissuto quelli a Paolo VI”</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Oct 2018 01:07:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Un pezzetto di El Salvador sta lasciando il paese a piccoli sciami dall’aeroporto internazionale monsignor Romero con scalo a Roma. Sono coloro che alla canonizzazione del beato Romero devono esserci, i vescovi, il cardinale Rosa Chávez, alcuni rappresentanti del governo, i familiari viventi del ramo materno di donna Guadalupe Galdámez e del paterno don Santos [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/11/san-romero-tra-paolo-vi-e-francesco-il-primo-era-per-lui-il-cuore-pulsante-della-chiesa-il-secondo-lha-fatto-santo-oggi-vivrebbe-gli-attacchi-papa-francesco-co/">SAN ROMERO TRA PAOLO VI E FRANCESCO. Il primo era per lui il “cuore pulsante della Chiesa”, il secondo l’ha fatto santo. “Oggi vivrebbe gli attacchi a papa Francesco con lo stesso dolore con cui ha vissuto quelli a Paolo VI”</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Un pezzetto di El Salvador sta lasciando il paese a piccoli sciami dall’aeroporto internazionale monsignor Romero con scalo a Roma. Sono coloro che alla canonizzazione del beato Romero devono esserci, i vescovi, il cardinale Rosa Chávez, alcuni rappresentanti del governo, i familiari viventi del ramo materno di donna Guadalupe Galdámez e del paterno don Santos Romero, poi tantissimi altri che possono permettersi di fare il viaggio intercontinentale, ma anche chi non potrebbe permetterselo ed ha deciso di dar fondo ai risparmi di una vita per partecipare di persona ad un momento che per El Salvador storico lo è di certo. Cinquemila connazionali, assicura il cardinale Gregorio Rosa Chávez, più altri duemila che arriveranno da tante parti del mondo dove questo popolo di migranti che sono i salvadoregni si è stabilito nel corso dei difficili anni della guerra civile. C’è però un altro pezzo di popolazione, ben più numeroso di quello viaggiante, che si prepara al pellegrinaggio in loco, quello che la notte tra sabato e domenica partirà da piazza Salvador del Mundo per accompagnare la cerimonia romana fino al luogo dove ci sono i resti di Romero, nel sottosuolo della cattedrale metropolitana di San Salvador. Quattro chilometri più o meno che sfioreranno la piccola cappella della Divina Provvidenza dove Romero viveva e dove è stato assassinato in un caldo pomeriggio di 38 anni fa mentre celebrava messa per il primo anniversario della scomparsa di Sara Meardi de Pinto, la madre di un amico che dirigeva un quotidiano salvadoregno.</p>
<p style="text-align: justify">Non è cambiata molto da quel 24 marzo la piccola cappella che sorge giusto di fianco all’ospedale per malati terminali di cancro dedicato alla provvidenza divina. A sinistra dell’altare c’è la sbiadita Madonna di Guadalupe di allora, la facciata è stata riverniciata mantenendo la primitiva tonalità bianco-sporco ed una rampa per handicappati adesso arriva sino alla soglia della chiesa, perché sono molti i disabili che visitano “l’area martoriale” come vengono chiamati i pochi metri quadrati attorno all’altare che verranno recintati prossimamente. La strada che passa davanti all’ingresso della cappella, <i>calle</i> dell’ospedalino la chiamano i locali, fino al parcheggio dell’ospedale è pulita e piastrellata con materiali antiscivolo che all’epoca non c’erano. Ospedale e cappella sono quasi un tutt’uno, separati solo da piante floreali dai colori sgargianti che non fanno certo pensare alla scena di un assassinio atroce con i suoi semioscuri autori celati nell’ombra. E invece sembra di vederla la Volkswagen Passat che transita una prima volta davanti alla cappella, posteggia sul piazzale di fronte all’ospedale, torna indietro e si ferma sul ciglio della strada proprio di fronte alla porta aperta, il finestrino che si abbassa, la sottile canna del fucile di precisione che sporge alcuni centimetri, lo sparo, il piccolo proiettile calibro.22 che percorre i trenta metri e dieci centimetri di distanza per conficcarsi nel torace del celebrante mentre distende il corporale sull’altare poco prima di iniziare la consacrazione delle ostie. Madre Luz Isabel Cueva, una religiosa messicana molto vicina a Romero che si prendeva cura dei malati terminali nel vicino ospedale ricorderà così quel momento. “Si sentì l’esplosione di una bomba, non so perché. Vidi una nuvola bianca che gli coprì la faccia. <i>Monseñor</i> afferrò la tovaglia e la tirò indietro, il ciborio si rovesciò e si dispersero le ostie senza essere state consacrate. In quel momento monsignore cadde a faccia in su, ai piedi del Cristo”. L’auto con il cecchino e l’autista riparte e passa davanti alla casa di Romero per poi percorrere un tratto di <i>avenida</i> del Rocio, immettersi in <i>avenida</i> Toluca e scomparire nel traffico della capitale salvadoregna.</p>
<p style="text-align: justify">La casa dove viveva monsignor Romero dista non più di settanta metri dalla cappella dove celebrava. Fu costruita dalle monache carmelitane poco dopo che Romero, arcivescovo di recente nomina, rifiutò di vivere nel palazzo arcivescovile come un papa Francesco ante litteram. Mentre lo stavano costruendo, dormiva in una piccola stanza dietro l&#8217;altare della cappella dove celebrava messa per le suore e dove è stato assassinato. Oltrepassando il portone d’ingresso c’è ancora la Toyota Corona che era solito usare, ed una parete tappezzata di ex voto che da tempo non ha più un solo centimetro libero per aggiungervene un altro.</p>
<p style="text-align: justify">All’interno della casa, in una teca di vetro, è appesa la camicia grigia perforata da un forellino sotto il taschino sinistro che indossava il giorno fatidico della morte. Un buchetto millimetrico circondato da una macchia di sangue essiccato da cui è penetrato il piccolo proiettile che ha fatto scempio delle viscere soffocando la vittima nel proprio sangue. Ma è la stanza di Romero che colpisce per la sua essenzialità, non più di due metri quadrati, una piccola scrivania con sopra la copia in gesso di una pietà, la macchina da scrivere IBM a tasti meccanici, un registratore Bigston a cassetta con microfono incorporato dove registrava il diario, una pratica costante di tutta la vita che solo lo sparo ha interrotto. Un’unica foto sul comodino, un ritratto classico di Paolo VI di 10 cm per 15 e alla parete, appeso, un portaritratti in vetro comune con nove fotografie, tutte di Romero con il “suo” Papa.</p>
<p style="text-align: justify">Uniti in vita e in morte. Uniti nella santità che un papa latino-americano proclamerà domenica mattina. E uniti dal martirio, come dirà il postulatore di Romero il vescovo italiano Vincenzo Paglia. Una comparazione molto indovinata anche per il gesuita padre Bartolomeo Sorge, perché “uno ha dato la vita per la Chiesa promovendo il Concilio Vaticano II nonostante le critiche, le offese, il danno arrecato alla sua persona, l’altro amando Paolo VI e la rotta lungo cui voleva incamminare la Chiesa”. E di martirio, come si ricorderà, ha parlato anche il Papa regnante ai partecipanti al pellegrinaggio da El Salvador in ringraziamento per la beatificazione di Romero, il 23 maggio 2015: “Il martirio di mons. Romero non fu solo nel momento della sua morte: iniziò prima, ma iniziò con le sofferenze per le persecuzioni precedenti alla sua morte e continuò anche posteriormente perché non bastava che fosse morto: fu diffamato, calunniato, infangato. Il suo martirio continuò anche per mano dei suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato”.</p>
<p style="text-align: justify">Il rapporto di Romero con Paolo VI è di straordinaria importanza nella vita del santo salvadoregno. Ne trarrà ispirazione negli anni della gioventù, ne riceverà conforto nei momenti difficili, e difesa dagli attacchi. “Tra loro c’è stata una relazione maestro-alunno” ci dice il sacerdote Rafael Urrutia, che ha propiziato per una vita la conclusione a cui si è giunti oggi con un Papa latino-americano. “Romero si era affezionato molto all’insegnamento di Paolo VI, che lo eleverà all’episcopato come vescovo di Santiago de María, poi ausiliare e arcivescovo di San Salvador”. Urrutia considera che non si possa capire Romero senza “le tre devozioni che alimentarono il suo fruttuoso ministero: il Santissimo Sacramento, la Beata Vergine Maria e la Chiesa, che materializzava nella persona del Papa”». Il suo lemma episcopale <i>Sentir con la Iglesia</i> (sentire con la chiesa, avere gli stessi sentimenti) per Romero si traduceva in un “sentire con il Papa”. Più tardi aggiungerà nella vita da arcivescovo una quarta devozione quella al Sacro Cuore di Gesù, a cui aveva consacrato tutta la sua vita e che rinnovava tutti i mesi».</p>
<p style="text-align: justify">Urrutia è parroco di una popolosa parrocchia che oggi porta il nome di Romero. Lì custodisce archivi importanti che tanto sono serviti alla causa di canonizzazione. Estrae qualche foglio da un corposo volume che raccoglie tutte le omelie pronunciate da Romero. «Il 2 luglio 1978, Monsignor Romero riprese la sua solita predicazione domenicale, dopo un viaggio che dovette fare a Roma per chiarire a papa Paolo VI &#8220;alcuni fraintendimenti derivanti da informazioni false o interessate&#8221;» spiega Urrutia. «Gli piaceva molto trascorrere qualche giorno a Roma con il successore di Pietro, che gli dava l&#8217;opportunità di sentirsi con la Chiesa e di vivere molto da vicino la comunione con il Romano Pontefice, &#8220;perché là dove sanno già quanto amo e sostengo la Sede del Successore di Pietro, non potrebbero dubitare della mia fedeltà al Papa&#8221; commentava con i suoi». A Roma ebbe un incontro riconfortante con Paolo VI. «Una volta in patria, nella celebrazione di quel giorno, parla al suo popolo dell’esperienza vissuta a Roma come di un tornare al cuore della Chiesa, a nutrirsi del sangue stesso della Chiesa personificata in Paolo VI». Urrutia legge: &#8220;Quando vedevo circolare accanto alla tomba di San Pietro o accanto alla cattedra del Papa pellegrinaggi da ogni parte del mondo, mi sembrava qualcosa così come il flusso sanguigno dell&#8217;umanità che passa attraverso il cuore per ossigenare tutta la Chiesa. Perché questo è il Papa: il cuore della Chiesa!&#8221;. Le nove fotografie di quella giornata romana con Paolo VI sono quelle appese nella minuscola stanza dove Romero è vissuto gli ultimi anni.</p>
<p style="text-align: justify">Chiediamo a Urrutia se immagina come si comporterebbe oggi Romero di fronte agli attacchi a papa Francesco, ultimo dei quali quello di un suo stretto collaboratore, l’ex nunzio a Washington Carlo Maria Viganò. “Sicuramente lo avrebbero fatto soffrire, l’avrebbe sentito come un attacco a tutta la Chiesa, e ci avrebbe messo tutti in ginocchio a pregare per il Papa”.</p>
<p style="text-align: justify">Paolo VI e monsignor Romero si videro l’ultima volta il 21 giugno 1978, un mese e mezzo prima della morte di Montini. Sul suo diario Romero ricorderà quell’incontro con particolare affetto. Scrive che il Papa con lui fu “cordiale, generoso, l’emozione di quel momento non mi permette di ricordare parola per parola”. Montini gli disse di capire il suo difficile lavoro, “che può non essere compreso, necessita di molta forza e pazienza”. Con quell’incoraggiamento finale che tanto sostenne Romero: “Anche se so che non tutti la pensano come lei nel suo Paese, proceda con coraggio, con pazienza, con forza, con speranza”.</p>
<p style="text-align: justify">L’anno seguente Romero tornò a Roma. Fece anticamera con Giovanni Paolo II poi andò a pregare davanti alla tomba del “suo” Papa per trarre quel conforto che probabilmente non aveva ricevuto: “Mi ha impressionato, più di tutte le altre, per la sua semplicità”, dettò al vecchio registratore Bigston: “Ho sentito un’emozione speciale nel pregare sulla tomba di Paolo VI, di cui sono andato ricordando tante cose dei suoi dialoghi con me, durante le visite che ho compiuto ed avendo la fortuna di essere ammesso in sua presenza privata”. Il dialogo adesso continuerà, tra due santi.</p>
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		<title>PROSPETTIVA SCICLUNA. I probabili futuri passi per combattere e sconfiggere la pedofilia clericale anticipati dall’uomo di fiducia di Papa Francesco su questo fronte</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Oct 2018 11:35:30 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">L&#8217;arcivescovo de La Valletta (Malta) e Presidente emerito del Collegio per l&#8217;esame dei ricorsi alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la dottrina della fede (2002-2012), mons. Charles Scicluna, nel corso del briefing sui lavori in corso della XV Assemblea sinodale dedicata ai giovani, ovviamente si è soffermato sulla materia che conosce di più e meglio e per la quale la Chiesa Cattolica, gli ultimi pontefici e gli Episcopati del mondo gli riconoscono la più alta autorevolezza e grande prestigio. È stato lui, come inviato dei Papi, a sistemare vicende ingarbugliate e delicate in diversi luoghi del pianeta. Riflettendo pacatamente sulla questione, mons. Scicluna ha dato un sereno sguardo indietro e soprattutto ha provato a illustrare probabili condotte della gerarchia cattolica nel futuro e lo ha fatto con una prima affermazione molto impegnativa. Ha detto: viviamo «un momento molto importante perché uno dei frutti può essere diventare più umili, e non c’è altra strada all’umiltà che l’umiliazione». Su <i>Vatican Insider</i>, I. Scaramuzzi racconta: &#8220;La sua presenza al briefing quotidiano sul Sinodo sui giovani in corso in Vaticano (3-28 ottobre) si è inevitabilmente trasformata in una conferenza stampa sulla cronaca degli ultimi mesi e sulle prospettive del futuro prossimo. L’assemblea sinodale, ha precisato il presule maltese, non è il luogo da cui attendersi «risposte veloci» al tema – «tremendamente tragico» – degli abusi sessuali, mentre i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo convocati dal Papa a febbraio per un vertice <i>ad hoc</i> sarà l’occasione di affrontare questioni come la maggiore responsabilizzazione (<i>accountability</i>) dei vescovi, la lentezza della giustizia ecclesiale, la cooperazione necessaria con le autorità civili&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Puntuali e precise le parole di mons. Scicluna sul prossimo vertice delle Conferenze episcopali. Saranno affrontate questioni come:</p>
<p style="text-align: justify"><b>1</b>) maggiore responsabilizzazione dei vescovi;</p>
<p style="text-align: justify"><b>2</b>) la lentezza della giustizia ecclesiale;</p>
<p style="text-align: justify"><b>3</b>) la cooperazione necessaria con le autorità civili.</p>
<p style="text-align: justify">Più avanti mons. Scicluna ha precisato ancora che occorre:</p>
<p style="text-align: justify"><b>4</b>) andare alla radice del problema, il clericalismo, brodo di coltura di una perversione del ministero sacerdotale;</p>
<p style="text-align: justify"><b>5</b>) contrastare la tendenza a trattare il ministero come una fonte di potere;</p>
<p style="text-align: justify"><b>6</b>) lavorare con spirito rinnovato sulla la questione della formazione del clero e della selezione dei canditati al sacerdozio;</p>
<p style="text-align: justify"><b>7</b>) costante e seria cooperazione con le autorità civili. Ugualmente importante ciò che si fa e ciò che non si fa</p>
<p style="text-align: justify">Mons. Scicluna ha poi spiegato: “Bisogna andare alla radice degli abusi, aumentare la responsabilizzazione. E non solo per quello che facciamo, ma anche per quanto non facciamo, come ha chiarito il Santo Padre con il <i>Motu proprio</i> sui vescovi negligenti, che è stato un messaggio molto forte. Noi vescovi che siamo responsabili solo di fronte a Dio o alla nostra coscienza ma anche di fronte al nostro popolo”. (…) “La questione degli abusi sessuali dei minori è nell’<i>Instrumentum laboris</i>, al punto 66, quindi non è qualcosa che entra dalla finestra, era un tema già presente. È una esperienza che alcuni giovani hanno fatto della Chiesa, vedendo uomini di Chiesa che dicono una cosa e ne fanno un’altra. La mia impressione è che il tema sia stato affrontato in tutti i gruppi linguistici, che è un tema generale che dovrà trovare più spazio nel documento finale. Sappiamo che la maggior parte delle vittime sono giovani, bisogna parlare delle ferite inflitte proprio da coloro che avrebbero dovuto curarsi di loro: è più che tragico, è tremendamente tragico. E Papa Francesco, circondato dai vescovi di tutto il mondo, ha lo stesso desiderio di passare dalle belle parole alle azioni, per far sì che la Chiesa sia un luogo più sicuro, e condurre le diverse culture ad applicare la lettera circolare che la Congregazione per la Dottrina della fede ha inviato alle Conferenze episcopali di tutto il mondo nel 2011 per proporre linee-guida poi riviste dalla stessa congregazione&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify"><b>Santità e peccato</b><b>.</b> “Cosa penso di persone che dicono “voi fate una cosa e ne dite un’altra, vergogna!”? Penso che abbiano ragione. Dobbiamo vergognarci. E penso che non ci sia altro modo che l’umiltà, e il silenzio. Non ho una ricetta istantanea, a volte queste cose prendono molto più tempo di quanto ci si immagini. Al tempo stesso penso che ci siano molti preti santi lì fuori. Come ha scritto il Papa, la santità è l’incontro della mia debolezza con la misericordia di Dio. E ci sono tanti preti che vivono santamente e cambiano la vita delle persone. Questo miracolo succede ogni giorno e sicuramente non conquista i titoli dei giornali, come fanno le lettere e le contro-lettere, ma succede tutti i giorni. Non lo credo: lo vedo tutti i giorni. Dovremmo avere questo forte senso della realtà, non pensare che le lettere che ci mandiamo siano la cosa più importante nella Chiesa, perché altrimenti viviamo in una bolla. Quando incontri persone che hanno cambiato la vita incontrando un santo sacerdote lo capisci, anche se fa più notizia un albero che brucia che una foresta che cresce”.</p>
<p style="text-align: justify"><b>L’Incontro a febbraio dei Presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo</b><b> </b>Guardando verso questo importante e decisivo appuntamento, mons. Scicluna ha osservato:<b> </b>“Il Sinodo, però, non è sugli abusi. Abbiamo un importante incontro a febbraio, con i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo – ha ricordato Scicluna – e penso che quello sarà il momento dove dobbiamo porre la questione non solo della prevenzione ma anche della responsabilizzazione: penso che quello sia il luogo migliore. Non mi aspetto risposte veloci a questo Sinodo, ci sono molte altre questioni in discussione, ma l’incontro di febbraio è l’incontro giusto per queste questioni”. (…) “Ci si attende una maggiore responsabilizzazione dei vescovi» e «credo che dobbiamo fidarci di Papa Francesco perché si realizzi un sistema dove c’è maggiore responsabilizzazione». Al vertice di febbraio, del quale «per fortuna non sono il responsabile», ha aggiunto Scicluna, «da vescovo, presidente della piccola Conferenza episcopale maltese, penso che innanzitutto dobbiamo realizzare, pur venendo da Paesi e culture diverse, che quello degli abusi sessuali non è un problema legato ad una singola cultura o ad una singola parte geografica del mondo, come in passato qualcuno ha detto. Poi, certo, diverse culture hanno diversi modi di affrontare il problema sul terreno, ci sono culture nelle quali la vergogna è il maggiore impedimento a scoprire l’abuso. Ma dobbiamo andare alla radice del problema: Papa Francesco lo chiama clericalismo e dobbiamo essere più concreti per dire cosa significa questo brodo di coltura, questa perversione del ministero, dobbiamo contrastare la tendenza a trattare il ministero come una fonte di potere. E poi c’è la questione della formazione del clero, della selezione. E ancora il tema della cooperazione con le autorità civili. Fondamentale è dare alle nostre comunità delle risposte, perché il problema ci riguarda tutti e ovunque”.</p>
<p style="text-align: justify"><b>Caso McCarrick</b><b>. </b>I. Scaramuzzi infine racconta nella sua cronaca del briefing: “A chi domandava, in evidente riferimento al caso del cardinale Theodore McCarrick, se la Chiesa non dovrebbe considerare gli abusi sessuali sui maggiorenni con la stessa severità degli abusi sessuali sui minorenni e sugli adulti vulnerabili, Scicluna ha risposto ricordando che già l’equiparazione degli adulti con disabilità ai minorenni, nel diritto ecclesiale relativo a questo crimine, è uno «sviluppo nella legge della Chiesa» introdotto da Benedetto XVI. «Non so se la legge si svilupperà ulteriormente, ma penso che la questione vada presa in considerazione», non, ad ogni modo, a questo Sinodo ma sempre all’incontro di febbraio”.</p>
<p style="text-align: justify"><b>Giustizia della Chiesa a volte troppo lenta</b>. “Quel che mi duole, magari – ha detto ancora l’arcivescovo – è che la giustizia (ecclesiale, <i>ndr</i>) a volte prende un tempo che è un po’ esagerato, e questo è problema che addolora molto Papa Francesco, lo so da testimone diretto quanto il Papa soffra per la lentezza. Ma c’è anche la giustizia civile che bisogna rispettare, perché le risposte non devono essere solo in seno alla Chiesa, ma se il delitto è civile bisogna rispettare la giurisdizione civile e sottomettere il colpevole – come dice Benedetto XVI nella Lettera ai fedeli irlandesi – alle conseguenze delle sue azioni deliberate. Come vescovo, adesso, sono dall’altra parte della scrivania, vivo questa esperienza come pastore del mio popolo: padre per il prete che pecca, padre per la vittima. Questa è una scissione tragica per il vescovo.</p>
<p style="text-align: justify"><b>Arrivare alla verità è fondamentale</b><b>. </b>Cercare la verità è essenziale, ma ho imparato, nel mio servizio alla mia Chiesa &#8211; una piccola Chiesa &#8211; che devo avere l’aiuto di chi è esperto, non posso fidarmi solo della mia prudenza, perché c’è un’emozione spirituale, c’è una vicinanza che non mi permette la distanza necessaria per un giudizio sereno. Per questo ho creato un gruppo di laici esperti che fanno l’indagine e mi danno le indicazioni per un giudizio, e questo mi lascia abbastanza sereno di esser un pastore a servizio della verità e dell’incolumità del mio popolo».</p>
<p style="text-align: justify"><b>Alle vittime …</b><b> </b>Ai giovani che hanno subito un abuso «ho poco da dire: preferirei piangere con loro, come mi è capitato molte volte. Davanti a questa tragedia il silenzio e il pianto sono la prima risposta. Ma poi c’è grande sete di verità e giustizia, che non è incompatibile con la misericordia, perché tutti abbiamo bisogno di misericordia ma la misericordia è vuota se non rispetta la verità. Bisogna dire peccato al peccato, questa è la giustizia. Quando Papa Francesco parla di santità, nella <i>Gaudete et Exsultate</i>, ricorda che Gesù parlava di “sete e fame” di giustizia perché la sete e la fame sono l’istinto più forte: è come se senza giustizia non potessimo vivere perché la sete e la fame di giustizia sono radicali, fondamentali. E quando incontro vittime – ormai non più giovani perché per parlare di esperienza dolorosa a volte servono anni – trovo una grande sete e fame di giustizia, che io condivido».</p>
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		<title>L’AMAZZONIA PUÓ SALVARE VITE. Ricercatori osservano che una pianta uccide cellule cancerogene nel fegato. Lo studio pubblicato sulla rivista scientifica &#8220;Heliyon&#8221;</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2018/10/03/lamazzonia-puo-salvare-vite-ricercatori-osservano-che-una-pianta-uccide-cellule-cancerogene-nel-fegato-lo-studio-pubblicato-sulla-rivista-scientifica-heliyon/</link>
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		<pubDate>Wed, 03 Oct 2018 12:45:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>E se dal pianeta verde venisse la salvezza? Non quella eterna, naturalmente, ma quella fisica, dalle malattie, o almeno da alcune delle più mortifere? Potrebbe essere, stando ai risultati di uno studio appena pubblicato dalla rivista scientifica &#8220;Heliyon&#8221; su una pianta dell’amazzonia colombiana, la Vismia baccifera, che “indurrebbe stress ossidativo nelle cellule cancerogene umane fino [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/03/lamazzonia-puo-salvare-vite-ricercatori-osservano-che-una-pianta-uccide-cellule-cancerogene-nel-fegato-lo-studio-pubblicato-sulla-rivista-scientifica-heliyon/">L’AMAZZONIA PUÓ SALVARE VITE. Ricercatori osservano che una pianta uccide cellule cancerogene nel fegato. Lo studio pubblicato sulla rivista scientifica &#8220;Heliyon&#8221;</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">E se dal pianeta verde venisse la salvezza? Non quella eterna, naturalmente, ma quella fisica, dalle malattie, o almeno da alcune delle più mortifere? Potrebbe essere, stando ai risultati di uno studio appena pubblicato dalla rivista scientifica &#8220;Heliyon&#8221; su una pianta dell’amazzonia colombiana, la Vismia baccifera, che “indurrebbe stress ossidativo nelle cellule cancerogene umane fino a condurle alla morte cellulare”, un processo – e qui viene la parte interessante – “che riguarderebbe solo le cellule tumorali e non quelle sane”.</p>
<p style="text-align: justify">Le prime conclusioni in questo senso le espone un lavoro di ricerca svolto presso la Facoltà di Medicina dell&#8217;Università del Paese Basco (UPV/EHU) che avrebbe decifrato il meccanismo antitumorale che una pianta amazzonica colombiana esercita sulle cellule di cancro del fegato umano. &#8220;Le popolazioni indigene la usano per la sua capacità antinfiammatoria, o per le malattie delle vie urinarie, o per le malattie della pelle, ma l&#8217;abbiamo scelta perché negli studi precedenti avevamo visto che ha la più grande capacità antitumorale nelle cellule di cancro al fegato che abbiamo usato&#8221;, spiega la dottoressa Jenifer Trepiana, una delle autrici dello studio, all’agenzia di lingua spagnola EFE in un articolo ripreso dal sito venezuelano <i>Reporte Catolico</i><i> </i><i>Laico</i>.</p>
<p style="text-align: justify">Lo studio è stato condotto in vitro con un modello di cellule tumorali epatiche umane, e le cellule sono state trattate con l&#8217;estratto acquoso di foglie &#8220;Vismia baccifera&#8221;, preparato in infusione, usato nella medicina tradizionale indigena. La scienziata ha valutato i risultati e ha optato per continuare con la ricerca e passare a studi dal vivo, con modelli animali, &#8220;ad esempio con i roditori, per poter vedere gli effetti terapeutici che potrebbe avere questa pianta e il potenziale come agente chemioterapico nel cancro del fegato. Anche se sappiamo che questo percorso è molto lungo&#8221;.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/03/lamazzonia-puo-salvare-vite-ricercatori-osservano-che-una-pianta-uccide-cellule-cancerogene-nel-fegato-lo-studio-pubblicato-sulla-rivista-scientifica-heliyon/">L’AMAZZONIA PUÓ SALVARE VITE. Ricercatori osservano che una pianta uccide cellule cancerogene nel fegato. Lo studio pubblicato sulla rivista scientifica &#8220;Heliyon&#8221;</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>PAGELLE AI CARDINALI. Un sedicente “Gruppo per un migliore governo della Chiesa” di origine statunitense finanzierà il progetto &#8220;Red Hat Report&#8221; per riunire informazioni sui porporati</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2018/10/03/pagelle-ai-cardinali-un-sedicente-gruppo-per-un-migliore-governo-della-chiesa-di-origine-statunitense-finanziera-il-progetto-red-hat-report-per-riunire-informazioni-sui-porporati/</link>
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		<pubDate>Tue, 02 Oct 2018 22:41:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>La notizia, incredibile, non merita particolari commenti o analisi ma non deve essere neanche sottovalutata o banalizzata. Da ieri, sulla stampa statunitense che segue le vicende religiose ed ecclesiali e anche le attività della Santa Sede, si scrive di un gruppo di facoltosi cattolici di destra che hanno avuto un&#8217;idea simile a quanto si è [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/03/pagelle-ai-cardinali-un-sedicente-gruppo-per-un-migliore-governo-della-chiesa-di-origine-statunitense-finanziera-il-progetto-red-hat-report-per-riunire-informazioni-sui-porporati/">PAGELLE AI CARDINALI. Un sedicente “Gruppo per un migliore governo della Chiesa” di origine statunitense finanzierà il progetto &#8220;Red Hat Report&#8221; per riunire informazioni sui porporati</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">La notizia, incredibile, non merita particolari commenti o analisi ma non deve essere neanche sottovalutata o banalizzata. Da ieri, sulla stampa statunitense che segue le vicende religiose ed ecclesiali e anche le attività della Santa Sede, si scrive di un gruppo di facoltosi cattolici di destra che hanno avuto un&#8217;idea simile a quanto si è visto nel famoso film tedesco di Florian Henckel &#8220;Le vite degli altri&#8221; (Das Leben der Anderen &#8211; 2006). In poche parole di tratta, secondo gli ideatori del progetto, di raccogliere ogni tipo d&#8217;informazione per compilare un dossier dedicato a ognuno dei cardinali che potrebbero partecipare a un eventuale Conclave per eleggere un nuovo Successore di Pietro.</p>
<p style="text-align: justify">No, non si tratta di un&#8217;esagerazione: i fatti stanno esattamente come li raccontiamo.</p>
<p style="text-align: justify">Ovviamente tali dossier &#8211; delle vere e proprie schedature poliziesche &#8211; serviranno per raccogliere notizie buone, meno buone, vere, false, infamanti, calunniose sui porporati che, come elettori, dovranno garantire la Successione di Pietro in un futuro Conclave e quindi per distribuire, quando gli ideatori lo riterranno più opportuno, delle &#8220;pagelle personali&#8221; sia per far salire le quotazioni di un &#8220;papabile&#8221; sia per comprometterne la reputazione.</p>
<p style="text-align: justify">Questi facoltosi statunitensi, così angosciati per il futuro della Chiesa Cattolica, anche se alcuni di loro poco o nulla hanno a che fare con la vocazione cristiana, si autodefiniscono &#8220;Better Church Governance Group&#8221; (Gruppo per un migliore governo della Chiesa), finanzieranno la cosiddetta operazione &#8220;Red Hat Report&#8221; (Rapporto sulle berette rosse) il cui scopo è, appunto, la schedatura dei cardinali elettori con informazioni da usare pubblicamente o privatamente nel momento opportuno, particolarmente nella Rete.</p>
<p style="text-align: justify">I tempi cambiano eccome!</p>
<p style="text-align: justify">Quest&#8217;operazione indecente e pericolosa, in altri tempi, sarebbe stata collocata all&#8217;interno del blocco socialista, nell&#8217;Unione Sovietica o nella Repubblica Democratica Tedesca di Erich Honecker oppure nella Romania di Nicolae Ceaușescu o nell&#8217;Albania di Enver Hoxha. Ma oggi è diverso. Il territorio sono gli Stati Uniti d&#8217;America.</p>
<p style="text-align: justify">&#8220;Red Hat Report&#8221; è una tipica operazione di dossieraggio ad uso e consumo di manovre e interessi politico-ideologici. È uno strumento ripugnante, copiato dalle polizie politiche delle dittature di destra o sinistra. &#8220;Red Hat Report&#8221; è un altro tassello nella strategia della destra cattolica USA che, con molteplici iniziative generosamente finanziate, prova costantemente a erodere il prestigio, l’autorevolezza nonché il ministero e il magistero di Papa Francesco e della Sede Apostolica. Come sempre, è il Papa il target principale. L&#8217;idea di fondo di &#8220;Red Hat Report&#8221; non è solo quella di condizionare, se possibile, un eventuale Conclave, ma anche quella di evitare &#8211; si dice &#8211; che venga eletto un altro come Francesco.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/03/pagelle-ai-cardinali-un-sedicente-gruppo-per-un-migliore-governo-della-chiesa-di-origine-statunitense-finanziera-il-progetto-red-hat-report-per-riunire-informazioni-sui-porporati/">PAGELLE AI CARDINALI. Un sedicente “Gruppo per un migliore governo della Chiesa” di origine statunitense finanzierà il progetto &#8220;Red Hat Report&#8221; per riunire informazioni sui porporati</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>ANCHE I VESCOVI DI CUBA DIRANNO LA LORO SULLA RIFORMA DELLA COSTITUZIONE. Primi pronunciamenti e critiche individuali, e presto una lettera collettiva</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2018/10/02/anche-vescovi-di-cuba-diranno-la-loro-sulla-riforma-della-costituzione-primi-pronunciamenti-e-critiche-individuali-e-presto-una-lettera-collettiva/</link>
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		<pubDate>Tue, 02 Oct 2018 13:02:41 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">I vescovi di Cuba non intendono restare al margine della discussione della riforma costituzionale e annunciano una valutazione comune che avrà la forma di una lettera pastorale. Lo ha assicurato l’arcivescovo della terza città cubana, Camagüey, Wilfredo Pino che ha anche aggiunto che i vescovi dell’Isola si prenderanno il tempo necessario per studiare bene i 224 articoli divisi in 11 titoli, 24 capitoli e 16 sezioni del progetto di nuova Costituzione già approvato dall’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, che adesso viene discusso nelle organizzazioni statali, esaminato dal parlamento e poi sottoposto a referendum nei prossimi mesi. &#8220;Ogni vescovo ha detto quello che crede giusto sulla questione nella sua diocesi. Come Conferenza ci pronunceremo ma senza fretta perché il processo di consultazione e il referendum sono previsti per febbraio dell&#8217;anno prossimo&#8221;, ha annunciato il vescovo. &#8220;La gente ha parlato del salario che non basta e molti hanno espresso i loro dubbi sul matrimonio ugualitario, che è qualcosa di cui si parla per la prima volta a Cuba&#8221;, ha aggiunto Wilfredo Pino che è vescovo da dieci anni della diocesi su cui sorge la base americana di Guantanamo.</p>
<p style="text-align: justify">Wilfredo Pino ha da poco indirizzato una lettera ai fedeli dal titolo <i>La mia modesta opinione </i>in cui ha suggerito che la parola matrimonio non dovrebbe essere usata per definire l&#8217;unione legale tra persone dello stesso sesso. Come si sa l’articolo 40 del progetto costituzionale così come è formulato nella versione in circolazione penalizza la discriminazione basata sull’origine etnica, l’orientamento sessuale, il credo religioso o l’identità di genere, mentre il numero 68 riconosce il matrimonio omosessuale. L’arcivescovo Wilfredo Pino nel testo della sua lettera sembra suggerire come migliore la formula adottata in alcuni paesi dell&#8217;Unione europea in cui è riconosciuta una sorta di unione legale senza utilizzare la parola matrimonio in modo che entrambe le persone abbiano gli stessi diritti di fronte alla legge. Ricorda poi le parole di Giovanni Paolo II, quando ha chiesto ai cubani di prendersi cura delle famiglie, segnalando &#8220;la mentalità antinatalista&#8221; che prevale nel paese. Il prelato si sofferma anche su questioni come i bassi salari (lo stipendio medio nell’Isola è di 30,6 dollari al mese) e fornisce esempi concreti di come ciò influisce sulla precarietà della famiglia e del paese. In una parte del suo intervento, che prelude a quello dell’intera Conferenza episcopale cubana, l’arcivescovo elenca altrettante questioni che a suo giudizio devono essere affrontate, come il basso tasso di natalità, la corruzione, l&#8217;esodo costante, le case sovraffollate, il sovraffollamento delle carceri, la tossicodipendenza e l&#8217;alcolismo.</p>
<p style="text-align: justify">C’è da dire che la discussione sul nuovo progetto di costituzione è aperta anche tra i vescovi cubani le cui posizioni manifestano gradazioni differenti di dissenso rispetto agli articoli più sensibili e con maggiori implicazioni morali. Una critica aperta alla equiparazione del vincolo matrimoniale alle unioni tra persone dello stesso sesso l’ha formulata per esempio l’arcivescovo di Santiago di Cuba, Dionisio García Ibáñez dal sito della Conferenza episcopale dei vescovi cubani. «Questo cambiamento preoccupa molti, perché la Costituzione è una norma che stabilisce “valori e principi minimi”, e in un secondo momento potrebbero essere adottate leggi complementari che, ad esempio, legalizzano il matrimonio tra due persone dello stesso sesso, stabilisce che possono adottare bambini e bambine privandoli dalla nascita della possibilità di avere un padre o una madre», ha scritto l’arcivescovo argomentando nella stessa nota che la legalizzazione del matrimonio egualitario è un’idea “estranea” alla cultura cubana e un prodotto dell’”imperialismo culturale” e del “colonialismo ideologico”. Il presule ha descritto come&#8221; semplicistico e falso&#8221; anche l’argomento che restringe ai cattolici il rifiuto del matrimonio ugualitario ed etichettato come &#8220;imperialismo culturale&#8221; voler emendare la Costituzione per permetterlo.</p>
<p style="text-align: justify">La Chiesa cattolica infatti non è la sola a respingere la proposta di matrimonio egualitario recepita nella bozza costituzionale, che invece ha molti sostegni al vertice del partito comunista compreso quello dello stesso presidente Miguel Diaz-Canel che in un&#8217;intervista con la catena venezuelana <i>Telesur</i> si è di recente espresso a favore della legalizzazione del matrimonio gay a Cuba. L&#8217;articolo 68 ha provocato polemiche anche tra chiese evangeliche, alcune delle quali hanno firmato un documento che respinge l&#8217;uguaglianza dei due matrimoni sostenendo che quello ugualitario non è in linea neppure con gli ideali di paesi comunisti.</p>
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		<title>IL CARDINALE CONVERTITO DAGLI INDIOS. Giro d’orizzonte con il porporato peruviano Padro Barreto sul prossimo sinodo sull’Amazzonia. Ma anche sull’amico Francesco&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Oct 2018 00:35:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alver Metalli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Mamma Elvira, figlia di spagnoli, è nata nello stesso quartiere di Buenos Aires dove ha visto i natali Bergoglio, il barrio Flores, che – altra coincidenza singolare – deriva per sucessivi passaggi dal peruviano don Mateo Leal de Ayala che acquistò quelle terre nel secolo XVII viaggiando dal Perù. “Proprio così, nel barrio di Flores [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/01/il-cardinale-convertito-dagli-indios-giro-dorizzonte-con-il-porporato-peruviano-padro-barreto-sul-prossimo-sinodo-sullamazzonia-ma-anche-sullamico-francesco/">IL CARDINALE CONVERTITO DAGLI INDIOS. Giro d’orizzonte con il porporato peruviano Padro Barreto sul prossimo sinodo sull’Amazzonia. Ma anche sull’amico Francesco&#8230;</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Mamma Elvira, figlia di spagnoli, è nata nello stesso quartiere di Buenos Aires dove ha visto i natali Bergoglio, il <i>barrio</i> Flores, che – altra coincidenza singolare – deriva per sucessivi passaggi dal peruviano don Mateo Leal de Ayala che acquistò quelle terre nel secolo XVII viaggiando dal Perù. “Proprio così, nel <i>barrio</i> di Flores come il Papa” assente il cardinal Pedro Barreto che nella capitale dell’Argentina è venuto per partecipare al recente Forum interreligioso G20. “Glie l’ho detto quasi 40 anni fa quando sono venuto qui e lui ha avuto la delicatezza di portarmi in giro per un&#8217;intera mattinata a conoscere il quartiere dove mia madre è vissuta fino all&#8217;età di 9 anni”. Poi donna Elvira è andata in Perù. “I miei nonni, che erano spagnoli, emigrarono in Perù e vi sono rimasti. Mia madre parlava sempre dell&#8217;Argentina, mio padre era peruviano e i due sono già morti”. Pedro Ricardo Barreto Jimeno, questo è il nome completo, in Perù è nato e ci vive da 73 anni, è diventato gesuita, arcivescovo di una diocesi amazzonica, Huancayo, vicepresidente della Conferenza episcopale peruviana e, dal giugno 2018, cardinale per scelta personale di Papa Francesco.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Andando al tema che le ho proposto per questo dialogo, l’Amazzonia&#8230; </i></b></p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;Amazzonia, per me è una scoperta. Sono nato in pieno deserto <i>limeño</i>, una frangia costiera del Perù molto arida, e fin dall&#8217;infanzia i gesuiti portavano di tanto in tanto nel collegio dell&#8217;Immacolata dove studiavo, alcuni indios amazzonici con cui lavoravano nel nord-est del Perù, nel dipartimento di Cajamarca, e anche in Amazonas. In quel momento vedevo i miei fratelli indigeni e in certo modo ho cominciato a scoprire qualcosa che la mia ignoranza, che era sfrontata, non mi faceva vedere, che mi portava a pensare ai nativi come a persone da cui non c’era niente da imparare. In Perù li chiamiamo “chunchos”: qualcuno che è lì, relegato. Mentre stavo scoprendo la mia vocazione di gesuita al servizio della Chiesa, ho sentito fortemente che dovevo servire questi fratelli che, per me, erano sconosciuti e ignorati. Infatti, durante i miei anni di formazione -il tempo di Magistero com’è chiamato, tra Filosofia e Teologia- ho potuto lavorare nel Vicariato Apostolico di Jaén (una estesa area di 28 parrocchie nella regione amazzonica del Perù, <i>N.d.A</i>.).</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>E quando ha cominciato a guardare i &#8220;chunchos&#8221; in modo diverso?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Quando già ero vescovo di quella stessa zona. Avevo 30 anni di sacerdozio sulle spalle e Papa Giovanni Paolo II mi ha nominato vescovo di Jaén, che per me è stata la risposta di Dio al mio desiderio fin da quando ero giovane.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Si può dire che c&#8217;è stata in lei una conversione quando li ha conosciuti di più?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Certamente. Ho notato che avevano un&#8217;estrema cura dell&#8217;acqua perché vivevano di pesca, che si prendevano anche cura degli animali perché vivevano di loro. Jaén si affaccia sul bacino del Rio delle Amazzoni, che in quel tratto è il fiume Marañón. La geografia è selvaggia. Lì vive il gruppo etnico degli awajún-wampis. Sono stato con loro solamente due anni e mezzo. Dio mi ha dato la consolazione di poter servire proprio coloro che avevo conosciuto da bambino. La mia soddisfazione è che i tre natali che ho trascorso come vescovo di quell’area sono andato a visitare la comunità awajún-wampis di Villa Gonzalo, nella parte più remota del Vicariato Apostolico di Jaén. Ero con un gesuita, padre Manolo García Rendueles che adesso è morto, e che visse con gli indigeni amazzonici. Io non capivo granchè ma ho vissuto un&#8217;esperienza inedita. Mi sono lasciato guidare da questo gesuita che era lì da anni.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Che cosa le ha chiamato l’attenzione di questo pezzo di popolo amazzonico? </i></b></p>
<p style="text-align: justify">Primo che vivevano in comunità. Secondo, erano persone che, se commettevano uno sbaglio, loro stessi andavano dall&#8217;“apu”, il capo, e gli dicevano: &#8220;Io ho rubato una gallina e mi merito di essere rinchiuso per un giorno&#8221;. Non c&#8217;era polizia. Avevano un profondo atteggiamento di rispetto. Terzo: vivevano in modo sobrio. Non pescavano per una settimana o per due giorni: pescavano solo quello che gli serviva per vivere. Lì, il ruolo del maschio era di cacciare di notte. Quando la celebrazione del Natale si avvicinava, gli uomini tornavano all&#8217;alba portando cinghiali o altri animali. Le donne raccoglievano il frutto del lavoro degli uomini e preparavano il cibo. A mezzogiorno, dopo la Messa, ci siedavamo attorno ad un tavolo molto lungo, non vi era alcuna distinzione tra l&#8217;un l&#8217;altro; è vero, questo si, che il gruppo di donne era al servizio degli uomini &#8230; la tovaglia era molto bella: foglie di banano, un po’ di sale quì e là perchè l’elaborazione del cibo era molto semplice. Ho imparato molto da loro e sto ancora imparando. Ciò non significa che siano perfetti. Hanno problemi anche loro, le loro difficoltà. Ma la loro cultura, la loro saggezza manifestava una trascendenza che per me era Dio.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Torniamo al Sinodo sull’Amazzonia indetto da Papa Francesco. Chi lo capisce oggi, nel nostro mondo, che dobbiamo prenderci cura dell&#8217;Amazzonia?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Nessuno può amare quello che non conosce. L&#8217;incontro con gli indios è la chiave. Senza conoscerli, difficilmente si potrà capire quello che sto dicendo. L&#8217;Amazzonia non è solo un territorio privilegiato in biodiversità, ma un territorio privilegiato con culture ancestrali. Stiamo parlando di 340 comunità indigene, di 200 e più lingue aborigene che tra di loro non possono comunicare ma che hanno un asse che le attraversa rappresentata dal rispetto per la vita, l&#8217;acqua, l&#8217;aria e il suolo e da una esistenza in armonia con tutto questo.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Queste comunità di cui parla avranno rappresentatività al Sinodo dell&#8217;Amazzonia nell&#8217;ottobre 2019 a Roma?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Sì, certo, il Sinodo si trova in un processo di preparazione iniziato il 19 gennaio 2018 a Puerto Maldonado, nel sud-est del Perù, quando Papa Francesco ha iniziato lì la sua visita pastorale. Il primo incontro fu proprio con gli indigeni dell&#8217;Amazzonia. Andò ad ascoltarli e a trasmettere loro un messaggio chiaro e molto impegnativo: che sono i principali interlocutori per la Chiesa e per la società per quanto riguarda l&#8217;Amazzonia. E sono loro che devono insegnarci una vita sobria, attenta all’acqua, all’aria e al suolo. La cosa più importante di questa fase di preparazione del Sinodo non è solo quella di riuscire a dare risposte per arricchiere il documento di base, ma anche che le Assemblee territoriali sono già in corso in tutta l&#8217;Amazzonia. Sono gli spazi in cui possono esprimere non solo quello che vivono, ma anche ciò che soffrono e si aspettano dalla Chiesa. Questi contributi delle assemblee territoriali, previste fino alla fine dell&#8217;anno, costituiranno l&#8217;input più significativo delle comunità indigene per il Sinodo dell&#8217;Amazzonia.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>L&#8217;Amazzonia è un territorio conteso da grandi interessi economici. Come si può generare uno spazio di dialogo in modo che coloro che rappresentano questi interessi arrivino a capire che l&#8217;Amazzonia è indispensabile alla vita di tutti? Basti pensare che ci fornisce il 20% dell&#8217;aria che respiriamo sul nostro pianeta&#8230;</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Ed anche il 20% dell’acqua dolce nel mondo. È impressionante! La Chiesa arriva in Amazzonia solo 500 anni fa, quando ha inizio l&#8217;Evangelizzazione, ma questa terra è stata martoriata tanto nel territorio come nella sua gente da tempi primordiali. In questo senso possiamo dire che la contesa è stata permanente. Papa Francesco ha una frase molto bella: &#8220;La Chiesa arriva in Amazzonia e non se ne va dopo aver riempito le valigie&#8221;. Ci sono persone che vanno in Amazzonia per riempire le valige di soldi, ma la Chiesa no. C&#8217;è una lotta tra il bene e il male. Questo non vuol dire che tutte le chiese presenti sono perfette: non siamo perfetti. L&#8217;unico perfetto è Gesù e le vicende dei 12 apostoli dimostrano che la corruzione c’era anche tra quelli che aveva scelto Gesù stesso. Perché una tale disputa come quella che avviene in Amazzonia? Perchè il territorio amazzonico ha risorse naturali immense, ha una straordinaria biodiversità.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Deve essere affascinante conoscere questa espressione meravigliosa e così variegata della natura.</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Certo, come le dicevo io continuo ad imparare molto vivendo con le persone di quei luoghi. Sono appena stato con dom Claudio Hummes, il cardinale emerito di San Paolo del Brasile, presidente della rete ecclesiale pan-amazzonica (REPAM). La REPAM è un&#8217;ispirazione di Dio venuta prima che si conoscesse la <i>Laudato sì</i> di Papa Francesco. Dico sempre che il fondatore della REPAM è Papa Francesco.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Perchè?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Perché ero presidente della Commissione Giustizia e Solidarietà del Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM) e sono andato a Brasilia con il mandato di decidere se dire sì o no alla creazione della REPAM. Stiamo parlando di circa 7 milioni e mezzo di km2, di 67 vescovi del Brasile e altri 30 vescovi degli 8 paesi che compongono la regione amazzonica. Assurdo! Nel messaggio iniziale che ci ha inviato il Papa in quell’occasione lui si congratula con noi per la creazione della REPAM. Allora Dom Claudio, io, tutti i partecipanti a quell’incontro ci siamo guardati e ci siamo detti: cosa aspettiamo? Se il Papa, Vescovo di Roma, il vincolo di comunione con tutti i vescovi e fedeli cattolici, ci chiede questo, rimbocchiamoci le maniche e mettiamo mano al lavoro. Eravamo nel settembre 2014. Il 3 marzo 2015 c’è stata la presentazione ufficiale della REPAM a Roma e il 19 marzo ci siamo riuniti in assemblea plenaria come Chiesa latinoamericana, la prima volta nella storia, nella Commissione Interamericana dei Diritti Umani parlando di estrattivismo e presentavamo la neonata REPAM. Questo può farlo solamente Dio.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Concorda nel dire che la </i></b><b>Laudato sì<i> è stata svalutata da alcuni settori anche cattolici in quel che propone per una migliore qualità della vita per tutta l&#8217;umanità?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Alcuni lo pensano, ma sono pochi e potenti. E addesso hanno messo in campo la grande forza dei loro soldi. Ma il denaro non dovrebbe comandare, come dice Papa Francesco, nella vita sociale. <i>Laudato sì</i> ha sconcertato molti, e questo è un bene, perché è la prima enciclica della Chiesa cattolica lungo tutto il suo ininterrotto magistero a presentare un unico tema: la cura della casa comune proposta a tutti, cattolici, credenti e persone di buona volontà che abitano questo mondo.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Parlando di spiazzamenti, lei è stato creato cardinale il 28 giugno di quest&#8217;anno ed è stato vicino a Papa Francesco proprio in quei giorni. Cosa ci può dire? Come sta vivendo questo momento del suo pontificato?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">In modo inaspettato e immeritato sono stato creato cardinale della Chiesa cattolica. Non sono un cardinale del Perù. Sono un cardinale della Chiesa cattolica, arcivescovo di Huancayo in Perù. Ho sentito in questo un sostegno molto forte anche alla mia vocazione di gesuita, noi che facciamo il voto di servire Cristo e la Chiesa sotto la guida del Papa. La coincidenza è che il papa è gesuita. Ma io non sostengo papa Francesco, latino americano, argentino, gesuita, amico posso forse dire. La mia vita è centrata in Cristo, nella Chiesa e sotto la guida del Papa. In questo senso vedo che per me è stata una sorta di inizio di resurrezione, di speranza, di gioia, di impegno per la giustizia e la pace in un modo molto pratico, con i piedi per terra, sulla terra dell’Amazzonia, con la realtà della famiglia in Amazzonia, con la realtà dei giovani così come sono oggi, con questo vangelo della gioia che ha dato speranza e questa lettera enciclica <i>Laudato sì</i>. Sono convinto che papa Francesco non inventa nulla. Alcuni, pochissimi, parlano male di papa Francesco, la stragrande maggioranza invece lo appoggia. Quello che sta facendo è attuare il desiderio che Dio ha ispirato in Giovanni XXIII: il Concilio Vaticano II, e la cura della Chiesa in America Latina che da Medellin nel 1968 &#8211; quest&#8217;anno ricorre il 50 ° anniversario da quella storica conferenza – adesso arriva ad offrire al mondo qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare: il primo Papa latinoamericano, Francesco.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Ma non ci ha detto quello che le ha detto il Papa&#8230;</i></b></p>
<p style="text-align: justify">(Ride) Quando ero con lui cinque giorni prima della creazione [del suo cardinalato], lo ringraziai per la designazione e passammo a parlare di altro. Non mi ha chiamato &#8220;cardinale&#8221;, non mi ha detto cosa dovevo fare, né mi ha detto perché mi aveva nominato. Come dicendo: &#8220;Ehi, stiamo insieme. Sono il vescovo di Roma, tu sei il vescovo di Huancayo in Perù, sai cosa devi fare, vai avanti! &#8220;. E abbiamo continuato a parlare di altri argomenti.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Il Papa riceve attacchi tutti i giorni da diversi fronti. Come commenta questa situazione?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Sta vivendo la Pasqua di Gesù. La Chiesa sta vivendo la Pasqua di Gesù. Una Chiesa, come ha detto Bergoglio prima che finisse il conclave, che guardava a se stessa, che si preoccupava dell’immagine di se stessa. Che per questo voleva nascondere i gravissimi peccati di abuso sessuale, di abuso di potere, di manipolazione delle coscienze e, soprattutto, di difesa di una dottrina ma non di una vera moralità. É qualcosa di molto serio. Papa Benedetto XVI ha avuto il coraggio e l’audacia di segnalarlo ad Aparecida nel 2007, e lo posso dire perchè ero lì. Io, come cardinale della Chiesa e come vescovo latinoamericano, e molti altri come me, pensiamo che Papa Benedetto abbia aiutato molto la Chiesa latinoamericana ad Aparecida. Disse che l&#8217;opzione preferenziale per i poveri era implicita nella fede cristologica. Quando lo abbiamo ascoltato gli abbiamo dato un forte applauso; con questo chiuse una ferita che era certamente grande.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Lei è latinoamericano. Ci sono paesi che stanno attraversando un brutto periodo nel nostro continente. Patiscono violenza istituzionale e politica, instabilità di diverso tipo e angosce che hanno conseguenze gravi nella vita dei popoli. La sua opinione?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">È molto chiara, l’attuale sistema economico che Papa Francesco, in <i>Laudato sì</i> ma anche nella <i>Evangelii Gaudium,</i> definisce come “un sistema che uccide”, ha fallito, mette il denaro al di sopra della persona. Lo ripeto spesso: la tecnologia è avanzata moltissimo, trasforma le cose, le materie prime, produciamo aeroplani, automobili &#8230; ma l&#8217;etica trasforma le persone e questo è stato relegato. Questo sistema ci ha introdotti nella spirale di un consumismo irrazionale che ci fa pretendere sempre di più di quel che abbiamo. C&#8217;è bisogno di una conversione urgente che ci porti a pensare agli altri come a noi stessi. Cristo non pensava a se stesso, pensava agli altri. C&#8217;è più felicità nel dare che nel ricevere. Dobbiamo sostenere con decisione la riforma della Chiesa, perché o avviene ora o mai più.</p>
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