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	<title>Terre d&#039;America di Alver Metalli &#187; Cultura</title>
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		<title>12 OTTOBRE. NASCE L’AMERICA MODERNA. Diritti dei popoli, liberazione, democrazia, integralismi, poveri, nella riflessione del filosofo uruguayano Methol Ferré</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Oct 2018 22:11:49 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">METHOL FERRÉ: C’è un pensiero che risale al momento generativo dell’America Latina in quanto soggetto storico autocosciente, e a cui abbiamo già accennato parlando delle principali polemiche teologiche: è la grande discussione sull’evangelizzazione degli indigeni che si è svolta nel corso della prima metà del XVI secolo. Fu un dibattito aspro, di grande intensità, che coinvolse le migliori menti dell’epoca. I teologi che vi intervennero furono quasi tutti spagnoli, ma la ricaduta della controversia sul Nuovo Mondo fu decisiva; a giusto titolo può essere annoverata tra le riflessioni fondanti la Chiesa latinoamericana, che hanno fissato il corso e stabilito la direzione futura del cattolicesimo in queste terre.</p>
<p style="text-align: justify">La discussione fu così accanita e prolungata che dal XVI secolo trapassò nel secolo seguente; grazie ad essa gli indios delle terre scoperte e conquistate vennero alfine considerati liberi vassalli della Corona spagnola nel territorio del Nuovo Mondo. Che poi nella pratica tale principio venisse contraddetto in maggior o minor misura in un luogo delle Indie o nell’altro, che i missionari dovessero denunciare gli abusi di conquistadores, che i coloni facessero il bello e cattivo tempo approfittando della lontananza dalla madrepatria, questo non inficia il fatto che abbia ispirato una legislazione indigena molto avanzata sul piano dei diritti umani.</p>
<p style="text-align: justify">Il dibattito a cui mi riferisco fu un momento privilegiato, propulsivo, del processo di gestazione dei diritti umani in America Latina, che confluirà nella formazione del pensiero giuridico europeo. Le cosiddette leggi delle Indie saranno espressione della seconda scolastica rinascimentale e barocca che va da Vitoria a Suàrez e che comprende tanto l’inizio della globalizzazione mondiale con il diritto delle genti, quanto la risposta del Concilio di Trento alla sfida della riforma protestante.</p>
<p style="text-align: justify">Un onesto illuminista contemporaneo come Jürgen Habermas, lo riconosce proprio discutendone con Ratzinger. In un momento del dialogo che i due intellettuali hanno tenuto a Monaco all’inizio del 2004, Habermas parla del liberalismo politico e dei fondamenti normativi dello stato democratico osservando che «la storia della teologia cristiana nel Medio evo, specialmente la tarda scolastica spagnola, si inquadra certamente nella genealogia dei diritti umani». Ed effettivamente è così; nella scolastica di Vitoria prende forma il primo diritto dei popoli di nuova scoperta. Ratzinger gli risponde a sua volta parlando della gestazione dell’idea di diritto naturale, collocandola nel momento in cui il mondo europeo-cristiano deborda le proprie frontiere e si lancia alla scoperta dell’America. «In quel momento – disse &#8211; si è entrati in contatto con popoli estranei alla trama della fede e del diritto cristiani, che sino ad allora era stata l’origine e il modello della legge per tutti. Non c’era nulla in comune con questi popoli sul terreno giuridico». «Ma ciò significa forse – si chiese Ratzinger -che erano carenti di leggi, come alcuni sostennero, o piuttosto si doveva postulare l’esistenza di un diritto che, situato al di sopra di tutti i sistemi giuridici, vincolasse e guidasse gli esseri umani quando entravano in contatto con culture differenti? Davanti a questa situazione – sostenne Ratzinger nella discussione &#8211; Francisco de Vitoria dette il nome a un’idea che già stava fluttuando nell’ambiente: quella del “jus gentium” (letteralmente il diritto dei popoli), dove la parola “gentes” si associa, soprattutto, all’idea di pagani, di non cristiani. Si tratta di una concezione del diritto come qualcosa di previo alla concezione cristiana dello stesso, che deve regolare il corretto rapporto tra tutti i popoli».</p>
<p style="text-align: justify">Habermas, che rappresenta la tradizione più alta dell’illuminismo nel mondo contemporaneo, riconosce l’importanza del diritto naturale nella definizione dei diritti umani e nella gestazione della democrazia e quindi legittima una possibile concordia con la tradizione cristiana.</p>
<p style="text-align: justify">Ci furono diversi altri momenti di dibattito nel corso della storia moderna dell’America Latina, più nel segno di un’assimilazione di acquisizioni e tappe del pensiero proprio delle Chiese europee, ma pur sempre un’assunzione operata dall’interno dello spazio culturale latinoamericano. Quindi venne l’epoca dell’anticlericalismo del secolo XIX, e subito dopo la benefica influenza di Maritain nella vita intellettuale latinoamericana, soprattutto a partire da “Umanesimo integrale” del 1936, che implicò una polemica intensa con settori integristi e conservatori latinoamericani. I cattolici dell’America Latina presero atto della nuova situazione, riconobbero le virtù dello stato liberale che si era affermato ovunque e cominciarono a porre la questione della libertà religiosa in termini finalmente nuovi e maturi, non più reattivi bensì tendenzialmente assuntivi.</p>
<p style="text-align: justify">Maritain e le democrazie cristiane che a lui si ispirarono stabilirono le condizioni perché si comprendesse e si assumesse, anche in America Latina, la Dichiarazione sulla libertà religiosa fatta nel Vaticano II. Da questo punto di vista il Concilio può essere considerato il risultato di una terza scolastica, che coinvolge pensatori come Przywara, Maritain, Rahner, Balthasar, Lonergan e altri non di origine tomista come Blondel, Guardini, Guitton, e lo stesso Ratzinger. Il dibattito Ratzinger-Habermas mostra l’avanzamento del dialogo e le possibilità di incontro del meglio del pensiero cattolico e del miglior pensiero laico-illuminista.</p>
<p style="text-align: justify">Nella visione di questi due esponenti lo stato liberale democratico diviene un ambito di vincoli, di legittimazioni, di riconoscimenti, di garanzie per tutti. Habermas può ben dire che «nelle società pluraliste dotate di una costituzione liberale, il concetto di tolleranza forza i credenti a comprendere, nel loro rapporto con i non credenti o credenti di altre religioni, che debbono fare i conti, ragionevolmente, con il disaccordo persistente di costoro; ma d’altro canto, nella cornice di una cultura politica liberale si forzano anche i non credenti ad assumere questa stessa possibilità nel loro rapporto con i credenti». Argomenti a cui Ratzinger può rispondere, citando Kurt Hubner, che «occorre liberarsi dell’idea enormemente falsa che la fede non abbia nulla da dire agli uomini di oggi, perché contraddice il loro concetto umanista di ragione, di illuminismo e di libertà». Al contrario Ratzinger parla di «rapporto correlativo tra ragione e fede, ragione e religione», chiamate «a depurarsi e redimersi reciprocamente», bisognose come sono una dell’altra.</p>
<p style="text-align: justify">La convergenza dialogica tra questi due esponenti di rilievo, raggiunta e dichiarata adesso, all’inizio di questo nuovo secolo, è possibile solo grazie al Concilio Vaticano II.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Un inciso a partire da quello che ha detto di Maritain e della polemica con l’integralismo. Lei vede dell’integralismo in America Latina? </i></b></p>
<p style="text-align: justify">Si è già detto che il pensiero latinoamericano è stato lungamente tributario e dipendente dall’Europa, tanto nell’ordine secolare come nell’ordine religioso. Quanto più un intellettuale era colto, più era subordinato a logiche interpretative esterne, anche per ciò che si riferiva a fenomeni latinoamericani, come l’integralismo, appunto.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Perché chiama integralismo la subordinazione?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">No, la subordinazione non è sinonimo di integralismo; ma fatalmente, se in Europa si diffondevano correnti integraliste, qua succedeva lo stesso, nel senso che le categorie di moderno e antimoderno, per esempio, venivano usate per interpretare la realtà anche in questi territori lontani. L’antimodernismo latinoamericano guardava alla cristianità europea come ad un modello eterno di cristianesimo, spingendo i cattolici, di conseguenza, verso rivendicazioni volte alla restaurazione di una cristianità in via di trasformazione e crisi. Ci furono degli autori latinoamericani che teorizzarono la perpetuità delle forme catto europee, contro l’idea che fossero storicamente contingenti.</p>
<p style="text-align: justify">I cattolici integralisti si proponevano di difendere l’indipendenza della Chiesa dallo stato – che era effettivamente minacciata e compressa &#8211; e con essa finivano col difendere anche delle forme di cristianità obsolete. Gli anticlericali, a loro volta, difendevano uno stato liberale onnipotente che ereditava la pretesa di sottomettere la Chiesa al modo dell’assolutismo monarchico. Molta nostra storia di fine ottocento, inizi del novecento è punteggiata dallo scontro di questi due integralismi che si alimentavano reciprocamente in altre latitudini.</p>
<p style="text-align: justify">Oggi la questione è diversa: non necessariamente i fenomeni ecclesiali che hanno l’epicentro in un luogo geografico, si ripetono alla periferia negli stessi termini. La periferia è più autocosciente di essere periferia, più critica.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Mi pare che questo ragionamento obblighi a rimescolare dei concetti che in un tempo non remoto si usavano molto; mi riferisco a categorie come “progressista” e “conservatore”. Sembravano concetti precisi, dal potere definitorio esaustivo. Che impressione le fanno, oggi, questi stessi concetti? </i></b></p>
<p style="text-align: justify">«Progressisti contro conservatori» ha una generalità tale che non serve a molto come categoria definitoria, salvo che la si specifichi, che la si faccia operare con modalità storiche reali.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>E in ambito ecclesiale? Le sembra che servano a chiarire, a comprendere? Possono avere un valore esplicativo, una qualche attualità ancora oggi? </i></b><b></b></p>
<p style="text-align: justify">Molto scarsa. Negli anni del Concilio Vaticano II e in quelli successivi designavano dei modi di affrontare la realtà che accentuavano elementi precedenti al Concilio, in un caso, o posteriori, in un altro. I conservatori frenavano, i progressisti esageravano e acceleravano le novità. Perché le due categorie che segnala possano mantenere una qualche validità, vanno ricostituite e applicate ad altro. Non so, al modo di evangelizzare per esempio.</p>
<p style="text-align: justify">Le caratteristiche nuove della missione, come volontà di presenza negli ambienti, come attenzione alle università, alla città, saranno appoggiate da taluni e contrastate da altri, che hanno nostalgia di forme precedenti. Insomma: è in ordine ai contenuti che il binomio progressista-conservatore può ricoprire una qualche utilità indicativa.</p>
<p style="text-align: justify">Oggi trovo che i supposti progressismi ostentano un’enfasi che dipende molto dalle interpretazioni suggerite dal potere che esercita la maggior egemonia. Vedo anche in ciò la decomposizione ideologica della sinistra di cui si è già parlato.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Queste categorie hanno un valore esplicativo scarso, lei dice. Ossia, più che invalidarle, oggi andrebbero ricostituite</i></b><i>?</i></p>
<p style="text-align: justify">E riferite, perché possano mantenere un certo valore, al grado di comprensione della missione della Chiesa nelle circostanze storiche dell’America Latina di cui stiamo discutendo.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Considera la riflessione sulla liberazione il primo apporto specificamente latinoamericano? </i></b></p>
<p style="text-align: justify">La tematica della liberazione rimbalza nelle diverse direzioni geografiche in qualche modo a partire dalla guerra mondiale in Europa contro il nazifascismo. Appartiene al linguaggio proprio della resistenza francese. Poi, della parola, se ne appropriò quel gigantesco processo di decolonizzazione che seguì la seconda Guerra mondiale, passò in Indocina alle lotte anti-francesi e anti-americane, e proseguì in Africa, designando le lotte per l’indipendenza delle colonie olandesi, francesi, inglesi e portoghesi.</p>
<p style="text-align: justify">Ricordo che nel 1955, durante l’assemblea in cui venne a configurarsi l’odierno CELAM, furono tenute diverse conferenze ai vescovi partecipanti; una s’intitolava “Eucaristia e liberazione”. Quello stesso anno apparve una originale opera del gesuita francese de Finance intitolata “Existence et liberté”. Interi capitoli erano dedicati ai processi di emancipazione, nel tentativo di elaborare una vera e propria filosofia della liberazione. Nella mia evoluzione intellettuale questo pensiero ha avuto molta importanza e non ho mai mancato di visitare padre de Finance nel corso dei viaggi a Roma.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Sta parlando di una riflessione teologica che prosegue nel Concilio Vaticano II?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">In realtà lo sfiora appena; l’esiguità e la modestia della partecipazione latinoamericana non ha permesso che vi avesse un ruolo più centrale.</p>
<p style="text-align: justify">Giovanni XXIII sollevò la questione dei poveri all’inizio del Concilio. Ricordo ancora quella sua frase stentorea: «Davanti ai paesi sottosviluppati la Chiesa si presenta com’è e vuole essere: la Chiesa di tutti, e soprattutto dei poveri». C’è chi propose – come il cardinal Lercaro – che quello dei poveri diventasse il filo conduttore del Concilio. La proposta non passò, ma provocò e ottenne forti echi. In Paul Gauthier, per esempio, che in Palestina scrisse un libro, “Gesù, il carpentiere di Nazareth”, che venne pubblicato durante la prima sessione del Concilio. Le sue riflessioni ricevettero un’accoglienza molto favorevole da parte della delegazione dei vescovi latinoamericani, guidata dal brasiliano Dom Helder Camara e dal cileno Francisco Larraín, che in varie occasioni si riunirono tra di loro e con il padre Gauthier.</p>
<p style="text-align: justify">Quest’ultimo terrà ai padri conciliari di lingua spagnola varie conferenze che verranno poi raccolte in volume con il titolo «La pauvreté dans le monde». Il libro verrà pubblicato alla fine del Concilio, nel 1965, e rimbalzerà con forza in America Latina. Lì si anticipano temi fondamentali che si svilupperanno negli anni a venire, compresa la teologia della liberazione nelle diverse linee che ha poi seguito questo pensiero.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Se ho ben capito, questa riflessione sui poveri e la liberazione muove i primi passi poco prima del Concilio, tocca il Vaticano II, ritorna in America Latina con più forza.</i></b></p>
<p style="text-align: justify">É interessante ripercorrere il cammino che compie. Montini, che con il cardinal Suenens ebbe voce in capitolo nel Concilio allorché si trattò di discutere la logica con cui andava strutturato, una volta divenuto Paolo VI avvertì la necessità di integrare quel grande documento conciliare che è la “Gaudium et spes”. Mi riferisco alla redazione della “Populorum progressio”, nel 1966, con la quale – già Papa &#8211; reintroduce il tema della povertà, del terzo mondo, dei paesi sottosviluppati e in via di sviluppo nella riflessione ecclesiale.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Quindi annovera Paolo VI come un punto forte lungo quella linea che lei chiama “tradizione teologica latinoamericana”.</i></b></p>
<p style="text-align: justify">É colui che conduce per mano la Chiesa latinoamericana nell’assimilazione del Concilio. Con la “Populorum progressio” Paolo VI apre il Concilio all’America Latina.</p>
<p style="text-align: justify">Nel discorso inaugurale della Conferenza di Medellín, Paolo VI richiamerà vari testi prodotti in America Latina; li cita dettagliatamente nella sua prolusione ponendoli a fianco della sua stessa enciclica, quasi a voler dare loro un analogo valore. Sono testi dell’episcopato boliviano, di quello brasiliano, cileno e messicano di cui il Papa raccomanda lo studio e la lettura assieme alla “Populorum progressio”. Questi testi sono tutti centrati sul tema della povertà e della liberazione.</p>
<p style="text-align: justify">In questa occasione, parlando a tutta la Chiesa latinoamericana riunita in Colombia, il Papa indica e conferma lo «sforzo onesto inteso a promuovere il rinnovamento e la promozione dei poveri e di quanti vivono in condizione di inferiorità umana e sociale». Senza ricorrere alla violenza rivoluzionaria. Lo dirà con queste parole indimenticabili: «Né l’odio né la violenza sono lo sforzo della nostra carità».</p>
<p style="text-align: justify">Questo appello è costato molto al Papa e molto alla Chiesa dell’America Latina, perché ci fu una moltitudine di giovani cattolici che presero la strada della guerriglia. Ancora mi addolora pensare a tanti ragazzi che ho conosciuto, peruviani, messicani, cileni, uruguayani, argentini, che sono morti oppure hanno avuto le vite rovinate. Fu una testimonianza veramente eroica quella di Paolo VI, che – è giusto ripeterlo &#8211; fu colui che avvicinò il Concilio all’America Latina riprendendo con convinzione quegli accenti sulla povertà e la liberazione propri della riflessione della Chiesa latinoamericana e nel Vaticano II appena accennati.</p>
<p style="text-align: justify">Paolo VI giudicò importante, nel quadro della “Gaudium et spes”, ampliare la questione sociale. Poi, negli anni ’70, l’“Evangelii Nuntiandi” completerà l’assimilazione dell’insieme Concilio. Questa costituzione apostolica ebbe il ruolo di unificare intimamente, nella Conferenza che succedette a Medellín, quella di Puebla, i due testi base del Vaticano II: “Lumen Gentium” e “Gaudium et spes”. In qualche modo l’“Evangelii Nuntiandi” fu una sintesi riassuntiva e semplice che contribuì alla diffusione del Concilio tra di noi.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo di allora la scelta preferenziale per i poveri verrà fatta propria da tutta la Chiesa dell’America Latina.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>Ad un certo punto di questi dialoghi lei ha fatto questa affermazione: «A me pare che sia finalmente possibile legare in forma intima l’evangelizzazione del nucleo universitario della società moderna con l’opzione preferenziale per i poveri…».</i></b><b></b></p>
<p style="text-align: justify">Cioè non in modo estrinseco, prendendo gli elementi principali di una cultura che si genera al di fuori di un principio cristiano totalizzante e sovrapponendoli ipso facto ad una condizione di arretratezza, oppure – ma il risultato è ugualmente insoddisfacente &#8211; elevando l’arretratezza così com’è a principio di cultura. Negli anni settanta – lo abbiamo visto &#8211; è stato un po’ così.</p>
<p style="text-align: justify">Chiesa-università-poveri devono essere posti su una linea di continuità. In considerazione del fatto che il lavoro, anche manuale, è sempre più “pensiero”. L’idea cristiana del lavoro porta ad intervenire sulla realtà così com’è modificandola alla luce dell’immagine ideale che deriva dall’essere compagni della creazione. E questa è una questione di consapevolezza, cioè di cultura, dunque di educazione.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>«La Chiesa latinoamericana – ha sostenuto &#8211; più di qualsiasi altro soggetto, ha la possibilità di riprendere questo legame in termini nuovi». Cosa vuol dire “in termini nuovi”? </i></b><b></b></p>
<p style="text-align: justify">Con la coscienza del momento storico che l’America Latina sta vivendo. A mio modo di vedere nei prossimi vent’anni si gioca la possibilità storica di superare l’attuale condizione di arretratezza del continente; e questa possibilità è in buona parte legata al processo d’ integrazione, se esso si realizza oppure no nelle sue esigenze di base. Per superare l’arretratezza l’orizzonte, le energie, devono essere unificati.</p>
<p style="text-align: justify">Da: Alberto Methol Ferré-Alver Metalli, <i>Il Papa e il Filosofo</i>, Cantagalli, Siena 2013. Edizione precedente: <i>L’America Latina del XXI secolo</i>, Torino, Marietti, 2006</p>
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		<title>MA QUANDO MORIRÁ NERUDA? Adesso un gruppo di esperti internazionali conclude che il Nobel cileno non è deceduto di cancro alla prostata come affermato nel certificato di morte</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Oct 2017 18:24:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alver Metalli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>L’eterno ritorno di un fantasma che non vuole lasciare il mondo dei vivi sin quando non si sia fatta giustizia una volta per tutte attorno al suo decesso. Ma si arriverà mai a questo momento di verità? Un gruppo di esperti internazionali riapre il mistero sulla morte del premio Nobel per la Letteratura 1971. Anzi, [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2017/10/22/ma-quando-morira-neruda-adesso-un-gruppo-di-esperti-internazionali-conclude-che-il-nobel-cileno-non-e-deceduto-di-cancro-alla-prostata-come-affermato-nel-certificato-di-morte/">MA QUANDO MORIRÁ NERUDA? Adesso un gruppo di esperti internazionali conclude che il Nobel cileno non è deceduto di cancro alla prostata come affermato nel certificato di morte</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">L’eterno ritorno di un fantasma che non vuole lasciare il mondo dei vivi sin quando non si sia fatta giustizia una volta per tutte attorno al suo decesso. Ma si arriverà mai a questo momento di verità? Un gruppo di esperti internazionali riapre il mistero sulla morte del premio Nobel per la Letteratura 1971. Anzi, dichiara di chiudere definitivamente una porta sull’aldilà, quella che attribuisce il decesso al cancro di cui soffriva come in un primo tempo è stato certificato dall’ospedale Santa Maria di Santiago del Cile dove spirò il 23 settembre 1973 poco dopo il colpo di stato militare di quell’anno che depose il socialista Salvador Allende e portò al potere il generale Augusto Pinochet.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo cinque giorni di analisi della documentazione medica e scientifica raccolta nel corso di cinque anni, il gruppo di esperti che si è alfine pronunciato in questi giorni d’ottobre ha escluso all&#8217;unanimità che il malato abbia sofferto &#8220;cachessia cancerosa&#8221;, uno stato di debilitamento letale dell’organismo provocato da un tumore alla prostata. &#8220;Ciò che è vero, vero al 100%, è che il certificato (di decesso) non riflette la realtà della morte&#8221; ha dichiarato in una conferenza stampa il dottor Aurelio Luna a nome degli esperti convocati per determinare se Neruda è stato ucciso durante la dittatura di Augusto Pinochet.</p>
<p style="text-align: justify">All’indomani della morte, avvenuta dodici giorni dopo il golpe, Neruda venne sepolto nel Cimitero Generale di Santiago, alla presenza di circa quattrocento persone. Il 7 maggio 1974, la salma fu inumata una seconda volta, dopo una breve cerimonia privata. Fu necessario attendere la fine della dittatura perché il desiderio di Neruda di essere sepolto a Isla Negra, nella località di Valparaíso dove visse a lungo, venisse finalmente esaudito. La terza sepoltura dei resti del poeta venne celebrata in forma privata ma solenne il 12 dicembre 1992, alla presenza di tremila persone tra cui diverse autorità. L’ultima riesumazione della salma è stata effettuata l’8 aprile 2013 per consentire la realizzazione di esami tossicologici volti a verificare l’ipotesi che Neruda fosse morto per avvelenamento. Una ricostruzione, quest’ultima, che è stata sostenuta dal suo autista Manuel Araya e che era stata esclusa e alternativamente riconsiderata in diversi momenti nel corso dei quarantacinque anni trascorsi dalla morte di Neruda.</p>
<p style="text-align: justify">Adesso il simposio con 16 esperti di Canada, Danimarca, Stati Uniti, Spagna e Cile ha dichiarato di aver determinato in forma ultimativa che non sarebbe morto di cancro, anche se non ha potuto “confermare o escludere l&#8217;ipotesi che vi sia stato un intervento volontario e deliberato per uccidere il poeta attraverso la somministrazione di germi batterici o tossine”.</p>
<p style="text-align: justify">Il lavoro degli esperti era iniziato nel bel mezzo dell’indagine avviata dal giudice cileno Mario Carroza nel 2011 dopo che Manuel Araya, autista e assistente personale di Neruda, dichiarò che il poeta era stato trasferito dalla sua casa nella città di Isla Negra, sulla costa centrale, alla clinica di Santa Maria a Santiago, dove gli sarebbe stato iniettato un veleno che ne avrebbe provocato la morte.</p>
<p style="text-align: justify">Il gruppo di esperti internazionali ha dichiarato adesso di aver scoperto un nuovo batterio diverso dal cancro che soffriva. Il batterio è tutt’ora all’esame in laboratori del Canada e Danimarca ed entro un anno si conosceranno altre cose sulle cause reali della morte di Neruda.</p>
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		<title>PARLIAMOCI, MA IN SPAGNOLO! Più di 50 milioni di ispanoparlanti negli Stati Uniti. E nel mondo è la seconda lingua più parlata dopo il mandarino</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2017/10/14/parliamoci-ma-spagnolo-piu-di-50-milioni-di-ispanoparlanti-negli-stati-uniti-e-nel-mondo-e-la-seconda-lingua-piu-parlata-dopo-il-mandarino/</link>
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		<pubDate>Sat, 14 Oct 2017 14:16:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Lo spagnolo? Gode di eccellente salute, spesso più di quanta ne abbiano i paesi matrice, o forse proprio grazie alle loro periodiche crisi che lanciano verso i paesi anglofoni milioni di emigranti che portano con sé lingua e cultura. Secondo gli ultimi calcoli negli Stati Uniti più di 50 milioni di persone parlano la lingua [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2017/10/14/parliamoci-ma-spagnolo-piu-di-50-milioni-di-ispanoparlanti-negli-stati-uniti-e-nel-mondo-e-la-seconda-lingua-piu-parlata-dopo-il-mandarino/">PARLIAMOCI, MA IN SPAGNOLO! Più di 50 milioni di ispanoparlanti negli Stati Uniti. E nel mondo è la seconda lingua più parlata dopo il mandarino</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Lo spagnolo? Gode di eccellente salute, spesso più di quanta ne abbiano i paesi matrice, o forse proprio grazie alle loro periodiche crisi che lanciano verso i paesi anglofoni milioni di emigranti che portano con sé lingua e cultura. Secondo gli ultimi calcoli negli Stati Uniti più di 50 milioni di persone parlano la lingua di Cervantes, filtrata nelle tonalità idiomatiche dei 19 paesi dell’America Latina su 21 che la parlano come lingua madre. “La canzone di maggior successo nel mondo durante l’estate? <i>Despacito</i>” scrive il New York Times che fa notare che “allo stesso tempo più di 20 stati hanno promulgato leggi per far sì che l’inglese sia l’idioma ufficiale” nelle loro contrade e che il presidente Trump “ha vinto le elezioni con una piattaforma che includeva la promessa di costruire un muro di frontiera e la proposta di fissare nuovi limiti all’immigrazione illegale” tra cui quello che chi facesse richiesta di ingresso nel paese parlasse inglese per ottenere la residenza legale.</p>
<p style="text-align: justify">Uno dei generi musicali più orecchiati da una costa all’altra, il cosiddetto <i>reguetón</i> nato a Porto Rico, dilaga ovunque nelle radio del grande paese del Nord, dagli altoparlanti dei locali commerciali, nelle stazioni di servizio e nei supermercati latini. E se il cinese mandarino con i suoi 898 milioni di persone che lo parlano distanzia di molto l’inglese, lo spagnolo occupa il secondo posto con i suoi 437 milioni di parlanti, secondo le stime di <i>Ethnologue</i> — un compendio degli idiomi parlati nel mondo – che colloca l’inglese al terzo posto con 372 milioni seguito dall’arabo, dall’indù, dal bengalese, dal portoghese (grazie Brasile!) e dal russo.</p>
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		<title>VULCANICA VIOLETA. “In una fuga non c’è addio” è il titolo dell’opera teatrale dedicata alla cantautrice cilena di cui ricorrono i cento anni dalla nascita</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Sep 2017 08:59:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>È il 1960 e Violeta Parra dà un&#8217;intervista a Radio Universidad de Concepción. Lì, anticipa parte di “El gavilán”, un’opera composta per un balletto che non sarà mai posto in scena. E vi dice: &#8220;Questa canzone la devo cantare io, perché il dolore non può essere cantato da una voce accademica, una voce da conservatorio. [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2017/09/20/vulcanica-violeta-una-fuga-non-ce-addio-e-il-titolo-dellopera-teatrale-dedicata-alla-cantautrice-cilena-di-cui-ricorrono-cento-anni-dalla-nascita/">VULCANICA VIOLETA. “In una fuga non c’è addio” è il titolo dell’opera teatrale dedicata alla cantautrice cilena di cui ricorrono i cento anni dalla nascita</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">È il 1960 e Violeta Parra dà un&#8217;intervista a Radio Universidad de Concepción. Lì, anticipa parte di “El gavilán”, un’opera composta per un balletto che non sarà mai posto in scena. E vi dice: &#8220;Questa canzone la devo cantare io, perché il dolore non può essere cantato da una voce accademica, una voce da conservatorio. Deve essere una voce sofferente come la mia, che soffre da quarant&#8217;anni&#8221;. Quel frammento dell&#8217;intervista è uno dei quadri che compongono l&#8217;opera “In una fuga non c’è addio”, diretta da Trinidad González e scritta da Luis Barrales in collaborazione con la stessa regista e gli attori del reparto: Paula Zúñiga, Piera Marchesani, Tamara Ferreira, Nicolás Zárate, Nicolás Pavez e Tomás González.</p>
<p style="text-align: justify">Quando si compiono i cento anni della nascita, questo tributo si distingue per il suo intramato particolare: come se fossero pezzi di una delle sue stoffe ruvide dalle maglie larghe (<i>arpilleras</i>), attraverso le quali si possono vedere le scene di lei nelle sue diverse tappe vitali. C’è la Violeta che abbandona la casa senza dirlo a nessuno perché sa già da allora che “nella fuga non c’è addio”, come segnala nelle sue <i>Décimas</i>. C&#8217;è anche la Violeta che ricopia la musica popolare sul campo con il suo registratore grande quanto una valigia e il suo udito sintonizzato sui canti all’umano e al divino. Violeta che dà battaglia perché i cileni si avvicinino alle loro radici popolari, e va a fondo di queste radici dove dispiega la sua genialità. Quella che si ribella al sistema di ingiustizie in cui vive. La Violetta iraconda, trascinata dalle proprie idee. Quella che si lacera le viscere amando e che si chiede che cosa ho ottenuto col volerti bene, ay, ay, ay. Una Violeta Parra vulcanica, come la definiva suo fratello Nicanor. Una donna complessa, dopo tutto, che nella triplice interpretazione delle attrici ci passerà davanti come un vortice che scuote tutto sul suo cammino.</p>
<p style="text-align: justify">La scenografia del montaggio è trasparente, spoglia: una sorta di capannone di toni neri dove possiamo vedere alcune sedie e cumuli di strumenti musicali messi uno sull’altro un po&#8217; qui e un po&#8217; là. Tamburi, chitarre, <i>charangos</i>, tastiere. Ci saranno temi dell’autrice, <i>cuecas</i> e <i>payas</i> (balli tipici cileni e composizioni improvvisate, N.d.R.) che il cast interpreterà con molta grazia. Forse uno dei momenti più elevati sarà proprio la messa in scena del duello di <i>payadores</i> (cantautori che improvvisano rime, N.d.R) dove si fronteggiano una coppia di uomini e un’altra di donne.</p>
<p style="text-align: justify">Umore e giocosità tipica di questa espressione sono mescolati ad alcuni ammiccamenti di genere che il drammaturgo Luis Barrales lascia scorrere con astuzia: “Detengamos las cuestiones / nos pasamos de la raya / toos saben que la paya / es asunto de varones” (&#8220;Mettiamo freno ai problemi / abbiamo passato il limite / sanno tutti che la paya / è cosa di uomini&#8221;), dirà uno degli sfidanti nel duello. E la risposta della payadora gli chiuderà la bocca: “Cada cosa que ha de oírse / tanta ignorancia profunda / La paya es cuestión fecunda/ No para puro evadirse / Tanto podría decirse: / la vida y sus aflicciones / pero este par de jetones / la usan pa’ puro mentir / Cuando payen qué es parir / les respeto sus canciones” &#8220;Se ne sentono di tutti i colori / tanto è grande l’ignoranza / La paya è qualcosa di fecondo / Non puro svago / che potrebbe dire molto: / sulla vita e le sue afflizioni / ma questa coppia di superficialoni / la usano per mentire / Quando vorranno verseggiare per partorire cose buone / rispetteremo le loro canzoni &#8220;).</p>
<p style="text-align: justify">Anche se alcune scene dell’opera si estendono più del necessario e il finale perde una certa forza, l’insieme riluce per la sua freschezza, per l’indovinata costruzione in frammenti, del tutto coerenti con l&#8217;arte dell’autrice; per la splendida performance musicale diretta da Marcello Martínez e per il suo carattere di omaggio che rifugge da ogni tipo di grandiloquenza.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.quepasa.cl/articulo/guia-del-ocio/2017/09/violeta-volcanica.shtml/" target="_blank">Qué pasa</a></p>
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		<title>GIULIO VERNE BATTE HENRY POTTER. ALMENO A CUBA. Inedito congresso a l’Avana sui “Viaggi straordinari” dello scrittore francese</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Jul 2017 12:26:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>I Caraibi si addicono a Giulio Verne. Da mercoledì studiosi di otto paesi si riuniranno a l’Avana dando vita al II Congresso Vernano per discutere di un opera che a loro dire “ha ancora molto da insegnare”, anche ai giovani cresciuti con il mago londinese della scuola di magia e di stregoneria di Hogwarts. Nella [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2017/07/03/giulio-verne-batte-henry-potter-almeno-cuba-inedito-congresso-lavana-sui-viaggi-straordinari-dello-scrittore-francese/">GIULIO VERNE BATTE HENRY POTTER. ALMENO A CUBA. Inedito congresso a l’Avana sui “Viaggi straordinari” dello scrittore francese</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">I Caraibi si addicono a Giulio Verne. Da mercoledì studiosi di otto paesi si riuniranno a l’Avana dando vita al II Congresso Vernano per discutere di un opera che a loro dire “ha ancora molto da insegnare”, anche ai giovani cresciuti con il mago londinese della scuola di magia e di stregoneria di Hogwarts. Nella capitale cubana i cultori di Giulio Verne, in realtà Jules per le sue origini francesi, si concentreranno per tre giorni sui suoi &#8220;Viaggi straordinari&#8221;, la serie di romanzi scritti e fatti pubblicare tra il 1863 e il 1905, in un appuntamento del tutto originale per l’America Latina. Il simposio è stato promosso dalla “Sociedad Hispánica Julio Verne”, con sede a Palma di Maiorca, in Spagna, che ha la sua ragion d’essere nella diffusione della vita e dell’opera dell’autore de “Il giro del mondo in 80 giorni”. «Questo congresso vuole saldare il debito di tre generazioni di lettori cubani con il “Sognatore di Nantes”» ha dichiarato all’agenzia EFE lo scrittore cubano José Miguel Sánchez (Yoss) e vuole essere “l’occasione per quei giovani che sono cresciuti con Herry Potter e Il Signore degli anelli di rendersi conto che sono passati cento anni dalla sua morte e Verne ha ancora molto da insegnare”.</p>
<p style="text-align: justify">Un&#8217;altra voce che sottolinea le qualità del padre della moderna fantascienza è quella del presidente della Società spagnola degli amanti di Verne Ariel Pérez che ha segnalato che l’interesse di Cuba per Verne è molto forte e che con la creazione dell’Istituto Cubano del Libro più di cinquant’anni fa sono stati pubblicati sull’isola tre milioni circa di copie di libri dello scrittore, il secondo più tradotto della storia dopo Agatha Christie.</p>
<p style="text-align: justify">C’è da dire che l’Avana ha anche una poco conosciuta connessione con l’autore francese. L’ha segnalata alla stampa un altro cultore di Verne, il giornalista Juan Antonio Sanz, anch’egli membro della “Sociedad Hispánica Jules Verne” che ha ricordato che nella capitale cubana nel 1857 morì l’esploratore polare statunitense Elisha Kent Kane, le cui gesta artiche ispirarono “Le avventure del capitano Hatteras” pubblicato nel 1866.<i> </i>Sanz, che presenterà nel Congresso una esposizione su &#8220;I misteri polari di Verne&#8221;, ha sottolineato che in Calle Oficios, a l’Avana si può ancora vedere l’iscrizione che la massoneria cubana dedicò a Kane, anche lui massone, e alle sue gesta polari.</p>
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		<title>LARGO ALLA RUMBA. Il celebre ballo cubano ad un passo dall’essere nominato patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2016/11/23/largo-alla-rumba-il-celebre-ballo-cubano-ad-un-passo-dallessere-nominato-patrimonio-dellumanita-da-parte-dellunesco/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2016 16:57:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Gli amanti dei balli tropicali, tutti ritmo e traspirazione, avranno di che rallegrarsi se a fine novembre, com’è probabile, il più tipico di essi venisse annoverato nel patrimonio immateriale dell’umanità dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l&#8217;Educazione, la Scienza e la Cultura. Il verdetto si conoscerà a fine novembre nella riunione che il comitato speciale dell’UNESCO [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/11/23/largo-alla-rumba-il-celebre-ballo-cubano-ad-un-passo-dallessere-nominato-patrimonio-dellumanita-da-parte-dellunesco/">LARGO ALLA RUMBA. Il celebre ballo cubano ad un passo dall’essere nominato patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Gli amanti dei balli tropicali, tutti ritmo e traspirazione, avranno di che rallegrarsi se a fine novembre, com’è probabile, il più tipico di essi venisse annoverato nel patrimonio immateriale dell’umanità dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l&#8217;Educazione, la Scienza e la Cultura.</p>
<p style="text-align: justify">Il verdetto si conoscerà a fine novembre nella riunione che il comitato speciale dell’UNESCO realizzerà in Etiopia, ad Adis Abeba.</p>
<p style="text-align: justify">Davanti ai giudici scorrerà la documentazione relativa a 37 espressioni artistiche rappresentative del patrimonio “vivo” dei popoli, come danza, gastronomia, feste e festival… E ci sarà anche Cuba, che ha sottoposto al comitato la propria rumba, “una miscela festiva di musica e ballo” si legge nella sinopsi della candidatura, “simbolo di una società emarginata a Cuba”.</p>
<p style="text-align: justify">La candidatura della rumba cubana ha ottenuto luce verde dalla Commissione di valutazione, un passo a cui fa seguito, normalmente, anche l’approvazione da parte del Comitato dei giurati dell’UNESCO.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/11/23/largo-alla-rumba-il-celebre-ballo-cubano-ad-un-passo-dallessere-nominato-patrimonio-dellumanita-da-parte-dellunesco/">LARGO ALLA RUMBA. Il celebre ballo cubano ad un passo dall’essere nominato patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>INVASIONE CINESE IN CILE. Aperti oltre mille tavoli di trattative tra i due Paesi. Aumentati i viaggi del presidente cinese nella regione. E non si tratta solo di visite di cortesia</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2016/10/21/invasione-cinese-cile-aperti-oltre-mille-tavoli-di-trattative-tra-due-paesi-aumentati-viaggi-del-presidente-cinese-nella-regione-e-non-si-tratta-solo-di-visite-di-cortesia/</link>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2016 14:00:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>I pessimisti dicono che il dragone cinese si mangerà anche il Cile, cercando di prendersi il controllo strategico delle risorse economiche e naturali. Portano ad esempio il caso dell&#8217;Ecuador, che, prestito dopo prestito, deve a Pechino qualcosa come 7 miliardi di dollari americani, il 30% del proprio debito. Gli ottimisti ribattono che le relazioni commerciali [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/10/21/invasione-cinese-cile-aperti-oltre-mille-tavoli-di-trattative-tra-due-paesi-aumentati-viaggi-del-presidente-cinese-nella-regione-e-non-si-tratta-solo-di-visite-di-cortesia/">INVASIONE CINESE IN CILE. Aperti oltre mille tavoli di trattative tra i due Paesi. Aumentati i viaggi del presidente cinese nella regione. E non si tratta solo di visite di cortesia</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">I pessimisti dicono che il dragone cinese si mangerà anche il Cile, cercando di prendersi il controllo strategico delle risorse economiche e naturali. Portano ad esempio il caso dell&#8217;Ecuador, che, prestito dopo prestito, deve a Pechino qualcosa come 7 miliardi di dollari americani, il 30% del proprio debito. Gli ottimisti ribattono che le relazioni commerciali fanno bene a entrambi i Paesi. E fu nel 2005 che il Cile, pioniere tra gli Stati del Cono Sud, firmò un trattato di libero commercio con il Dragone asiatico. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, e tuttavia – paradossalmente – persino il Perù e lo stesso Ecuador hanno stretto maggiori affari con la Cina. Il vento sembra cambiato, e il recente “Chile Week” a Pechino e Guangzhou, organizzata dal governo cileno (Direcon – Ministero Affari Esteri), ha portato all&#8217;apertura di oltre 1.100 tavoli di trattativa tra imprese dei due Paesi, stando a quanto riportato da Andrés Rebolledo, che del Direcon è direttore generale: “Il Cile rappresenta meno dell&#8217;1% nel mercato cinese – ha scritto – però siamo il suo terzo socio commerciale nell&#8217;America Latina. Pensiamo che Chile Week nel gigante asiatico rafforzerà la nostra presenza”.</p>
<p style="text-align: justify">Pechino certo non sta con le mani in mano. A giugno i rappresentanti di China Railway hanno manifestato al ministro delle Opere Pubbliche Alberto Undurraga l&#8217;intenzione di investire nel Paese, e in quegli stessi giorni la Powerchina Northwest Engineering Corporation ha fatto lo stesso. “Il Cile – scrive Maria Hosé Tapia, giornalista della rivista cilena <i>Que Pasa</i> – si presenta come una piattaforma necessaria per espandersi al resto dell&#8217;America Latina e ci sono segnali concreti del fatto che i cinesi sono arrivati qui per restare. A luglio ha aperto il China Construction Bank a Santiago”, il primo nel Sudamerica ad avere come valuta di riferimento lo Yuan. Settore minerario, dell&#8217;energia, infrastrutture, alimenti, tecnologia: i campi d&#8217;azione della conquista cinese sembrano essere questi, e secondo dati della Cepal, la Commissione economica per l’America Latina, le relazioni commerciali tra Cina e Latinoamerica sono aumentate di 22 volte dal 2000 ad oggi. Il rallentamento della crescita cinese si è accompagnato ad una maggiore spinta nell&#8217;acquisizione dei colossi industriali nei settori strategici: dalla biotecnologica Syngenta, finita nelle mani di ChemChina per 43 miliardi di dollari, alla quota di maggioranza (60%) di Pirelli comprata dalla stessa società ad “appena” 4,6 miliardi.</p>
<p style="text-align: justify">È forse presto per dire che siamo davanti a una svolta nelle relazioni tra la Cina e l&#8217;America Latina. Ma dal 2013 ad oggi il presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping e il suo premier, Li Keqiang, si sono recati undici volte in almeno uno Stato della regione. Furono appena tredici, nei dieci anni precedenti. I viaggi sono aumentati, e non si trattano certo di semplici visite di cortesia.</p>
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		<title>CHI HA RESO TRISTE IL TANGO? Lo scrittore argentino numero uno, Borges, dettò quattro conferenze sul celebre ballo. Accusando Gardel di…</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Sep 2016 12:29:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>«Studiare il tango non è inutile, significa studiare le diverse vicissitudini dell&#8217;anima argentina». Parola di Jorge Luis Borges, che proprio sul tango tenne quattro incontri, in un locale non precisato di Buenos Aires. Era il 1965, e quelle lezioni, registrate e giunte per caso allo scrittore Bernardo Atxaga, sono raccolte in un volume edito dalla [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/09/07/chi-ha-reso-triste-il-tango-lo-scrittore-argentino-numero-uno-borges-detto-quattro-conferenze-sul-celebre-ballo-accusando-gardel-di/">CHI HA RESO TRISTE IL TANGO? Lo scrittore argentino numero uno, Borges, dettò quattro conferenze sul celebre ballo. Accusando Gardel di…</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">«Studiare il tango non è inutile, significa studiare le diverse vicissitudini dell&#8217;anima argentina». Parola di Jorge Luis Borges, che proprio sul tango tenne quattro incontri, in un locale non precisato di Buenos Aires. Era il 1965, e quelle lezioni, registrate e giunte per caso allo scrittore Bernardo Atxaga, sono raccolte in un volume edito dalla casa editrice “Sudamericana”, che si intitola semplicemente “El Tango – Cuatro conferencias”.</p>
<p style="text-align: justify">Meno semplice è scardinare alcuni preconcetti sul tango, ma Borges ci riesce con molta facilità. Primo tra tutti: il tango come musica e ballo imposto dal popolo alle classi sociali più elevate. E ancora: il tango come musica malinconica, nostalgica.</p>
<p style="text-align: justify">Non è così. «Contrariamente a questa sorta di storia sentimentale presente nei film, il popolo non impone il tango alla gente di classe elevata. Il contrario». O meglio, c&#8217;è un doppio passaggio: il tango nasce (attorno al 1880) nelle casas malas (bordelli, bische), con radici infami, nelle zone dove pochi anni dopo sarebbe sorto il jazz negli Usa, per rendere l&#8217;idea. L&#8217;ambiente era questo, e che fosse nato a Buenos Aires – più probabile – o a Montevideo poco importa. La gente si incontrava, beveva un bicchiere di birra ed ecco una musica prendere forma, per nulla sentimentale e lacrimosa. Le famiglie bene di Buenos Aires portarono il tango a Parigi, prima del ritorno in patria. Non senza modifiche, visto che «il tango è allegro», rimarca Borges, accusando Carlos Gardel di aver trasformato la celebre musica «in una breve scena drammatica nella quale un uomo abbandonato da una donna si lamenta, nella quale si parla del declino fisico di una donna».</p>
<p style="text-align: justify">Al tempo stesso, il tango «ci offre un passato immaginario» aggiunge Borges, il quale però, precisa Marìa Kodama, vedova dello scrittore, «amava il tango della vecchia guardia; quelli della sua infanzia, perché non erano patetici. Avevano parole allegre». E suo marito, che di tango non ne ascoltava moltissimo, era affascinato dall&#8217;andare a fondo e risalire alle origini. Da qui le quattro conferenze del 1965. Con l&#8217;accusa a Gardel di aver reso triste ciò che triste, in origine, non era affatto.</p>
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		<title>SICARI CONTRO INDIOS. Nuovo attacco a una comunità guarani in Brasile, ultima di una serie di intimidazioni violente alla tribù. L’assalto documentato in un video</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jun 2016 13:30:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alver Metalli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Un gruppo di sicari ha attaccato una comunità guarani nel Brasile meridionale uccidendo un uomo e ferendone almeno altri cinque, tra cui un bambino. È solo l’ultimo di una serie di assalti violenti di alla tribù. L’attacco è avvenuto martedì 14 giugno nella comunità di Tey’i Jusu. Alcuni abitanti Guarani-Kaiowá sono riusciti a filmare l’attacco [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/06/16/sicari-contro-indios-nuovo-attacco-una-comunita-guarani-brasile-ultima-di-una-serie-di-intimidazioni-violente-alla-tribu-lassalto-documentato-un-video/">SICARI CONTRO INDIOS. Nuovo attacco a una comunità guarani in Brasile, ultima di una serie di intimidazioni violente alla tribù. L’assalto documentato in un video</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Un gruppo di sicari ha attaccato una comunità guarani nel Brasile meridionale uccidendo un uomo e ferendone almeno altri cinque, tra cui un bambino. È solo l’ultimo di una serie di assalti violenti di alla tribù. L’attacco è avvenuto martedì 14 giugno nella comunità di Tey’i Jusu. Alcuni abitanti Guarani-Kaiowá sono riusciti a filmare l’attacco da lontano. Dal video si possono sentire spari e urla, e sembra che siano stati incendiati i campi vicini.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://survival-international.us1.list-manage.com/track/click?u=b14580b05b832fb959c4ee444&amp;id=5089b39991&amp;e=e7f317825d" target="_blank">Video</a>: L’attacco dei sicari alla comunità di Tey’i Jusu</p>
<p style="text-align: justify">L’uomo ucciso è stato riconosciuto come Clodiodi Aquileu, un ventenne della comunità, che aveva il ruolo di operatore sanitario.</p>
<p style="text-align: justify">L’attacco fa probabilmente parte dei crescenti tentativi dei potenti agricoltori e allevatori locali – strettamente legati al governo ad interim nominato di recente – di sfrattare illegalmente i guarani dalla loro terra ancestrale e intimidirli con violenza genocida e razzismo. Due giorni fa Survival aveva ricevuto – grazie al progetto Tribal Voice – un audio dei guarani della comunità di Pyelito Kue che documentava un altro attacco dei sicari al loro villaggio.</p>
<p style="text-align: justify">Video: La <a href="http://survival-international.us1.list-manage.com/track/click?u=b14580b05b832fb959c4ee444&amp;id=6e07933122&amp;e=e7f317825d" target="_blank">reazione delle famiglie guarani</a> all’attacco al villaggio di Pyelito Kue</p>
<p style="text-align: justify">Sono arrivate notizie anche da un’altra comunità guarani nella stessa regione, conosciuta come Apy Ka’y, che rischia lo sfratto dopo aver rioccupato la sua terra sotto la guida della leader Damiana Cavanha nel 2013. Le nove famiglie della comunità avevano ricevuto un’ordinanza di sfratto la scorsa settimana, ma non è ancora noto se siano riuscite a restare nella loro terra – che gli spetta di diritto secondo la legge brasiliana e quella internazionale.</p>
<p style="text-align: justify">“È in corso un lento genocidio. C’è una guerra contro di noi. Abbiamo paura” ha detto il mese scorso il leader guarani Tonico Benites in occasione di una visita in Europa. “Uccidono i nostri capi, nascondono i loro corpi, ci intimidiscono e ci minacciano.” “Continuiamo a lottare per la nostra terra. La nostra cultura non permette violenze, ma gli allevatori ci uccideranno piuttosto che restituirci la terra. Gran parte di essa ci è stata presa negli anni ’60 e ’70. Gli allevatori sono arrivati e ci hanno cacciato via. La terra è di buona qualità, con fiumi e foreste. Ora è preziosa.”</p>
<p style="text-align: justify">Negli ultimi decenni, i guarani hanno subito violenza genocida, schiavitù e razzismo da parte di chi vuole derubarli di terre, risorse e forza lavoro. In aprile Survival ha lanciato la campagna “Fermiamo il genocidio in Brasile” per portare all’attenzione del mondo questa crisi terribile e urgente, e dare alle tribù brasiliane un palcoscenico da cui parlare al mondo nell’anno delle Olimpiadi. “Assistiamo a un attacco brutale e continuato ai guarani, che sta crescendo di intensità. Persone potenti in Brasile stanno cercando di ridurre al silenzio i membri della tribù, terrorizzandoli affinché rinuncino alle loro rivendicazioni territoriali” ha dichiarato il Direttore generale di Survival, Stephen Corry. “Ma i guarani non si fermeranno. Sanno di rischiare la morte cercando di tornare alla loro terra ancestrale, ma l’alternativa è così terribile che non hanno altra scelta se non quella di affrontare i sicari e le loro pallottole. Il governo ad interim del Brasile deve fare di più per porre fine a questa ondata di violenza che sta seminando morti.”</p>
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		<title>VERONICA, L’OCCHIO DI CARNE, QUELLO DI VETRO. Dal premio letterario “Elsa Morante” a Napoli, all’incontro con Papa Francisco a Roma</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jun 2016 13:16:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Veronica è nata in una cittadina argentina ad una settantina di chilometri da Buenos Aires, Campana; ha compiuto i quattordici anni sull’oceano di ritorno dall’Italia, festeggiata con la torta e 14 immaginarie candeline dal personale di bordo. Una volta sbarcata i suoi fratellini gemelli, Lucia e Francisco, l’hanno festeggiata di nuovo assieme ai genitori e [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2016/06/06/veronica-locchio-di-carne-quello-di-vetro-dal-premio-letterario-elsa-morante-napoli-allincontro-con-papa-francisco-roma/">VERONICA, L’OCCHIO DI CARNE, QUELLO DI VETRO. Dal premio letterario “Elsa Morante” a Napoli, all’incontro con Papa Francisco a Roma</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Veronica è nata in una cittadina argentina ad una settantina di chilometri da Buenos Aires, Campana; ha compiuto i quattordici anni sull’oceano di ritorno dall’Italia, festeggiata con la torta e 14 immaginarie candeline dal personale di bordo. Una volta sbarcata i suoi fratellini gemelli, Lucia e Francisco, l’hanno festeggiata di nuovo assieme ai genitori e ai fratelli più grandi, sette in totale. In Italia, a Roma prima, poi a Napoli, ci è andata per ritirare un premio ambito da noi scrittori, l’Elsa Morante, presieduto da una donna di grande personalità come Dacia Maraini. Che proprio alla fine del premio ha ripreso e riproposto le due cose che Veronica aveva appena consigliato ai suoi coetanei: osservare molto la realtà per catturarne le storie segrete e leggere, leggere tanto, imparare dalle storie degli altri e dal loro modo di raccontarle. Lei, la compagna di Moravia, che verso la fine della sua carriera letteraria si sente rappresentata da una giovanissima agli esordi! Poi Veronica è tornata a Roma. E lì ha potuto incontrare il papa suo connazionale, la cosa a cui teneva di più. Sono tutte cose che si sanno, chi è Veronica, da dove viene, quello che ha detto e fatto l’hanno ripetuto pressoché tutti i media italiani e argentini, e rilanciato le grandi agenzie internazionali, l’Asociaited Press, France Presse, finendo sul Washington post, Times, e i grandi quotidiani di lingua inglese sempre sobri con le cose nostrane e vaticane.</p>
<p style="text-align: justify">Una esposizione mediatica che da veterano professionista non ho mai visto lievitare in questo modo e riversarsi come un fiume in piena nei netwoork e nelle reti sociali. Le ragioni erano tante, un mix, quello riunito nella persona di Veronica che è diventato irresistibile. La precocità come scrittrice, la condizione di disabile, la sua bellezza, l’intelligenza delle sue risposte, la freschezza e la vitalità che infonde in chi l’ascolta. Veronica scrive dall’età di sette anni. Oggi che ne ha sette in più e qualche giorno di libri ne ha totalizzati cinque, l’ultimo “Il ladro di ombre”, una favola tracimante di fantasia che procede di sorpresa in sorpresa sino al capitolo finale, la partita delle ombre per redimere il giovane malfattore dalle sue ruberie. “Un mondo prodigioso dove le ombre creano vita, de-realizzano l’ordinario e lo trasfigurano” ha scritto nella prefazione il filosofo Massimo Borghesi.</p>
<p style="text-align: justify">Veronica ha un indubbio talento letterario, che si è affinato nel tempo assimilando con grande rapidità tante sottigliezze del mestiere, a cui aggiunge una immaginazione radiante, sempre incline ad infilarsi nell’aura positiva delle cose. Con quell’occhio di vetro che assieme a quello di carne ha detto di aver scoperto grazie al papa argentino. Mentre era in piazza san Pietro e aspettava la fine della catechesi del mercoledì e l’incontro con lui tanto anelato, gli ha scritto la dedica sul frontespizio del libro. Si è ricordata di un filmato che aveva visto in una certa occasione, quando Francesco ha citato ai giovani cubani uno scrittore latinoamericano: “diceva che noi uomini abbiamo due occhi, uno di carne e uno di vetro. Con l’occhio di carne vediamo ciò che guardiamo. Con l’occhio di vetro vediamo ciò che sogniamo. Bello, vero? Nell’obiettività della vita deve entrare la capacità di sognare. E un giovane che non è capace di sognare è recintato in sé stesso, è chiuso in sé stesso”. Una immagine che l’ha colpita e che lei gli ha restituito scrivendola con la sua calligrafia malferma sul frontespizio del suo libro. “Caro Papa Francesco ti dedico questo libro per ringraziarti per tutto quello che mi hai insegnato! Mi hai insegnato a usare il mio occhio di vetro e il mio occhio di carne, perché questo é un sogno per me, un sogno che oggi vivo. Ringrazio Dio per questo e per tutto. Grazie. Veronica”.</p>
<p style="text-align: justify">Il Papa è sceso lungo il declivio che segue la gradinata che porta al sagrato della basilica puntando verso di lei; l’ha abbracciata, le ha chiesto se era contenta, le ha detto di aver sentito dire che è una brava scrittrice. Lei, con la voce rotta dall’emozione, gli ha detto che gli voleva bene, che continua a pregare per lui &#8211; lo fa alla sera prima di addormentarsi con i fratelli &#8211; e ha spinto verso di lui il libro che aveva sul tavolinetto della carrozzina dicendogli, tra i singulti, che glie lo aveva dedicato. Quando gli ufficiali cerimonieri l’hanno accompagnata ai bordi della piazza con la mamma dietro che spingeva la sedia a rotelle è stata circondata da uno stuolo di giornalisti, alle cui domande ha risposto con sicurezza, candore e senza nessuna ombra di esaltazione.</p>
<p style="text-align: justify">«Questo abbraccio tenero che non dimenticherò mai, questa mano soave che non lascerò mai, questi occhi nei quali incontrerò le chiavi per aprire le porte chiuse, questa croce che sono felice di avere solo io, è solo mia», ha scritto su Facebook raccontando l&#8217;incontro: «Questa croce, che sembra aspra da tutti i lati, ma se la portiamo come un regalo unico ci rendiamo conto del suo perché&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify">Veronica è un dono di Dio agli uomini, e Dio l’ha fatto brillare sotto gli occhi di noi amici che l’accompagnavamo nelle giornate romane, della mamma che l’ha partorita eppure la guardava stupita, di decine di migliaia, forse milioni di persone che l’hanno ascoltata raccontare di se, del perché scrive e vive, delle sue ombre.</p>
<p style="text-align: justify">Veronica è un dono fatto alla vita di chi l’avvicina. Ho ben presente come le si stringevano attorno i ragazzi della giuria che grazie a delle straordinarie maestre napoletane hanno letto il suo libro, quello di Lia Levi “Il braccialetto” e il libro-intervista di Tornielli “Il nome di Dio è misericordia”. La tenerezza di Dio era lì, e aveva anche la sua faccia. Un ragazzo, dopo averle rivolto qualche domanda, le ha confidato che lui scriveva canzoni. La sua faccia si è letteralmente trasfigurata quando Veronica gli ha detto che era una cosa bella, che doveva continuare, che lei ha cominciato così.</p>
<p style="text-align: justify">Poco prima di imbarcarmi sul volo Alitalia per il ritorno a Buenos Aires ho notato nel cellulare un messaggio lasciato nella host di <i>Tierras de América</i>. Una cosa insolita; il sito di cui mi occupo non è predisposto per il dialogo con i lettori. Chi ha scritto, in ogni caso, non era interessato alle News e Analisi dall’America Latina. Voleva entrare in contatto con Veronica a nome della figlia, Olivia, di 9 anni, affetta da una disabilità motrice. «Abbiamo visto le notizie e lei è rimasta incantata dalla storia del “si può”. Anche a lei piace scrivere e vorrebbe mettersi in contatto con Veronica per parlare e condividere esperienze. Sarei felicissima di poter intrattenere un legame motivante per lei. Credo che sarebbe molto stimolante per entrambe». La mamma che ha lasciato l’appello nel mio sito sapendo che Veronica è minorenne chiede il permesso di poter intrattenere un rapporto per mail. Ho appena avuto il tempo di leggere il messaggio a Veronica e lei ha detto di girarglielo che avrebbe presto scritto a Olivia.</p>
<p style="text-align: justify">Di messaggi così ce ne sono stati altri. Richieste di questo tipo formulate a Veronica nell’orecchio, dette o scritte alla mamma Cecilia e al papà Gustavo. Anche i fratelli maggiori sono stati interpellati dai loro coetanei, più grandi e smaliziati, colpiti dalla (divina) speranza bambina della sorella minore.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.tracce.it/default.asp?id=329&amp;id_n=54507" target="_blank">da Tracce</a></p>
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