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	<title>Terre d&#039;America di Alver Metalli &#187; Home</title>
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		<title>L’ULTIMO GIORNO DI ROMERO. All’insegna dell’ecumenismo le ultime ore del Beato salvadoregno. Il racconto dell’anglicano Wipfler nella ricostruzione del blog Super Martyrio</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Mar 2018 14:52:51 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">L’assassinio del sacerdote Rutilio Grande segna in profondità anche la “conversione” della visione ecumenica di monsignor Romero, sino a quel momento irrigidita nelle formule dottrinali del tradizionalismo del suo tempo circa i rapporti con il mondo protestante, che in El Salvador, è opportuno precisarlo, aveva il volto aggressivo delle sette pentecostali. I biografi di Romero mostrano quanto fossero andate maturando da quel momento anche le posizioni ecumeniche di Romero, e come fossero centrate prima di ogni altra cosa su rapporti di amicizia personale con esponenti di altre denominazioni vicine e lontane al cattolicesimo. A questo proposito c’è un tassello poco conosciuto negli ultimi giorni di monsignor Romero. Un frammento di tempo vissuto che adesso il blog <i>Super Martyrio</i> completa attraverso gli appunti di un interlocutore “ecumenico” dell’arcivescovo di San Salvador, il sacerdote anglicano William Wipfler. Nella sua veste di Direttore dell’Ufficio diritti umani del Consiglio nazionale delle Chiese tra il 1977 e il 1988, Wipfler, il 23 marzo, vigilia dell’assassinio dell’arcivescovo, si trovava in El Salvador. Il rapporto di quest’ultimo con Romero era iniziato tempo prima per corrispondenza, subito dopo la sua nomina ad arcivescovo di San Salvador nel febbraio del 1977. In quel momento Wipfler riceve da una delle sue fonti in El Salvador un rapporto allarmato sul nuovo titolare della massima cattedra del paese, dipinto come conservatore e affatto incline ai rapporti interreligiosi. La stessa fonte, però, rivede le sue precedenti valutazioni dopo l’assassinio di Rutilio Grande, osservando le reazioni di Romero al tragico evento. In un nuovo rapporto l’informante di Wipfler si dichiara “fiducioso che la causa dei poveri non ha perso il suo difensore”. E’ a questo punto che l’esponente anglicano scrive a Romero una lettera in cui esprime le sue condoglianze per la morte di padre Grande e gli offre l’appoggio del Consiglio nazionale delle Chiese. Un mese dopo Wipfler riceve una lettera di ringraziamento scritta a mano da Romero che termina con l’invito a fargli visita. La visita ci sarà ed è di poco successiva allo scambio epistolare che Carlos Colorado, direttore di <i>Super Martyrio</i>, porta a conoscenza. Il rapporto Wipfler-Romero prosegue a distanza, mentre anche le visite si ripetono. Fino all’ultima, la settimana fatidica dell’assassinio di Romero. Wipfler – scrive Colorado &#8211; arrivò a San Salvador il 21 marzo 1980, integrando una delegazione di leader religiosi che rappresentavano 34 chiese protestanti e ortodosse, con la presenza anche di un sacerdote cattolico. Sabato 22 il gruppo si riunì con dei collaboratori dell’arcivescovo negli uffici di Soccorso giuridico e subito dopo con Romero in persona. «L’arcivescovo fu cordiale e accogliente, e espresse il suo compiacimento per la composizione ampia del gruppo. Poi iniziò a tratteggiare in termini energici la spirale verso la “barbarie” in cui si trovava il suo paese. Gli descrisse torture di prigionieri politici, come tagliargli le dita, versare acido in faccia, gettando poi i corpi nudi per la strada dopo averli torturati e assassinati, e altri indicatori preoccupanti di una società la cui morale veniva fatta a pezzi. Romero chiese al sacerdote cattolico del gruppo che andasse a celebrare la messa con lui il giorno dopo, e invitò gli altri ad assistervi». Domenica 23 marzo il gruppo ecumenico partecipa alla messa nella cattedrale di San Salvador, dove oggi c’è la tomba di Romero. Arriva alle 8 del mattino. Wipfler annota che la stragrande maggioranza di chi assisteva, “<i>un par de miles de personas en la iglesia</i>”, erano in piedi. La delegazione ecumenica prese posizione vicino all’altare. “Altra gente si riuniva in strada, dove dei lavoratori stavano installando altoparlanti perché le persone che non riuscivano ad entrare nel tempio potessero ascoltare il sermone di Romero, la principale attrazione della domenica nel Salvador di quegli anni”. Romeo riconosce il gruppo ecumenico tra la folla, lo saluta, parla di loro ai fedeli accorsi alla messa e chiede un applauso per i visitanti, che sarà scrosciante. “Quindi Romero inizia il sermone con la sua abituale formula omiletica” annota l’anglicano Wipfler. «Cominciò parlando delle letture bibliche del giorno. Fu una “<i>maravillosa presentación sobre el éxodo [biblico] y el regreso</i>”, come anche dell’esodo di El Salvador, ricorda Wipfler. Poi Romero analizzò gli avvenimenti nella vita della Chiesa e nella vita nazionale – la parte che Wipfler chiama “<i>el catálogo</i>”. Era una litania “<i>di violazioni di diritti umani, con alcune considerazioni sulla esigenza morale o etica di una risposta cristiana esplicita in questa situazione</i>”. Era un “<i>uso brillante delle letture bibliche del giorno applicate alla situazione contemporanea</i>” osserva Wipfler. “<i>Credo che ogni predicatore vorrebbe avere questa capacità di poter dire, guardate, qui c’è questa scrittura di 2000 anni fa e si sta riferendo proprio a questo momento</i>”. Romero aveva la capacità di tenere i fedeli “<i>pendientes de cada palabra</i>”. Parlando della situazione nazionale “<i>le dió a las dos partes</i>”, riferisce Wipfler, segnalando che non lasciò fuori la guerriglia dalle sue critiche, denunciando un episodio in cui “i ribelli avevano brutalmente colpito un poliziotto”. Alla fine del discorso fu perentorio. Dopo aver esposto la lista delle barbarie della settimana, con esecuzioni extragiudiziarie dell’esercito, Romero disse che se i soldati ricevevano ordini di uccidere civili innocenti, dovevano disobbedire perché “<i>nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine che va contro la legge di Dio</i>”. Per contrarrestare gli ordini di questo tipo, Romero impartì egli stesso una direttiva: “<i>Nel nome di Dio, e nel nome di questo popolo sofferente i cui lamenti si elevano sino al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino nel nome di Dio: termini la repressione</i>!”. La basilica – annota Wipfler &#8211; esplose in un applauso che durò quasi mezzo minuto, l’ovazione più lunga che Romero aveva ricevuto durante la predica, interrotta dagli applausi ventun volte. Wipfler riferisce un dettaglio emblematico dell’atteggiamento di Romero. “<i>Mi sorprese il fatto che Mons. Romero fosse l’unico che dette la comunione, diversamente da altre situazioni in cui c’è una grande affluenza e la Comunione la distribuiscono vari sacerdoti per evitare troppa baraonda davanti all’altare</i>”. Poi prosegue: “<i>Lui dette la comunione a tutti nella chiesa; tardò più di mezz’ora</i>”. Era come se Romero capisse che la gente veniva a vedere lui, alcuni percorrendo grandi distanze fino alla capitale per essere li. “<i>Credo che molti di loro si sarebbero sentiti defraudati se ci fosse stato qualcun altro</i>” registra Wipfler. Ma un fatto ancor più significativo viene rivelato da <i>Super Martyrio</i> nelle righe successive. “Non essendo un cattolico, Wipfler comprese che non poteva ricevere la Comunione in base alle norme della Chiesa, per cui utilizzò questo tempo per inginocchiarsi in preghiera con gli occhi chiusi, mentre Romero distribuiva l’eucarestia. Ad un certo punto sentì la voce di Romero. “Le piacerebbe ricevere la Comunione, Padre?”. Romero camminava lungo tutta la chiesa per distribuire la Comunione in vari punti ed era arrivato dove si trovava Wipfler. “<i>Gli ho risposto di si. E mi dette la Comunione. Mi ha commosso molto. E’ stato un gesto incredibile</i>” commenta Wipfler. Il giorno dopo, 24 marzo 1980, Romero verrà assassinato.</p>
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		<title>OSSESSIONI CILENE E SPREGIUDICATEZZA BOLIVIANA. Evo Morales e Michelle Bachelet in Vaticano col Papa a dicembre. Sullo sfondo la questione dello sbocco sul Pacifico</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Sep 2017 19:54:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Il governo della Bolivia, confermata dalla Santa Sede, ha dato la notizia: a metà dicembre il presidente Evo Morales sarà ricevuto in Udienza dal Papa in Vaticano. Nello stesso mese Bergoglio dovrebbe incontrare la presidente del Cile, Michelle Bachelet, ed entro poche settimane dovrebbe giungere la conferma da Oltretevere anche per questo impegno. Per Evo [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2017/09/19/ossessioni-cilene-e-spregiudicatezza-boliviana-evo-morales-e-michelle-bachelet-vaticano-col-papa-dicembre-sullo-sfondo-la-questione-dello-sbocco-sul-pacifico/">OSSESSIONI CILENE E SPREGIUDICATEZZA BOLIVIANA. Evo Morales e Michelle Bachelet in Vaticano col Papa a dicembre. Sullo sfondo la questione dello sbocco sul Pacifico</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Il governo della Bolivia, confermata dalla Santa Sede, ha dato la notizia: a metà dicembre il presidente Evo Morales sarà ricevuto in Udienza dal Papa in Vaticano. Nello stesso mese Bergoglio dovrebbe incontrare la presidente del Cile, Michelle Bachelet, ed entro poche settimane dovrebbe giungere la conferma da Oltretevere anche per questo impegno.</p>
<p style="text-align: justify">Per Evo Morales la prossima visita segna un record personale: sarà la sesta volta che il governante boliviano incontra il Pontefice ed entra quindi a far parte del ristretto elenco delle personalità che più volte hanno incontrato il papa argentino. Da questo ricevimento non ci dovremmo aspettare particolari sorprese; la questione è tuttavia più complessa poiché, quando si tratta di Morales, parliamo di un politico che a più riprese ha creato alla Santa Sede e al Papa qualche imbarazzo. Evo Morales è un importante leader politico e soprattutto un uomo di grande carisma sociale, di lui sono note alcune caratteristiche non comuni nell’attuale panorama politico latino americano: è oratore energico e travolgente, fa uso di un linguaggio diretto e senza mediazioni diplomatiche, è polemista intransigente e spesso impietoso.</p>
<p style="text-align: justify">Un’altra caratteristica del presidente boliviano, specie nel suo rapporto con il Vaticano e l’attuale Pontefice, riguarda una sua notevole spregiudicatezza nel saper manipolare queste relazioni, adattandole ai suoi interessi politici e geostrategici. Per esempio, per molto tempo, è riuscito a far passare l’idea di avere una sorta di “rapporto privilegiato” con Papa Bergoglio, e a sfruttare questa particolare amicizia per segnare punti a suo favore nella lunga controversia, che dura da oltre due secoli, che contrappone la Bolivia al Cile riguardo il cosiddetto “sbocco sul Pacifico”. In questi anni il governo di Santiago del Cile è stato a tal punto diffidente e sospettoso, per via di questo presunto rapporto millantato da Morales, da indurre il governo di Michelle Bachelet a ritardare l’invito a Papa Francesco a visitare il Paese, invito giunto Oltretevere soltanto mercoledì 1 giugno 2016.</p>
<p style="text-align: justify">Al contrario di quanto poi è stato sostenuto, il governo cileno non aveva ancora mai invitato Papa Francesco e, addirittura in due circostanze, emissari ufficiali del governo di Santiago si sono recati alla sede dell’episcopato cileno per convincere i vescovi a ritirare l’invito che avevano fatto pervenire a Roma. Il motivo di tali prolungati indugi ha un nome e un cognome: Evo Morales. Santiago riteneva in quel momento che il presidente boliviano riuscisse a trarre più profitto politico del governo cileno coltivando questa particolare amicizia con il Santo Padre.</p>
<p style="text-align: justify">Ovviamente si è trattato di un errore politico e di valutazione clamoroso. Il governo cileno ha attribuito al Papa intenzioni e progetti che questi non ha mai avuto, e la sua esagerata “ossessione” lo ha portato a leggere in modo del tutto sbagliato alcuni momenti della visita che Bergoglio fece in Bolivia nel luglio del 2015. In quella occasione il riferimento generico fatto dal Papa alla necessità del dialogo, per risolvere le controversie aperte tra due interlocutori, fu letto in Cile quasi come un sostegno o un appoggio alla causa boliviana.</p>
<p style="text-align: justify">Il governo cileno è stato per molto tempo riluttante ad accettare l’idea che la Santa Sede, in questa controversia con la Bolivia, fosse veramente neutrale. Al tempo stesso non ha adeguatamente valutato una consapevolezza tecnica del Vaticano: che la questione dello “sbocco sul Pacifico” è attualmente in attesa di una sentenza del tribunale dell’Aia. Santiago non sempre valutò bene questa posizione vaticana, più che giusta e corretta, e soprattutto in linea con i secolari comportamenti diplomatici della Sede Apostolica. I cileni a volte si sono disorientati in mezzo alla verbosità di Morales che vantava appoggi vaticani inesistenti, o come ha ribadito in questi giorni, tirando in ballo una fantomatica “mediazione” vaticana. La Sede Apostolica non è mai ceduto a nulla di tutto ciò, non lo farà mai, e dunque oggi come ieri occorre sempre distinguere la verità dalla propaganda.</p>
<p style="text-align: justify">La visita di Evo Morales in Vaticano, per quanto riguarda la diplomazia della Santa Sede, non offrirà particolari novità, così come quella della presidente cilena Bachelet, che avverrà poche settimane prima di quella che farà il Papa in Cile, dal 15 al 18 gennaio 2018. La questione, semmai, sarà un’altra: cosa i rispettivi governi della Bolivia e del Cile vorranno far passare come messaggio alle loro opinioni pubbliche, all’interno delle quali, a La Paz e a Santiago, esistono settori politici intransigenti che per decenni hanno costruito la propria fortuna politica sfruttando l’annosa controversia marittima tra i due paesi. In questo però il Papa e la Sede Apostolica non c’entrano.</p>
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		<title>VENEZUELA. E ADESSO? Crisi vicino al punto di rottura definitivo. A questo punto cosa può fare il Papa?</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2017/07/18/venezuela-e-adesso-crisi-vicino-al-punto-di-rottura-definitivo-questo-punto-cosa-puo-fare-il-papa-2/</link>
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		<pubDate>Tue, 18 Jul 2017 10:37:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Cresce la tensione in Venezuela e di conseguenza in tutta la regione latinoamericana. Alla luce della situazione che si è venuta a creare nelle ultime 48 ore la già lunghissima crisi del Paese sembra avvicinarsi pericolosamente a un punto di rottura traumatico, dalle conseguenze imprevedibili. Le opposizioni, con il forte e militante sostegno della Chiesa [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2017/07/18/venezuela-e-adesso-crisi-vicino-al-punto-di-rottura-definitivo-questo-punto-cosa-puo-fare-il-papa-2/">VENEZUELA. E ADESSO? Crisi vicino al punto di rottura definitivo. A questo punto cosa può fare il Papa?</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Cresce la tensione in Venezuela e di conseguenza in tutta la regione latinoamericana. Alla luce della situazione che si è venuta a creare nelle ultime 48 ore la già lunghissima crisi del Paese sembra avvicinarsi pericolosamente a un punto di rottura traumatico, dalle conseguenze imprevedibili. Le opposizioni, con il forte e militante sostegno della Chiesa cattolica, hanno raccolto oltre 7 milioni di voti contro l&#8217;Assemblea costituente che il Presidente Maduro vorrebbe convocare per riformare la Costituzione ereditata da Hugo Chávez. Questi partiti e l&#8217;Episcopato, nonché numerose governi latinoamericani e Washington, ritengono che far votare il 30 luglio il popolo del Venezuela per eleggere i costituenti equivarrebbe all&#8217;inizio di una dittatura che non hanno intenzione di accettare passivamente. La Casa Bianca fa sapere: “Ancora una volta gli Stati Uniti chiedono che si tengano elezioni libere e giuste e restano accanto al popolo del Venezuela nella loro richiesta di riportare il loro Paese ad essere una piena e florida democrazia”. Se Caracas non cambia rotta, la nota statunitense precisa che scatteranno “sanzioni economiche forti ed immediate”.</p>
<p style="text-align: justify">Il quadro complessivo a questo punto appare più allarmante che mai. Non si vede da nessuna parte neanche un piccolo spiraglio. Tutte le parti sono arroccate nelle loro posizioni e nessuno vuole cedere né tantomeno concedere mentre invece è proprio ciò che ci vorrebbe in una situazione di questo tipo e certamente è quanto vorrebbe la stragrande maggioranza del popolo venezuelano.</p>
<p style="text-align: justify">In molti si chiedono: e ora, in questa situazione, cosa può fare il Papa?</p>
<p style="text-align: justify">Domenica lui stesso ha dato una risposta: pregare per l&#8217;amata nazione venezuelana. E si ricordi che pregare è molto importante e potente.</p>
<p style="text-align: justify">Altro, a questo punto, il Papa non può fare. Per due anni ha provato a far dialogare le parti, ha provato a metterli attorno ad un tavolo per cercare soluzioni consensuali. Il suo &#8220;progetto&#8221;, l&#8217;unico, lucido e sensato, è fallito, anzi lo hanno fatto fallire le parti alle quali lui si era appellato e che gli avevano chiesto il suo contributo. Il primo sconfitto nella crisi venezuelana è Papa Francesco, rimasto vittima della polarizzazione politica e ideologica, e a volte anche lui ostaggio di questi due parti che ora desiderano schiacciarsi a vicenda.</p>
<p style="text-align: justify">Alla fine purtroppo pagherà ancora una volta solo il popolo venezuelano.</p>
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		<title>DEDICATO A BERGOGLIO. ANCHE SE LUI NON LO SA. Un nuovo libro del teologo argentino Juan Carlos Scannone alla vigilia del terzo anno di pontificato</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2016/03/07/dedicato-bergoglio-anche-se-lui-non-lo-sa-un-nuovo-libro-del-teologo-argentino-juan-carlos-scannone-alla-vigilia-del-terzo-anno-di-pontificato/</link>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2016 14:57:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>La parentesi romana, per ora è alle spalle. Juan Carlos Scannone è di nuovo nel suo habitat argentino, dove ha trascorso gran parte della vita, nella località di San Miguel a poco più di trenta chilometri da Buenos Aires dove sorge il Collegio Maximo dei gesuiti, diretto per molti anni da Bergoglio. Un altro direttore, [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/03/07/dedicato-bergoglio-anche-se-lui-non-lo-sa-un-nuovo-libro-del-teologo-argentino-juan-carlos-scannone-alla-vigilia-del-terzo-anno-di-pontificato/">DEDICATO A BERGOGLIO. ANCHE SE LUI NON LO SA. Un nuovo libro del teologo argentino Juan Carlos Scannone alla vigilia del terzo anno di pontificato</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">La parentesi romana, per ora è alle spalle. Juan Carlos Scannone è di nuovo nel suo habitat argentino, dove ha trascorso gran parte della vita, nella località di San Miguel a poco più di trenta chilometri da Buenos Aires dove sorge il Collegio Maximo dei gesuiti, diretto per molti anni da Bergoglio. Un altro direttore, anch’egli gesuita, Antonio Spataro di <i>Civiltà Cattolica</i> lo volle a Roma “per aiutare i nostri lettori a comprendere dal di dentro il pontificato di Papa Francesco grazie all’aiuto di chi lo conosce bene». E a Roma Scannone ha portato impavido la sua intelligenza e i suoi 83 anni per circa un anno, andando e venendo da e per l’America Latina. Lì ha scritto diversi articoli per la <i>Civiltà</i> e <i>Gregorianum,</i> e per libri collettivi pubblicati da entrambe le riviste sulla teologia del popolo e su Papa Francesco. Ma da quando è tornato in Argentina, anche nella sua casa di sempre non è stato inoperoso.</p>
<p style="text-align: justify">«Curioso che mi chieda a cosa sto lavorando, perchè proprio questa mattina ho teminato un libro che uscirà con il titulo di “Teología del pueblo y la cultura”. Sottotitolo: “Raíces teológicas del Papa Francisco”».</p>
<p style="text-align: justify"><b>Il Papa lo sa?</b></p>
<p style="text-align: justify">No, non c’è ragione perchè debba saperlo.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo l’anticipazione per i lettori di <i>Terre d’America</i> Scannone apre una parentesi. Accenna al suo ultimo incontro con Francesco prima di lasciare l’Italia e ad un libro che gli ha dato in mano frutto della permanenza romana. “E’ uscito a nome mio ma lo ha scritto una giornalista francese, Bernardette Sauvaget, molto amica di un sacerdote anch’egli francese che lavora a Civiltà Cattolica, anche se in questo momento si trova negli Stati Uniti al Boston College, padre de Charentenay, già direttore della rivista dei gesuiti francesi <i>Études</i>. La Sauvaget si era proposta di scrivere un libro intervista e con la mediazione del padre de Charentenay, prima che tornassi in Argentina nell’ottobre del 2014, è venuta a Roma, per diversi giorni, e ogni giorno, per varie ore, mi poneva domande. L’ha pubblicato come libro con la casa editrice dei domenicani du Cerf”.</p>
<p style="text-align: justify"><b>Ha a che vedere con il Papa anche questo?</b></p>
<p style="text-align: justify">Il titolo le risponde: <i>Le pape du peuple</i>. Verte sulla teologia del popolo, sul pensiero del Papa, sul mio rapporto con lui. In italiano l’ha pubblicato la Libreria Editrice Vaticana.</p>
<p style="text-align: justify"><b>E questo libro è quello che ha dato al Papa…</b></p>
<p style="text-align: justify">Si, a marzo.</p>
<p style="text-align: justify"><b>Ha detto che anche il nuovo libro, appena terminato, parla del Papa.</b></p>
<p style="text-align: justify">La terza parte è sulle sue radici teologiche. Lì ho incorporato un lavoro che ho preparato per la Georgetown University degli Stati Uniti. Uno scritto sul Vaticano II, la Gaudium et Spes esattamente. Il tema che mi avevano assegnato era: “Agenda inconclusa del Vaticano II”. Nel libro mostro come il Vaticano II cambia di paradigma teologico e la Gaudium et Spes di metodo, che poi applicherà l’episcopato latinoamericano nel corso degli anni, dalla seconda conferenza episcopale di Medellin nel 1968 ad Aparecida, l’ultima Conferenza, nel 2007, inaugurata da Papa Ratzinger, dove Bergoglio presiedette la commissione per la redazione del documento conclusivo. Mostro come questo cambiamento di paradigma e di metodo lo assume Francesco seguendo la linea dell’episcopato latinoamericano ma lo applica soprattutto al tema dei poveri.</p>
<p style="text-align: justify"><b>Cosa intende con cambio di paradigma e di metodo?</b></p>
<p style="text-align: justify">Mi riferisco al passaggio dal paradigma a-storico dei documenti preparatori del Concilio che i vescovi respingono e Giovanni XXIII mette da parte, ad un paradigma che tiene più conto del personale-soggettivo e dello storico. Questo cambiamento culmina nella Gaudium et Spes con il metodo “vedere, giudicare, agire” che assume la Conferenza di Medellin ininterrottamente sino a quella di Puebla nel 1979 e fino ad un certo punto anche Santo Domingo del 1992, poi, pienamente, Aparecida. Questo cambiamente di paradigma e di metodo, applicati all’America Latina, ha portato ad esplicitare – in ordine ai contenuti &#8211; il tema dei poveri, che il Papa fa suo e approfondisce. Io credo che vari dei temi della teologia latinoamericana e argentina non solo li assume ma li approfondisce, come ho cercato di dimostrare nell’articolo pubblicato in <i>Criterio </i>(Nº 2414, maggio 2015, 44-47). Il Papa approfondisce il tema dei poveri affermando, per esempio, che “l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica”. Per poi fornire la ragione aggiungendo: “Dios les otorga su primera misericordia” (EG 198), Dio concede ad essi la sua prima misericordia. Concludo questa terza parte con i quattro principi di Bergoglio, riproposti varie volte nel corso di questi tre anni: il <i>tempo</i> è superiore allo spazio, <i>l’unità</i> prevale sul conflitto, la <i>realtà</i> è più importante dell’idea, il <i>tutto</i> è superiore alla parte e alla somma delle parti. Quando Bergoglio era provinciale, nel 1974, già li usava. Io facevo parte con lui della Congregazione provinciale è l’ho ascoltato richiamarli per illuminare diverse situazioni che si trattavano in quel consesso.</p>
<p style="text-align: justify"><b>E la prima parte del libro di cosa si occupa?</b></p>
<p style="text-align: justify">E’ storica. Tratta della teologia argentina del popolo e la figura di Lucio Gera, il principale esponente dei teologi del popolo, nato in Italia però emigrato da piccolo in Argentina. E’ stato nominato esperto dai vescovi argentini nel Vaticano II, e alle Conferenze di Medellín e Puebla.</p>
<p style="text-align: justify"><b>C’è una seconda parte?</b></p>
<p style="text-align: justify">La seconda parte, <i>Hacia una teologia inculturada</i>, contiene lavori pubblicati in <i>Evangelizzazione, cultura e teologia</i> che ho cercato di aggiornare per dargli una prospettiva più universale, non puramente latinoamericana.</p>
<p style="text-align: justify"><b>Ha già un editore?</b></p>
<p style="text-align: justify">Me lo ha chiesto il padre gesuita belga Pierre Sauvage. Uscirà in francese, per la casa editrice gesuita Lessius, di Parigi, poi, probabilmente anche in italiano e spagnolo.</p>
<p style="text-align: justify"><b>A proposito di gesuiti, ha sentito che si sta per aprire la causa di beatificazione del padre De Lubac?</b></p>
<p style="text-align: justify">Non lo sapevo…</p>
<p style="text-align: justify"><b>A fine gennaio l’arcivescovo di Lione cardinal Philippe Barbarin è andato in Vaticano per un incontro privato con Benedetto XVI sull&#8217;apertura della causa di beatificazione del cardinale De Lubac, con cui Ratzinger teologo aveva rapporti intensi. Barbarin ha poi dichiarato che il Papa emerito si è espresso molto favorevolmente all&#8217;apertura dell&#8217;iter, confermando che la figura di De Lubac è estremamente importante, sia per le sue vicende personali che per il patrimonio teologico che il porporato ha lasciato in eredità nelle sue numerose opere che tuttora sono fondamentali per la vita della Chiesa.</b></p>
<p style="text-align: justify">Padre Juan Carlos Scannone ascolta con attenzione il resoconto della notizia. “So che il Papa ha nella sua libreria <i>Meditación sobre la iglesia</i> di De Lubac, che è uno dei suoi libri preferiti. La Civiltà Cattolica e il Corriere della Sera pubblicarono la traduzione italiana nella collana “la biblioteca di Papa Francesco”.</p>
<p style="text-align: justify"><b>Ha visto quante sorprese di questi tempi? Se lo immaginava che il suo ex-alunno ce ne riservasse tante in appena tre anni?</b></p>
<p style="text-align: justify">Buone sorprese. Grazie a Dio, è una gran cosa.</p>
<p style="text-align: justify"><b>E’ caduto il muro americano, è caduto quello con la chiesa ortodossa, e adesso?</b></p>
<p style="text-align: justify">Sicuramente c’è la Cina all’orizzonte. Lui stesso me lo aveva detto che aveva molto interesse per la Cina. Una delle due volte che sono stato da solo con lui al Santa Marta mi diceva che il futuro della Chiesa è in Asia e che guardava alla Cina.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Da un momento all’altro potrebbero annunciare la firma degli accordi di pace tra governo della Colombia e guerriglia dopo il lungo negoziato condotto proprio a Cuba dalle due delegazioni…</i></b></p>
<p style="text-align: justify">E il Papa ha detto che se si firma la pace andrà in Colombia…</p>
<p style="text-align: justify"><b>Alla firma non manca molto…</b></p>
<p style="text-align: justify">E’ importante, molto importante; la Colombia è anni e anni che si trova in una siituazione tremenda, praticamente dal 1948 quando si produsse il famoso “bogotazo” per l’assassinio del leader librale Gaitán. Poi la lotta politica, una parte, imboccò la strada della clandestinità e della guerriglia, che ha subito anche delle mutazioni, incorporando il narcotraffico come strumeno di lotta e di finanziamento. Sono stati anni terribile; ricordo riunioni del CELAM a cui partecipavo, la cautela con cui ci dovevamo muovere, il pericolo di bombe, e tanta sofferenza che rifluiva negli incontri che facevamo, le testimonianze di persone, penso ad alcune religiose, che lavoravano nel Magdalena Medio e che avevano a che fare con uccisioni continue, per mano di guerriglieri che eliminavano chi aveva collaborato con i paramilitari e viceversa.</p>
<p style="text-align: justify"><b>A quando risalgono questi ricordi?</b></p>
<p style="text-align: justify">Mi pare che un momento di grande asprezza coincide con l’assassinio dei gesuiti in Salvador</p>
<p style="text-align: justify"><b>Quindi nel novembre del1989…</b></p>
<p style="text-align: justify">Si l’anno della caduta del muro di Berlino…</p>
<p style="text-align: justify"><b>E prima di loro Romero…</b></p>
<p style="text-align: justify">Sono stato sulla sua tumba quando ancora c’era il governo della Democrazia Cristiana…</p>
<p style="text-align: justify"><b>Napoleón Duarte.</b></p>
<p style="text-align: justify">Si, Duarte, invece quando hanno ucciso i gesuiti al governo c’era ARENA</p>
<p style="text-align: justify"><b>Di d’Abuisson…</b></p>
<p style="text-align: justify">Si…</p>
<p style="text-align: justify"><b>Ha saputo che oggi è morto Fernando Cardinal, in Nicaragua.</b></p>
<p style="text-align: justify">No, non lo sapevo… [E’ molto sorpreso] Quanti anni aveva?</p>
<p style="text-align: justify"><b>82</b></p>
<p style="text-align: justify">L’ho conosciuto quando sono stato in Nicaragua con Luis Maldonado, il teologo spagnolo, per partecipare ad una riunione a Panama. Di lì abbiamo proseguito per il Nicaragua. Poi lui è andato a Cuba. Fernando Cardenal viveva in comunità, anche se aveva lasciato la compagnia per svolgere il lavoro politico nel governo sandinista.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/03/07/dedicato-bergoglio-anche-se-lui-non-lo-sa-un-nuovo-libro-del-teologo-argentino-juan-carlos-scannone-alla-vigilia-del-terzo-anno-di-pontificato/">DEDICATO A BERGOGLIO. ANCHE SE LUI NON LO SA. Un nuovo libro del teologo argentino Juan Carlos Scannone alla vigilia del terzo anno di pontificato</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>LA VIA MESSICANA DI FRANCESCO. Guardare la “Morenita” che ti guarda</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2016 10:51:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Colpisce, nello splendido discorso tenuto da Papa Francesco ai vescovi nella Cattedrale di Città del Messico, l’uso continuo dei termini “guardare”, “sguardo”, “volto”. Il verbo “vedere”, in forma attiva e passiva, è il filo rosso di un testo chiave nel magistero pastorale del Pontefice. Tale da illuminare una prospettiva che si era già affacciata in [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/02/18/la-via-messicana-di-francesco-guardare-la-morenita-che-ti-guarda/">LA VIA MESSICANA DI FRANCESCO. Guardare la “Morenita” che ti guarda</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Colpisce, nello splendido discorso tenuto da Papa Francesco ai vescovi nella Cattedrale di Città del Messico, l’uso continuo dei termini “guardare”, “sguardo”, “volto”. Il verbo “vedere”, in forma attiva e passiva, è il filo rosso di un testo chiave nel magistero pastorale del Pontefice. Tale da illuminare una prospettiva che si era già affacciata in precedenza. Ad esempio nella nota autobiografica riportata nella conversazione con p. Antonio Spadaro, pubblicata prima da “La Civiltà Cattolica” e poi nel volume <i>La mia porta è sempre aperta.</i> Qui, dopo aver ricordate le sue visite a Roma alla Chiesa di San Luigi dei Francesi, il Papa ricorda le sue impressioni di fronte alla <i>Vocazione di san Matteo</i> del Caravaggio: <b><i>Quel dito di Gesù così…verso Matteo. Così sono io. Così mi sento. Come Matteo. […] E’ il gesto di Matteo che mi colpisce: afferra i suoi soldi, come a dire: “No, non me! No, questi soldi sono miei!”. Ecco, questo sono io: “un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi</i></b><i>”</i> (p. 25).</p>
<p>Lo sguardo di Cristo è qui connesso alla coscienza del peccato che emerge solo in rapporto alla misericordia, all’imbattersi in un volto che ama. Nell’intervista con Andrea Tornielli, <i>Il nome di Dio è misericordia,</i> Francesco, spiegando il motivo per cui aveva scelto a motto del suo episcopato la frase «<i>miserando atque eligendo»</i>, afferma che: «<b><i>A me piace tradurre miserando, con un gerundio che non esiste, “misericordiando”, donandogli misericordia. Dunque “misericordiandolo e scegliendolo”, per descrivere lo sguardo di Gesù che dona misericordia e sceglie, prende con sé</i></b>» (p. 27). La misericordia è appresa in uno “sguardo”, è “appesa” ad uno sguardo, al volto dell’altro/Altro. Questa <i>prossimità</i> è la condizione <i>trascendentale</i> mediante cui il cristianesimo diviene <i>storico</i>, capace di comunicarsi. Nonostante Francesco non citi usualmente il grande teologo Hans Urs von Balthasar è però innegabile che la sua fenomenologia della percezione corrisponde pienamente, come in Balthasar, al darsi “sensibile” della “forma” (<i>Gestalt</i>) gloriosa del Mistero. Per comprendere la fede occorre calarsi nella dinamica con cui Gesù, il Verbo di Dio, si è manifestato nel mondo. Nel discorso ai rappresentanti del V Convegno nazionale della Chiesa italiana, nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze, Francesco, dopo aver osservato come «Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. E’ il <i>misericordiae vultus</i>. Lasciamoci guardare da Lui», afferma: <b><i>E guardiamo ancora una volta ai tratti del volto di Gesù e ai suoi gesti. Vediamo Gesù che mangia e beve con i peccatori (Mc, 2,16; Mt 11,19), contempliamolo mentre conversa con la samaritana (Gv 4,7-26); spiamolo mentre incontra di notte Nicodemo (Gv 3,1-21); gustiamo con affetto la scena di Lui che si fa ungere i piedi da una prostituta</i></b> (cfr <i>Lc</i> 7, 36-50).</p>
<p>Il Papa adotta qui una prospettiva “filmica” laddove l’introduzione al cristianesimo non è un’operazione archeologica, né meramente storico-erudita. Si tratta, anche nella catechesi, di riandare a Cristo nella sua <i>realtà</i>, vedendoLo operare, camminare per le strade, sanare i malati, confortare gli afflitti, abbracciare i bambini. Il cristianesimo non può prescindere, nella sua percezione e nella sua comunicazione, dall’elemento <i>ottico,</i> né da quello <i>uditivo</i> o da quello <i>tattile</i>. Francesco riprende qui, alla lettera, la modalità “empirica”, l’ “estetica teologica” con cui Giovanni, nella sua prima Lettera, tratta dell’esperienza del Verbo. E’ questa concretezza che spiega la metafora della Chiesa come “ospedale da campo” nell’intervista a P. Spadaro: <b><i>A me, l’immagine che viene è quella dell’infermiere, dell’infermiera in un ospedale: guarisce le ferite ad una ad una, ma con le sue mani. Dio si coinvolge, si immischia nelle nostre miserie, si avvicina alle nostre piaghe e le guarisce con le sue mani, e per le mani si è fatto uomo. E’ un lavoro di Gesù, personale. Un uomo ha fatto il peccato, un uomo viene a guarirlo. Vicinanza. Dio non ci salva soltanto per un decreto, una legge; ci salva con tenerezza, ci salva con carezze, ci salva con la sua vita, per noi </i></b>(p. 76).</p>
<p>Questa prospettiva, che vede la sua giustificazione filosofica nel <i>primato della realtà sull’idea</i> costantemente ripetuto da Bergoglio, ha trovato nel discorso ai vescovi del Messico una sua esemplificazione peculiare. Qui lo sguardo da cui tutto proviene è quello della Madonna di Guadalupe, il cuore della fede del popolo messicano.</p>
<p>Potrebbe il Successore di Pietro, chiamato dal lontano sud latinoamericano, fare a meno di posare lo sguardo sulla Vergine “Morenita”? […] <b>So che guardando gli occhi della Vergine raggiungo lo sguardo della sua gente che, in Lei, ha imparato a manifestarsi</b>. Per questo, aggiunge Francesco, <b><i>anche il Papa da tempo nutriva il desiderio di vederla. Più ancora, vorrei io stesso essere raggiunto dal suo sguardo materno. Ho riflettuto molto sul mistero di questo sguardo e vi prego, accogliete ciò che sgorga dal mio cuore di Pastore in questo momento. Anzitutto, la Vergine Morenita ci insegna che l’unica forza capace di conquistare il cuore degli uomini è la tenerezza di Dio. Ciò che incanta e attrae, ciò che piega e vince, ciò che apre e scioglie dalle catene non è la forza degli strumenti o la durezza della legge, bensì la debolezza onnipotente dell’amore divino, che è la forza irresistibile della sua dolcezza e la promessa irreversibile della sua misericordia</i></b>.</p>
<p>Il cristianesimo si comunica per una <i>attrattiva</i>. Nella <i>Evangelii gaudium</i>, dopo aver osservato come «la predicazione morale cristiana non è un’etica stoica, è più che un’ascesi, non è una mera filosofia pratica né un catalogo di peccati ed errori. Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e ci salva», il Papa scrive che: «<b><i>Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta di amore. Se tale invito non risplende con forza ed attrattiva, l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà propriamente il Vangelo ciò che si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche</i></b>» (<i>EG</i>, &amp; 39). La vita nuova del cristiano non è il risultato delle tavole della legge ma della grazia di Colui che <i>primerea</i>, che precede, sostiene, attrae. «<b><i>Naturalmente, </i></b>- afferma nella Cattedrale di Città del Messico -<b><i> per tutto questo è necessario uno sguardo capace di riflettere la tenerezza di Dio. Siate pertanto Vescovi di sguardo limpido, di anima trasparente, di volto luminoso</i></b>».</p>
<p>La fede è qui <i>una Presenza nello sguardo. </i><b><i>E precisamente in questo mondo, Dio vi chiede di avere uno sguardo che sappia intercettare la domanda che grida nel cuore della vostra gente, l’unica che possiede nel proprio calendario una “festa del grido”. A quel grido bisogna rispondere che Dio esiste ed è vicino mediante Gesù. Che solo Dio è la realtà sulla quale si può costruire, perché “Dio è la realtà fondante, non un Dio solo pensato o ipotetico, ma il Dio dal volto umano”. Nei vostri sguardi, il Popolo messicano ha il diritto di trovare le tracce di quelli che “hanno visto il Signore” (cfr Gv 20,25), di quelli che sono stati con Dio. Questo è l’essenziale.</i></b></p>
<p>L’essenziale, oggi come ieri, è lo sguardo di coloro che “hanno visto il Signore”. Il cristianesimo non si comunica mediante tecniche o sfoggio di potenza ma nella semplicità di uomini che hanno toccato con mano l’operare di Dio nella storia. <b><i>Se il nostro sguardo non testimonia di aver visto Gesù, allora le parole che ricordiamo di Lui risultano soltanto delle figure retoriche vuote. Forse esprimono la nostalgia di quelli che non possono dimenticare il Signore, ma comunque sono solo il balbettare di orfani accanto al sepolcro. Parole alla fine incapaci di impedire che il mondo resti abbandonato e ridotto alla propria potenza disperata.</i></b></p>
<p>Donde l’invito ai vescovi a farsi prossimi al popolo, alla gente umile, ai giovani. «<b><i>Penso alla necessità di offrire un grembo materno ai giovani. Che i vostri sguardi siano capaci di incrociarsi con i loro sguardi, di amarli e di cogliere ciò che essi cercano… Che i vostri sguardi, riposti sempre e solamente in Cristo, siano capaci di contribuire all’unità del vostro popolo; di favorire la riconciliazione delle sue differenze e l’integrazione delle sue diversità</i></b>». E’ sorprendente, qui, la prospettiva con cui il Papa intuisce il punto essenziale, il punto di Archimede da cui partire per rigenerare, unire, aprire alla speranza.  Non si tratta di una dottrina, di una posizione culturale, anzitutto. A Firenze aveva detto: «Non voglio qui disegnare in astratto un “<i>nuovo umanesimo</i>”, una certa idea di uomo, ma presentare con semplicità alcuni tratti dell’umanesimo cristiano che è quello dei “sentimenti di Cristo Gesù” (<i>Fil </i>2,5)». L’umanità cristiana rifulge non come una nuova teoria ma come un <i>essere</i> nuovo che si documenta, ostensivamente, nella sfera del “sentire”, corporeo e spirituale. Per questo oltre il <i>pelagianesimo</i>, la pretesa di fare a meno della grazia, l’altro grande pericolo costantemente richiamato dal Papa è lo <i>gnosticismo:</i> cioè la pretesa di fare a meno della “carne” di Cristo, il ridurre la fede ad una mera dottrina astratta. La fede senza la vita si trasforma in un’ideologia, in un fondamentalismo presuntuoso, in un puritanesimo elitario separato dalla storia. Per questo a Città del Messico il Papa afferma: <b><i>è necessario per i nostri Pastori superare la tentazione della distanza e del clericalismo, della freddezza e dell’indifferenza, del comportamento trionfale e dell’autoreferenzialità. Guadalupe ci insegna che Dio è familiare nel suo volto, che la prossimità e la condiscendenza possono fare più della forza. Come insegna la bella tradizione guadalupana, la “Morenita” custodisce gli sguardi di coloro che la contemplano, riflette il volto di coloro che la incontrano. Occorre imparare che c’è qualcosa di irripetibile in ciascuno di coloro che ci guardano alla ricerca di Dio. Tocca a noi non renderci impermeabili a tali sguardi. Custodire in noi ognuno di loro, conservandoli nel cuore, proteggendoli. Solo una Chiesa capace di proteggere il volto degli uomini che vanno a bussare alla sua porta è capace di parlare loro di Dio. Se non decifriamo le loro sofferenze, se non ci accorgiamo dei loro bisogni, nulla potremo offrire. La ricchezza che abbiamo scorre solamente quando incontriamo la pochezza di coloro che vanno elemosinando, e proprio tale incontro si realizza nel nostro cuore di Pastori.</i></b></p>
<p>Negli occhi della Madonna di Guadalupe sono presenti, anche fisicamente, coloro che Ella ha “visto” nel momento in cui la veste colma di fiori dell’indio Juan Diego è caduta a terra. La Guadalupana è guardata dal popolo fedele perché Ella, per prima, lo ha guardato. Allo stesso modo i Pastori non devono attendere lo sguardo dei semplici, in segno di ossequio e di rispetto, ma devono guardare per primi, abbracciare nello sguardo. Nella intervista di P. Spadaro, Francesco, non abituato a parlare alla gente, confessa: «Io riesco a guardare le singole persone, una alla volta, a entrare in contatto in maniera personale con chi ho davanti. Non sono abituato alle masse» (p. 14). L’incontro cristiano è possibile solo come rapporto personale, come relazione io-tu. Si può guardare “tutti” solo perché si guarda “qualcuno”. Al fondo perché, prima, si è stati “guardati” e non semplicemente “visti” da qualcuno. A Città del Messico è lo sguardo della Madonna di Guadalupe che consente di guardarLa, di guardare in Lei il volto di tutti coloro che, uniti nello sguardo, divengono un popolo. <b><i>Solo guardando la “Morenita”, il Messico ha di sé una visione completa. Pertanto vi invito a comprendere che la missione che la Chiesa vi affida richiede questo sguardo che abbracci la totalità. E questo non si può realizzare isolatamente, bensì solo in comunione. La Guadalupana è cinta di una cintura che annuncia la sua fecondità. E’ la Vergine che porta in grembo il Figlio atteso dagli uomini. E’ la Madre che sta generando l’umanità del nuovo mondo nascente. E’ la Sposa che prefigura la maternità feconda della Chiesa di Cristo. Voi avete la missione di cingere l’intera Nazione messicana con la fecondità di Dio. Nessun pezzo di questa cinta può essere disprezzato.</i></b></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/02/18/la-via-messicana-di-francesco-guardare-la-morenita-che-ti-guarda/">LA VIA MESSICANA DI FRANCESCO. Guardare la “Morenita” che ti guarda</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>IL GRANDE FRATELLO A CUBA. In corso di stampa il romanzo di George Orwelll, “1984”. Verrà presentato il 16 febbraio durante la Fiera internazionale del libro di l’Avana</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2016/02/02/il-grande-fratello-cuba-corso-di-stampa-il-romanzo-di-george-orwelll-1984-verra-presentato-il-16-febbraio-durante-la-fiera-internazionale-del-libro-di-lavana/</link>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2016 17:02:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>George Orwelll non è tra gli scrittori popolari a Cuba. Nonostante la sua fede prima anarchica, poi socialista e i trascorsi di combattente nella guerra civile spagnola dalla parte dei repubblicani del Partito Operaio di Unificazione Marxista di tendenza trotzkista. La censura letteraria che ha subito non ha bisogno di molte spiegazioni. La spietata rappresentazione [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/02/02/il-grande-fratello-cuba-corso-di-stampa-il-romanzo-di-george-orwelll-1984-verra-presentato-il-16-febbraio-durante-la-fiera-internazionale-del-libro-di-lavana/">IL GRANDE FRATELLO A CUBA. In corso di stampa il romanzo di George Orwelll, “1984”. Verrà presentato il 16 febbraio durante la Fiera internazionale del libro di l’Avana</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>George Orwelll non è tra gli scrittori popolari a Cuba. Nonostante la sua fede prima anarchica, poi socialista e i trascorsi di combattente nella guerra civile spagnola dalla parte dei repubblicani del Partito Operaio di Unificazione Marxista di tendenza trotzkista. La censura letteraria che ha subito non ha bisogno di molte spiegazioni. La spietata rappresentazione del mondo totalitario dei suoi romanzi, di cui “1984” è il più celebre, è troppo facilmente estensibile a Cuba per essere digerita dai leader castristi anche quando i distinguo non mancherebbero tra la situazione geopolitica dell’Isola alla fine degli anni ’60 e il marxismo-leninismo stalinisticamente interpretato che Orwelll ha nel punto di mira della sua immaginifica costruzione letteraria. “Mi sono convinto che la distruzione del mito sovietico era essenziale se volevamo la resurrezione del movimento socialista” scrisse al suo ritorno dalla Spagna in una lettera del giugno 1949. Dalle persecuzioni staliniste durante la guerra civile spagnola, che egli considerò un vero e proprio tradimento tra fratelli, nacque in lui la necessità di combattere ogni forma di totalitarismo, sia quello fascista che quello comunista. &#8220;1984&#8243; è il definitivo atto d&#8217;accusa della pretesa totalitaria di voler piegare la realtà e le persone ad un fine superiore, che idealmente si voleva far coincidere con la felicità del popolo, ma che finiva con l’identificarsi nell&#8217;ubbidienza cieca ai partiti totalitari e ai loro condottieri. Attaccare lo stalinismo per salvare il socialismo, così l’autore, Orwelll, annuncia il suo scopo. «Il mio recente romanzo [1984] NON è inteso come un attacco al Socialismo o al Partito Laburista (di cui sono sostenitore), ma come la denuncia delle perversioni che sono state parzialmente realizzate nel Comunismo e nel Fascismo». Orwelll scrisse “La fattoria degli animali”, e quindi “1984”, ispirandosi, al proprio vissuto ma anche a “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, che fu suo insegnante, al romanzo distopico russo “Noi” di Evgenij Ivanovič Zamjatin, pubblicato nel 1924, un primo esempio di accusa alla Russia sovietica leninista fatta da un conterraneo di Lenin, e al romanzo realistico “Buio a mezzogiorno” di Arthur Koestler, un ex iscritto al partito comunista tedesco che svela i metodi di plagio e tortura del comunismo sovietico e dei partiti che ad esso si ispirano.</p>
<p>Anche per questo la notizia della pubblicazione di “1984” è di quelle che danno la misura di quanto sta avvenendo nella Cuba post-disgelo.</p>
<p>La casa editrice <i>Arte y Literatura</i>, una delle istituzioni più accreditate della cultura cubana fondata nel 1967, ha annunciato che l’opera di Orwelll farà parte di un catalogo di 40 titoli che saranno presentati in occasione della XXV Fiera internazionale del libro che si terrà a l’Avana dall’11 al 21 febbraio. Il blog cubano <i>CaféFuerte</i>, che rilancia la notizia, aggiunge che la presentazione sarà martedì 16 febbraio alle 2,30 del pomeriggio nella sala Alejo Carpentier della Fortezza La Cabaña, sede della mostra.</p>
<p>C’è da dire che Eric Arthur Blair, questo il vero nome di George Orwelll, non è del tutto nuovo per il palato dei cubani, ai primi posti nel continente come consumatori di libri. Almeno per i più anziani. I due romanzi che più bersagliano gli orrori e gli errori del totalitarismo – <i>La fattoria degli animali</i>, tradotto in spagnolo con il titolo <i>Rebelión en la granja </i>(1945) e 1984 ( del 1948) &#8211; scritti negli ultimi anni di vita, quelli dove la disillusione rispetto allo stalinismo si era fatta più cocente e profonda, furono pubblicati a Cuba tra il 1960 e il 1961 da una casa editrice indipendente, come ancora lo era l’editoria dell’Isola già investita dalla rivoluzione castrista ma non ancora ascritta al campo socialista. Poi le opere di Orwelll sono state messe all’indice per i seguenti decenni come tante altre. Fino ai nostri giorni.</p>
<p>Una nota radiofonica di Radio Enciclopedia, una popolare emittente cubana fondata nel 1962, in piena crisi dei missili e con il pericolo incombente di un nuovo conflitto mondiale, menziona la pubblicazione imminente del romanzo di Orwelll come una “decisione saggia” del marchio <i>Arte y Literatura</i>.</p>
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		<title>RIPOSI IN PACE. Ritrovati i resti di Camilo Torres. Il prete guerrigliero avrà una nuova sepoltura, come chiesto dai compagni d’armi dell’ELN, e la pace un nuovo impulso</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2016/01/26/riposi-pace-ritrovati-resti-di-camilo-torres-il-prete-guerrigliero-avra-una-nuova-sepoltura-come-chiesto-dai-compagni-darmi-delleln-e-la-pace-un-nuovo-impulso/</link>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2016 15:03:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>E’ già un frutto della pace. Che ancora non è stata sottoscritta, ma manca poco. I morti “resuscitano” e i “ciechi” vedono possibilità fino ad ora nascoste dietro la cortina di fumo delle armi. Il morto in questione è una delle figure più emblematiche degli anni ’60, il prete gesuita e guerrigliero Camilo Torres, un [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/01/26/riposi-pace-ritrovati-resti-di-camilo-torres-il-prete-guerrigliero-avra-una-nuova-sepoltura-come-chiesto-dai-compagni-darmi-delleln-e-la-pace-un-nuovo-impulso/">RIPOSI IN PACE. Ritrovati i resti di Camilo Torres. Il prete guerrigliero avrà una nuova sepoltura, come chiesto dai compagni d’armi dell’ELN, e la pace un nuovo impulso</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>E’ già un frutto della pace. Che ancora non è stata sottoscritta, ma manca poco. I morti “resuscitano” e i “ciechi” vedono possibilità fino ad ora nascoste dietro la cortina di fumo delle armi. Il morto in questione è una delle figure più emblematiche degli anni ’60, il prete gesuita e guerrigliero Camilo Torres, un antesignano dei sacerdoti sandinisti in armi del Nicaragua degli anni ’80. Aderì al nascente Esercito di liberazione nazionale nel 1964, e poco dopo cadde in combattimento nel corso della sua prima azione contro l’esercito colombiano. Una parte, seppur esigua, del pensiero teologico latinoamericano conosciuto con la specificazione “della Liberazione” lo annovera tra i suoi referenti. Di lui rimase il mito, in una scala più ridotta di quella dell’argentino Ernesto Guevara detto il “Che” ma pur sempre crepitante sotto le ceneri di una scelta, quella delle armi, mai approvata dalla Chiesa latinoamericana. Del corpo, invece, non si seppe più nulla. La solita paura dei militari che già intuivano il pericolo che il guerrigliero morto potesse trasformarsi nella meta di futuri pellegrinaggi. Corse voce che i resti fossero stati sepolti in qualche fossa anonima, o anche, come rivelò il generale che comandava la brigata di militari che abbatté il guerrigliero Torres, che il corpo fosse stato interrato in un punto strategico, separato da altre fosse comuni, che non fu mai comunicato all’opinione pubblica. Uno dei tanti segreti militari di un secolo senza pace per il paese andino. Poi Valencia Tovar, questo il nome del militare, oggi morto, una volta in pensione scrisse un libro dove rivelò i dettagli della morte e della sepoltura di Camilo Torres con il proposito di consegnare i resti alla famiglia in un secondo momento. In un’intervista del 2007 alla rivista <i>Semana</i> e al quotidiano <i>El Tiempo</i> ha poi chiarito che il corpo del sacerdote fu riesumato tre anni dopo la sua sepoltura, e che i resti vennero raccolti in un’urna per essere trasportati nel cimitero della città colombiana di Bucaramanga, dove fu creato il camposanto militare della Quinta Brigata. Il militare non rivelò l’esatta posizione. Fino a poche settimane fa, quando l’ELN ha reclamato la restituzione del corpo e la dignità sacerdotale di Torres come una prova di buona volontà al governo colombiano per iniziare un negoziato formale che dovrà portare i suoi 1500 al disarmo alla stregua delle Farc. La prova di buona volontà c’è stata, il presidente Juan Manuel Santos ha dato luce verde, e con l’ausilio di documenti d’archivio e materiali giornalistici dell’epoca le ricerche si sono concentrate nel punto giusto. Lì gli antropologi forensi mobilitati dal governo, con seguito di odontologi e medici patologi specializzati in identificazioni hanno fatto il resto.</p>
<p>Che quelle estratte siano proprio le ossa del Camilo nazionale dovranno confermarlo gli esami del DNA a cui verranno sottoposte con carattere d’urgenza. Ma tutto fa pensare che la messa sia finita.</p>
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		<title>COLOMBIA. ARRIVERA’ PRIMA LA PACE, POI IL PAPA. Confermato il viaggio, ma sarà nel 2017, “entro il primo semestre”</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2016/01/23/colombia-arrivera-prima-la-pace-poi-il-papa-confermato-il-viaggio-ma-sara-nel-2017-entro-il-primo-semestre/</link>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2016 15:58:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Se il cronogramma dei negoziati tra Governo e Farc verrà rispettato ed entro la fine di marzo gli accordi verranno sottoscritti e annunciati, la pace tanto anelata dai colombiani precederà il viaggio di Papa Francesco nel paese andino. Il viaggio si farà nel 2017, «entro il primo semestre». Lo ha riferito ai giornalisti mons. Luis [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/01/23/colombia-arrivera-prima-la-pace-poi-il-papa-confermato-il-viaggio-ma-sara-nel-2017-entro-il-primo-semestre/">COLOMBIA. ARRIVERA’ PRIMA LA PACE, POI IL PAPA. Confermato il viaggio, ma sarà nel 2017, “entro il primo semestre”</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Se il cronogramma dei negoziati tra Governo e Farc verrà rispettato ed entro la fine di marzo gli accordi verranno sottoscritti e annunciati, la pace tanto anelata dai colombiani precederà il viaggio di Papa Francesco nel paese andino. Il viaggio si farà nel 2017, «entro il primo semestre». Lo ha riferito ai giornalisti mons. Luis Augusto Castro Quiroga, presidente della Conferenza episcopale di Colombia, che questa mattina è stato ricevuto prima da papa Francesco e poi dal segretario di Stato, Pietro Parolin. Si lavora a un programma che porti il Pontefice «non tanto nei santuari, ma nei luoghi in cui potrà incontrare il maggior numero di colombiani» e i vescovi hanno sottoposto al Vaticano una traccia di programma del viaggio. Sarà un viaggio di «tre, quattro cinque giorni, non sappiamo ancora &#8211; ha spiegato mons. Castro Quiroga &#8211; ma sarà una buona visita del Papa, in differenti zone del Paese».</p>
<p>«Dopo l’udienza di oggi &#8211; ha detto il vescovo colombiano a un gruppo di giornalisti di testate internazionali &#8211; posso dire due cose non straordinarie, ma certe: la prima è che il Papa ha riaffermato la sua volontà di visitare la Colombia, e la seconda che si fa il possibile per realizzare il viaggio entro il primo trimestre, meglio entro il primo semestre del 2017, perché l’agenda di quest’anno è già piena. Per quel periodo &#8211; ha aggiunto &#8211; il processo di pace sarà ancora più maturato, e la visita del Papa potrebbe mettere un punto fermo a tutto questo».</p>
<p>Tra le tappe del viaggio di papa Francesco in Colombia, ha detto mons. Castro Quiroga, dovrebbe esserci con tutta probabilità la zona del Choco, una delle zone più povere della Colombia. Non è chiaro se il viaggio comprenderà anche altre zone del Sud America: «non so &#8211; ha risposto il vescovo a una domanda in tal senso &#8211; so che si parla del Brasile, poi ci sono gli argentini che piangono, poi c’è il Cile, però la Colombia è una priorità» nella agenda papale.</p>
<p>Nella udienza di questa mattina, ha riferito ancora il presule, i vescovi hanno avuto conferma di quanta «attenzione il Papa abbia per il processo di pace in Colombia», come ha già mostrato in diverse occasioni, compreso a Cuba, dove «l’ho visto insistere per incontrare noi colombiani, cosa che non era prevista dal programma». «Il Papa &#8211; ha rimarcato mons. Castro Quiroga &#8211; tutte le volte che si è pronunciato sul processo di pace è stato molto chiaro, è un argomento che lo coinvolge, ma certo non condiziona il suo viaggio in Colombia, il cui primo obiettivo è incontrare i colombiani, il numero maggiore possibile di colombiani».</p>
<p>Comunque «papa Francesco ha tutte le informazioni sul processo». Di questo la delegazione dei vescovi &#8211; con il presidente sono stati ricevuti in Vaticano l’arcivescovo di Bogotà Ruben Salazar Gomez, il vicepresidente della Conferenza episcopale, mons. Oscar Rubino Ortega, e il segretario generale, mons. José Daniel Falla Robles &#8211; ha parlato anche con il segretario di Stato Parolin. «Con il cardinale Parolin &#8211; ha riferito Castro Quiroga &#8211; abbiamo parlato prima del Venezuela, che lui conosce perché era nunzio lì, e poi del processo di pace».</p>
<p>«Ma con il Papa &#8211; ha aggiunto &#8211; abbiamo parlato più a fondo della questione della giustizia: il Papa è convinto che senza giustizia non ci sia speranza, e noi siamo contrari alla pena di morte perché toglie ogni speranza». In attesa di averlo in Colombia, i vescovi hanno donato a papa Francesco alcune carte geografiche del Paese.</p>
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		<title>IL PAPA IN COLOMBIA. Verso una definizione del viaggio in stretta sincronizzazione con il negoziato di l’Avana tra Governo e Farc. Le sponde della pace</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2016/01/22/il-papa-colombia-verso-una-definizione-del-viaggio-stretta-sincronizzazione-con-il-negoziato-di-lavana-tra-governo-e-farc-le-sponde-della-pace/</link>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2016 13:31:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>L&#8217;arcivescovo di Tunja e Presidente della Conferenza episcopale della Colombia, mons. Luis Castro Quiroga, si appresta a varcare la soglia del Santa Marta per un incontro importante con Papa Francesco che potrebbe aggiungere ulteriori dettagli, se non la data, di una futura visita in Colombia. Castro Quiroga ha raccontato inoltre che i preliminari del programma [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/01/22/il-papa-colombia-verso-una-definizione-del-viaggio-stretta-sincronizzazione-con-il-negoziato-di-lavana-tra-governo-e-farc-le-sponde-della-pace/">IL PAPA IN COLOMBIA. Verso una definizione del viaggio in stretta sincronizzazione con il negoziato di l’Avana tra Governo e Farc. Le sponde della pace</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;arcivescovo di Tunja e Presidente della Conferenza episcopale della Colombia, mons. Luis Castro Quiroga, si appresta a varcare la soglia del Santa Marta per un incontro importante con Papa Francesco che potrebbe aggiungere ulteriori dettagli, se non la data, di una futura visita in Colombia. Castro Quiroga ha raccontato inoltre che i preliminari del programma della visita papale sono stati già avviati e quindi ha assicurato che tra i luoghi che visiterà Francesco, oltre alla capitale, Santa Fe di Bogotà, ci sarà la città principale della sua diocesi, Tunja, dove è già in programma un incontro con centinaia di migliaia di contadini colombiani. La visita, è ormai chiaro, è strettamente sincronizzata con quanto avviene in queste ore al tavolo dei negoziati di l’Avana. Nella svolta delle relazioni tra le Farc e Bogotà è stato ribadito e messo a punto un metodo di lavoro che costringerà ad aggiornare i manuali di diplomazia. Quello che è accaduto, attraverso una triangolazione che ha coinvolto anche Cuba, è una pietra miliare per la stabilità e il rilancio di tutta l’America Latina. Ci vorranno anni, certo. Ma le fondamenta sono state gettate. Seguendo il successo della mediazione tra Usa e l’Havana, con almeno nove incontri segreti tra le delegazioni dei due paesi in Vaticano, la Santa sede ha favorito che le parti dialogassero in una sede che non venisse percepita come ostile. A spiegarlo è stato monsignor Luis Augusto Castro Quiroga, arcivescovo di Tunja e presidente della Conferenza episcopale della Colombia, che nel corso di un colloquio con la Radio Vaticana, lo scorso 21 settembre spiegava che “la strada che è stata percorsa per arrivare a L’Avana è cominciata con un processo molto privato, un dialogo, qui, nella città di Bogotà, tra il Governo e la guerriglia, con lo scopo di verificare se, effettivamente, loro volevano andare fino in fondo, cioè, fino a terminare il conflitto e deporre le armi”. Oggi quell’intervista ha il valore di una rivelazione. Prima, dunque, sono state esaminate le reali disponibilità. “Una volta verificato che avevano questa buona volontà, questa intenzione, allora, loro stessi – Governo e guerriglia &#8211; si sono accordati di iniziare questo dialogo e renderlo pubblico, a L’Avana. È molto più facile farlo là, nel senso che ci sono meno interferenze, meno difficoltà rispetto a farlo qua (in Colombia, <i>ndr</i>). Questo è iniziato e mi pare che sta procedendo molto bene proprio perché si tiene in un luogo un po’ isolato dove è possibile dialogare tranquillamente”. A migliaia di chilometri di distanza, nella capitale cubana stava accadendo quello che mesi prima era avvenuto in Vaticano con gli emissari di Usa e Cuba. La riprova che il dialogo ad ogni costo predicato da Francesco non è utopia, ma una strada praticabile, per quanto accidentata. L’incognita avrebbe potuto essere la disponibilità di Cuba, ma il governo dei Castro ha mostrato di voler giocare un ruolo seguendo, non si sa quanto consapevolmente, l’esempio dettato da papa Bergoglio. La guerriglia a l’Avana si sente meno esposta. Difficile che sotto il naso dei Castro avrebbero potuto esserci trappole. “Lì si sentono più sicuri, più protetti, e Cuba ha risposto effettivamente con la sicurezza &#8211; ha spiegato il presidente dei vescovi colombiani, mettendo a disposizione, con una gentilezza unica, tutto il necessario perché questi dialoghi si potessero svolgere nel migliore dei modi. Mi pare che è stata più un’idea della guerriglia, però penso che tutti erano d’accordo sul fatto di continuare questi dialoghi fuori dalla Colombia”. Il governo di Bogotà avrebbe preferito un’altra sede, ma alla fine ha accettato l’idea di un negoziato presso la Isla Grande. La Chiesa non è stata in disparte. L’arcivescovo Quiroga in persona ha fatto la spola tra la Colombia e la capitale cubana. Non da solo. Anche qui esortando le parti a relazionarsi secondo giustizia tenendo conto proprio dei più deboli. Esattamente ciò che Francesco si aspetta dalle relazioni diplomatiche. I colloqui cubani sono avvenuti anche in presenza di chi, a causa della guerriglia, ha molto sofferto. “Sono stato diverse volte a L’Avana, ci sono stato sei volte, accompagnando le vittime del conflitto &#8211; ha spiegato l’arcivescovo -, che erano dodici alla volta, e così ho potuto constatare come il governo di L’Avana è stato molto gentile, molto sollecito, nel dare il proprio aiuto in qualunque cosa, dal servizio ti trasporto dall’aeroporto al centro dove si tenevano le riunioni, ad altri servizi che si rendessero necessari”. E’ così che lungo la difficile strada per la normalizzazione della Colombia, emerge l’inedito ruolo diplomatico di Cuba. Del resto proprio da qui, lo scorso 21 settembre al termine della Messa nella Piazza della Rivoluzione il Papa, prima dell&#8217;Angelus, aveva lanciato un accorato appello per la Colombia, nella consapevolezza “dell’importanza cruciale del momento presente, in cui, con sforzo rinnovato e mossi dalla speranza, i suoi figli stanno cercando di costruire una società pacifica”. E in quella circostanza il Papa ha ringraziato il presidente cubano Raul Castro per il suo impegno nelle trattative. &#8220;<i>Que la sangre vertida por miles de inocentes durante tantas décadas de conflicto </i>… Che il sangue versato da migliaia di innocenti durante tanti decenni di conflitto armato, unito a quello di Gesù Cristo sulla Croce, sostenga tutti gli sforzi che si stanno facendo, anche in questa bella Isola, per una definitiva riconciliazione. E così la lunga notte del dolore e della violenza, con la volontà di tutti i colombiani, si possa trasformare in un giorno senza tramonto di concordia, giustizia, fraternità e amore, nel rispetto delle istituzioni e del diritto nazionale e internazionale, perché la pace sia duratura. Per favore, non possiamo permetterci un altro fallimento in questo cammino di pace e riconciliazione”. Il domani, lungo il sentiero della stabilizzazione e della faticosa riconciliazione, non manca di incognite. Ma grazie al gioco di sponda tra il papa latinoamericano, spalleggiato dall’eccezionale e discreto lavoro del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, e la disponibilità di Cuba, è stato stabilito un nuovo modo, pacifico e proficuo, per portare la pace laddove sembrava impossibile. Restituendo all’America centrale e del Sud prospettive di speranza e un posto in prima fila nei consessi internazionali.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/01/22/il-papa-colombia-verso-una-definizione-del-viaggio-stretta-sincronizzazione-con-il-negoziato-di-lavana-tra-governo-e-farc-le-sponde-della-pace/">IL PAPA IN COLOMBIA. Verso una definizione del viaggio in stretta sincronizzazione con il negoziato di l’Avana tra Governo e Farc. Le sponde della pace</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>CERCASI SANTA. Donna, madre, paraguayana… Questo l’identikit che ha indicato il Papa nel pranzo in Nunziatura in Paraguay. L’ha rivelato il vescovo del santuario di Caacupé</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2015 22:16:31 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">L’ammirazione del papa argentino per le donne del vicino Paraguay è nota e lui stesso l’ha manifestata in diverse occasioni. Da vescovo prima, da Papa poi. Ma che giungesse al punto di sollecitare i confratelli del paese limitrofo a cercare nell’altra metà del cielo una possibile santa, questo lo si è appreso solo adesso, a tre mesi e mezzo dal viaggio in Paraguay di metà luglio. La circostanza è stata la mensa imbandita della Nunziatura di Asunción il secondo giorno della visita, commensali i vescovi della nazione sudamericana. Tutti, al gran completo, 22, compresi i quattro emeriti.</p>
<p style="text-align: justify">Qui, in un momento della conversazione, tra il tintinnare delle stoviglie, il Papa avrebbe sorpreso tutti con un <i>desiderata</i> inaspettato: che si cercasse una donna paraguayana, madre, per elevarla agli altari. Fatte salve tutte le procedure beninteso, indagini, commissioni e via dicendo, ma per farle terminare il cammino terreno tra i beati di Santa madre Chiesa. A riferirlo è stato il presidente della Conferenza episcopale del Paraguay, monsignor Claudio Giménez, vescovo di Caacupé, lo stesso che ha condiviso con il Papa tanto la mensa in Nunziatura come l’altare del celebre santuario nazionale nella moltitudinaria messa del 12 luglio. Nel corso di una conversazione con <i>Radio Uno</i> del Paraguay, una emittente privata che trasmette sulla frequenza 650 AM, <i>monseñor</i> Giménez, prossimo a presentare la propria rinuncia per raggiunti limiti d’età, 75 anni il 26 di novembre per l’esattezza, ha spiegato che la richiesta del Santo Padre ha preso tutti di sorpresa e per questa ragione solo adesso viene fatta conoscere all’opinione pubblica. “Eravamo così contenti e forse per la sorpresa non abbiamo reagito prima” ha dichiarato candidamente all’emittente aggiungendo che l’intenzione del Papa era quella di valorizzare la figura della donna paraguayana, da lui molto ammirata e che in più di una occasione ha qualificato come “la más gloriosa y heroica de América”.</p>
<p style="text-align: justify">Sorpresa doppia per la verità, giacché i vescovi avevano sollecitato al Papa la beatificazione della Serva di Dio María Felicia de Jesús Sacramentado, più nota come <i>Chiquitunga</i>, una giovane carmelitana scalza vissuta nella città di Villarrica del Espíritu Santo. Ma dopo le parole del vescovo Giménez sappiamo che Papa Francesco desidera che i sacerdoti del Paraguay indirizzino la loro attenzione verso una madre “eroica” che abbia vissuto il Vangelo ammirevolmente lasciando nel popolo il segno della propria santità di vita. Una madre – ha dettagliato il vescovo di Caacupé – “che ha vissuto al massimo le virtù cristiane di fede, speranza e carità”. Mons. Giménez ha anche ricordato che in un altro momento il Papa gli si è avvicinato e ha rinnovato la richiesta: “Dobbiamo trovare una madre paraguayana santa, per favore, cercatela! Sono sicuro che ce n’è più di una, dobbiamo solo trovarla”. Il vescovo ha anche fatto appello ai concittadini a darsi da fare. “E’ un processo largo, prima bisogna trovare la persona. Questo avviene tramite il vescovo, una comunità religiosa, un quartiere o altro ancora. Di farla conoscere ci pensa la gente e noi introduciamo la causa per la sua beatificazione” ha aggiunto il vescovo raccomandando che la candidata madre “abbia vissuto una vita esemplare”.</p>
<p style="text-align: justify">La richiesta papale “condensa” un’opinione più volte manifestata da Bergoglio e da Francesco. Nel 2010 il cardinale celebrò una messa con la collettività paraguayana in Argentina davanti all’immagine della Madonna di Caacupé. In quell’occasione disse che “è doppiamente gloriosa, per essere la madre di Dio e per essere paraguayana”. In pieno volo verso la Bolivia, prima delle tre tappe che lo avrebbero portato nel cuore del continente, salutò una giornalista del Paraguay con parole che ebbero una forte ripercussione nel paese: “la donna paraguayana è la più gloriosa, non perché abbia studiato più di altre; perché questa donna, la donna del Paraguay ha saputo prendere sulle spalle un paese sconfitto dall’ingiustizia e dagli interessi internazionali, a davanti a questa sconfitta ha portato avanti la Patria, la lingua e la fede”.</p>
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