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	<title>Terre d&#039;America di Alver Metalli &#187; Alver Metalli</title>
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		<title>ADIOS. E ARRIVEDERCI SU VATICAN INSIDER. Terre d’America cessa le pubblicazioni. E invita i suoi lettori a leggere Vatican Insider</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2018/10/31/adios-e-arrivederci-su-vatican-insider-terre-damerica-cessa-le-pubblicazioni-e-invita-suoi-lettori-leggere-vatican-insider/</link>
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		<pubDate>Wed, 31 Oct 2018 00:56:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alver Metalli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Terre d’America cessa le pubblicazioni dopo cinque anni di esistenza. È il destino dei siti personali, legati a doppio filo a chi li fa. Seguono la vita dell’autore e la vita, come si sa, chiude cicli e ne apre altri. Quelli trascorsi sono stati cinque anni cruciali e appassionanti per chi fa il giornalista e [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/31/adios-e-arrivederci-su-vatican-insider-terre-damerica-cessa-le-pubblicazioni-e-invita-suoi-lettori-leggere-vatican-insider/">ADIOS. E ARRIVEDERCI SU VATICAN INSIDER. Terre d’America cessa le pubblicazioni. E invita i suoi lettori a leggere Vatican Insider</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><b><i>Terre d’America</i></b> cessa le pubblicazioni dopo cinque anni di esistenza. È il destino dei siti personali, legati a doppio filo a chi li fa. Seguono la vita dell’autore e la vita, come si sa, chiude cicli e ne apre altri.</p>
<p style="text-align: justify">Quelli trascorsi sono stati cinque anni cruciali e appassionanti per chi fa il giornalista e dunque immette notizie e messaggi nel reticolo di canali che conformano la comunicazione moderna che interconnette gli uomini come mai prima d’ora nella storia. La ragion d’essere che ha motivato l’inizio del sito nell’aprile del 2013 è stata l’elezione di un pontefice latino-americano e quindi un rinnovato interesse dell’opinione pubblica in generale al continente da cui proviene. Possiamo dire oggi che la motivazione originaria si mantiene intatta. Anzi, è stata aumentata dai tanti processi che l’iniziativa del Papa ha avviato in America Latina. Per questo il flusso informativo con l’approccio distintivo che ha caratterizzato questi cinque anni di <b><i>Terre d’America</i></b> non finirà ma confluirà in <b><i>Vatican Insider</i></b>. Chi, soprattutto nei paesi dell’America Latina ha apprezzato, commentato, spesso ripreso parzialmente o totalmente gli articoli di <b><i>Terre d’America</i></b>, non dovrà fare altro che aprire le pagine web di <a href="http://www.lastampa.it/vaticaninsider/ita?refresh_ce" target="_blank"><em><b>Vatican Insider</b></em></a>.<span style="font-size: 1em">Con le firme e i contenuti di Vatican Insider, che abbracciano i cinque continenti, ritroverà anche quelli caratteristici di </span><b style="font-size: 1em">Terre d’America.</b></p>
<p style="text-align: justify">A questo punto, alla fine di un quinquennio che ha concentrato energie e sinergie attorno ad uno stesso progetto, sono d’obbligo dei ringraziamenti: ai collaboratori delle diverse nazionalità dell’America Latina che anche noi, con Papa Francesco, abbiamo spesso chiamato “Patria Grande” evocando il mai estinto anelo all’integrazione del continente; agli sponsor che con generosità hanno sostenuto <b><i>Terre d’America</i></b> in questo quinquennio; allo staff dei traduttori di lingua spagnola, italiana e portoghese e in primis a Inés Giménez Pecci che ininterrottamente ha tradotto buona parte degli oltre tremila articoli che compongono l’archivio di <b><i>Terre d’America</i></b>; alla società Guest.it che ha disegnato e supportato il sito in questi anni, e a Emiliano Rodriguez, ingegnere informatico, che ha messo in pagina gli articoli con relativo corredo fotografico.</p>
<p style="text-align: justify">Aggiungo che in questi cinque anni non ci sono stati cambiamenti nell’organigramma sopra descritto, eccetto nuove incorporazioni, e anche questo è un motivo di soddisfazione.</p>
<p style="text-align: justify">Concludo con un grazie sentito ai lettori.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/31/adios-e-arrivederci-su-vatican-insider-terre-damerica-cessa-le-pubblicazioni-e-invita-suoi-lettori-leggere-vatican-insider/">ADIOS. E ARRIVEDERCI SU VATICAN INSIDER. Terre d’America cessa le pubblicazioni. E invita i suoi lettori a leggere Vatican Insider</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>VIA CRUCIS DEL MIGRANTE. LA PRIMA STAZIONE. Come è cominciata la carovana degli espulsi, in cammino verso gli Stati Uniti? Povertà, negazione del futuro e nessuna libertà</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2018/10/29/via-crucis-del-migrante-la-prima-stazione-come-e-cominciata-la-carovana-degli-espulsi-cammino-verso-gli-stati-uniti-poverta-negazione-del-futuro-e-nessuna-liberta/</link>
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		<pubDate>Mon, 29 Oct 2018 12:08:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alver Metalli]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">L&#8217;illustrazione di questo articolo è il manifesto che alla fine di settembre circolava in molte città dell&#8217;Honduras, in particolare quelle confinanti con il Guatemala ed El Salvador, cominciando per San Pedro di Sula, epicentro della grande marcia verso gli Stati Uniti di cui si parla moltissimo in questi giorni. Si tratta di un evento nato dal basso, un&#8217;iniziativa spontanea, animata e sommariamente organizzata da numerosi giovani, attivisti sociali, la cui parola d&#8217;ordine era &#8211; ed è ancora &#8211; molto chiara e precisa, una vera denuncia sociale e politica: &#8220;Non ci andiamo perché vogliamo. Ci espellono la violenza e la povertà&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Il volantino della fine di settembre dava un appuntamento per partire tutti insieme: &#8220;Ci riuniremo tutti nel Grande Terminal di San Pedro de Sula alle ore otto del 12 ottobre&#8221;, giorno nel continente americano molto celebrato perché chiamato &#8220;festività della razza&#8221;, vale a dire ricorrenza della &#8220;scoperta&#8221; dell&#8217;America da parte di Cristoforo Colombo.</p>
<p style="text-align: justify">A chi era indirizzato il volantino? A gran parte della popolazione honduregna, giovanissima, due generazioni senza futuro, schiacciate irrimediabilmente dalla povertà estrema e dalla mancanza di libertà, ostaggio di classe governanti corrotte, mafiose, al servizio indecente del grande capitale estero. Generazioni inoltre nelle mani di un governo illegittimo, quello del Presidente Juan Orlando Hernández, che secondo le autorità sarebbe stato rieletto in maniera irregolare.</p>
<p style="text-align: justify">È quasi certo, come ha detto l&#8217;Organizzazione degli Stati Americani, OSA/OEA, che il risultato delle ultime votazioni &#8211; dove Hernández ha ottenuto 50mila preferenze in più rispetto all&#8217;avversario Salvador Nasralla &#8211; sia truccato. Alla fine del 2017 l&#8217;OSA chiese nuove elezioni sotto controllo internazionale, ma Hernández si proclamò ugualmente vincitore con il sostegno di quegli stessi poteri politici, economici e religiosi che oggi si dichiarano costernati per le migrazioni di massa che impoveriscono il Paese. Tra l&#8217;altro questi poteri si dichiarano anche sorpresi e rattristati di quanto accade nel piccolo Paese centroamericano “perché non si è mai visto in passato una fenomeno simile”. Eppure, non c&#8217;è nulla di nuovo.</p>
<p style="text-align: justify">Ogni anno, da molto tempo, per proteggersi e aiutarsi a vicenda, gruppi di centroamericani si avviano a piedi verso il Messico o gli Stati Uniti con l&#8217;intenzione di riuscire a superare le frontiere senza essere fermati, in particolare quella statunitense. Raramente sono più di 80 o 100 al massimo, ma questa volta, settimane fa, all&#8217;appuntamento del Grande Terminal di San Pedro Sula si sono presentati in migliaia, forse da subito erano già tre o quattro mila. Ora sono oltre settemila.</p>
<p style="text-align: justify">Questi migranti si organizzano in gruppo per proteggersi dai numerosi pericoli del viaggio: cartelli della droga, trafficanti di essere umani, di armi, delinquenti feroci a caccia di soldi e sesso. Sono ormai migliaia coloro che diventano preda di violenze di ogni tipo nel corso di questi &#8220;viaggi della speranza&#8221; e di gran parte di loro si è trovato solo il cadavere. È la cosiddetta “migrazione MS”, morto e seppellito, senza nomi. Questi gruppi, di norma verso la Settimana Santa di ogni anno, si organizzano in modo più consistente e metodico e partono proprio nei giorni santi. Da questa abitudine è nata la denominazione “Via crucis del migrante” proprio per sottolineare due cose: il dolore della partenza, del camminare con addosso la propria croce di esule e di espulso dalla fame e dalla violenza e, al tempo stesso, la richiesta quasi disperata di aiuto e ascolto che resta sempre inascoltata.</p>
<p style="text-align: justify">La tradizionale e annuale &#8220;Via crucis del migrante&#8221; ha acquistato notorietà internazionale con una raffica di tweet del Presidente Trump, nell&#8217;aprile scorso. Prima di allora nessun governante si era mai preoccupato, anche perché la carovana dal punto di vista dei numeri è molto variabile. Spesso al confine USA arrivano in pochi, qualche centinaio. Molti si fermano in Messico. Altri rientrano. Nel mese d&#8217;aprile Donald Trump ha lanciato numerosi tweet allarmisti e aggressivi parlando di &#8220;minaccia&#8221; e &#8220;invasione&#8221; e al tempo stesso ha incitato l&#8217;opinione pubblica statunitense a respingere chi pretende di entrare &#8220;illegalmente nel Paese&#8221; (“¡Somos una gran Nación Soberana! ¡Tenemos Fronteras Fuertes y jamás aceptaremos a la gente que venga a nuestro País ilegalmente!”)</p>
<p style="text-align: justify">Dopo i fatti dell&#8217;aprile scorso, Trump è tornato alla carica soprattutto perché la questione della carovana può essergli favorevole in vista delle elezioni di medio termine dei primi di novembre. Da giorni il capo della Casa Bianca usa la vicenda politicamente e i suoi tweet sono ormai decine. Come sempre servono solo per raccattare voti, esacerbando gli animi dell&#8217;elettorato su temi come l&#8217;immigrazione illegale e la sicurezza dei confini: una condotta riprovevole che non tiene conto delle vere cause che sono all&#8217;origine di questi fenomeni.</p>
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		<title>I MESSICOAMERICANI. Sono 30 milioni negli Stati Uniti. Ci si aspetta che i loro discendenti si integrino o si “assimilino” come i migranti europei. Ma è possibile? Ed è un bene che lo sia?</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Oct 2018 01:20:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>I sociologi, i creatori delle politiche pubbliche e il pubblico in generale stanno cercando di capire in che modo i migranti e i loro discendenti entreranno a far parte della società statunitense, e per questo paragonano le loro esperienze con quelle degli immigrati europei nei termini del loro processo di integrazione avvenuto un secolo fa [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/29/messicoamericani-sono-30-milioni-negli-stati-uniti-ci-si-aspetta-che-loro-discendenti-si-integrino-o-si-assimilino-come-migranti-europei-ma-e-possibile-ed-e-un-bene-che-lo/">I MESSICOAMERICANI. Sono 30 milioni negli Stati Uniti. Ci si aspetta che i loro discendenti si integrino o si “assimilino” come i migranti europei. Ma è possibile? Ed è un bene che lo sia?</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">I sociologi, i creatori delle politiche pubbliche e il pubblico in generale stanno cercando di capire in che modo i migranti e i loro discendenti entreranno a far parte della società statunitense, e per questo paragonano le loro esperienze con quelle degli immigrati europei nei termini del loro processo di integrazione avvenuto un secolo fa o ancora prima. I messicani – che rappresentano il gruppo di popolazione più esteso e ampio di migranti verso gli Stati Uniti – non sono l’eccezione, ci si aspetta che i loro discendenti si integrino o si “assimilino” come i migranti europei dei secoli scorsi. L’esperienza europeo-americana di incorporazione è descritta abitualmente utilizzando come concetto di riferimento la “assimilazione”, dove gli immigrati o eventualmente i loro discendenti si trasformano in parte indistinta della società dominante. Le esperienze degli europei – nella loro maggioranza poco qualificati nel secolo XIX e all’inizio del secolo XX – si adeguano effettivamente al modello di assimilazione accettato. D’altro canto, un numero sempre più grande di sociologi osserva che ciò non costituisce sempre un beneficio per i migranti della seconda metà del secolo XX, che non sono omogenei e trovano circostanze e condizioni distinte quando arrivano negli Stati Uniti. I migranti di oggi provengono nella loro gran maggioranza dall’America Latina e dall’Asia, dispongono di capacità eterogenee e di percorsi educativi diversi, e molti si inseriscono in mercati del lavoro che offrono minori opportunità che anteriormente. In altre parole, l’esperienza dei migranti attuali nella società statunitense è più variata e incerta di quella che i modelli anteriori potevano permettersi.</p>
<p style="text-align: justify">Per complicare ulteriormente questa problematica, alcuni esperti come il politologo Samuel Huntington hanno fatto osservare che alcuni dei nuovi migranti non possono assimilarsi alla cultura nordamericana, e che costituiscono una minaccia per l’unità nazionale statunitense. Donald Trump ha presentato argomenti di questo tipo riferendosi al carattere morale deficitario dei migranti messicani. Affermazioni simili riguardo al processo di assimilazione spesso implicano preoccupazioni culturali, economiche e politiche nei confronti dei nuovi migranti, che d’altra parte sono simili a quelle prese in considerazione durante i cicli di immigrazione precedenti. In ogni caso, è importante realizzare un esame attento dell’evidenza per disegnare politiche adeguate di immigrazione e di incorporazione dei migranti.</p>
<p style="text-align: justify">Per esaminare il livello e la complessità del processo di incorporazione contemporaneo i messico-americani, con la loro storia, le loro proporzioni (dimensione della popolazione) e la loro diversità, costituiscono un gruppo unico e importante. Le loro molteplici generazioni, la varietà dei loro precedenti di classe, i tipi di città e le comunità in cui sono cresciuti, così come i tratti della loro razza, rivelano molto rispetto ai vari standard di incorporazione dei migranti nella società statunitense attuale. Diversamente dallo studio della maggioranza degli altri gruppi non europei, lo studio dei messico-americani permette agli analisti di prendere in esame i risultati sociologici in adulti di terza o quarta generazione a partire dall’immigrazione.</p>
<p style="text-align: justify">Secondo i dati dell’ufficio del Censimento del Governo degli Stati Uniti, più di 30 milioni di persone di origine messicana vivono attualmente in questo paese, e 13 milioni di loro sono migranti. I messicani costituiscono il gruppo di maggioranza di migranti negli Stati Uniti (28%) di modo che quello che accada a loro e ai loro discendenti riflette in buona misura quello che succede ai nostri giorni con il resto dei migranti.</p>
<p style="text-align: justify">D’altra parte, i messicani hanno “continuato ad arrivare in America” durante più di 150 anni (molto prima che lo facessero i nordamericani), e perciò ci sono varie generazioni di messico-americani nati negli Stati Uniti che si possono studiare. Ironicamente, gli analisti hanno ignorato il fatto che la immigrazione messicana è parte del vecchio o classico periodo dell’immigrazione —vista innanzitutto come immigrazione europea— così come della nuova immigrazione. Ciascuna di queste generazioni, sempre più staccata dall’esperienza di immigrazione di prima generazione, ci permette di capire l’incorporazione.</p>
<p style="text-align: justify">Innanzitutto, dobbiamo cominciare con i circa 100 mila messicani che si trasformarono in nordamericani in modo istantaneo a seguito dell’annessione di quasi la metà del territorio che in altri tempi appartenne al Messico. Durante tutto il secolo XIX i messicani si distribuivano in tutte le classi sociali, anche tra i latifondisti, ma verso la fine del secolo sono stati omogeneizzati e “catalogati secondo la razza”, confinati quasi al fondo della struttura lavorativa e segregati in quartieri urbani. I messicani, indipendentemente dal loro livello sociale anteriore, erano percepiti come un impedimento per il progresso e lo sviluppo delle nuove comunità. Nel secolo XX l’immigrazione proveniente dal Messico è stata continua con un primo picco che si è verificato dal 1910 al 1930, e un secondo all’inizio degli anni Ottanta e che è continuato sino ai primi anni del secolo XXI.</p>
<p style="text-align: justify">Il tema della razza è stato anche importante per l’esperienza messico-americana nel corso della storia. Gli Stati Uniti hanno basato la loro conquista del territorio che in precedenza era messicano (l’attuale sudovest degli Stati Uniti) sulle idee del destino evidente e dell’inferiorità razziale degli abitanti meticci di quella zona. Nel trascorso del secolo XIX e all’inizio del XX il ragionamento basato sulla razza si usò spesso per segregare e limitare i movimenti dei messico-americani. Per esempio, il sistema Jim Crow di segregazione razziale dell’inizio del secolo XX si estese all’est e al centro del Texas, comprendendo San Antonio, che si trovava sul confine sud degli Stati Uniti. I messicani non furono trattati necessariamente come gli afroamericani, ma piuttosto sperimentarono una “essere catalogati per la razza” normalmente di intensità media e diseguale, che spesso dipendeva soprattutto dal periodo e dal luogo.</p>
<p style="text-align: justify">Prima del Movimento Chicano per i diritti civili, i leader messico-americani sottolinearono strategicamente le loro radici spagnole e cercarono uno status di bianchi per il gruppo per diminuire la loro discriminazione razziale. Questi leader associarono la condizione di bianchi all’obiettivo di ottenere l’assimilazione alla classe media, dato che avevano visto che questo era stato possibile per gruppi come gli europei del centro o del sud, che non erano totalmente bianchi. Ciò nonostante, i messico-americani non si posizionarono con successo sul “binario bianco”. La segregazione allo stile Jim Crow continuò fino agli anni Sessanta, quando nacque il Movimento Chicano tra i giovani messico-americani in risposta alla discriminazione a livello educativo e in altri spazi. Il movimento si oppose alla discriminazione razziale e all’esclusione e utilizzò simboli della colonizzazione storica per ravvivare l’orgoglio etnico e razziale.</p>
<p style="text-align: justify">Solo pochi messico-americani possono reperire le tracce dei loro predecessori nel sud-ovest degli Stati Uniti prima dell’anno 1848, quando questa zona formava parte del Messico, ma questa esperienza diede un sostegno alla popolazione nel suo insieme. La storia della colonizzazione e la posteriore immigrazione, la persistenza della stigmatizzazione razziale da parte della società statunitense, e le caratteristiche demografiche dell’immigrazione e dell’insediarsi dei messicani in territorio nordamericano fanno sì che il caso messico-americano sia unico nel suo genere.</p>
<p style="text-align: justify">Nel 1993 abbiamo incontrato varie casse polverose che contenevano i questionari per un sondaggio rappresentativo di messico-americani a Los Angeles e San Antonio nel 1965, nota come il Mexican American Study Project (MASP). Pensavamo che un nuovo sondaggio di follow-up delle persone che li avevano compilati e dei loro figli avrebbe offerto una comprensione poco frequente, ma molto necessaria, delle esperienze di incorporazione intergenerazionale della popolazione messico-americana. Per tal motivo, abbiamo iniziato un sondaggio di follow-up a 35 anni dal sondaggio originale del progetto MASP, che si convertì in MASP Wave I. Abbiamo sottoposto il questionario con successo a 684 intervistati sopravvissuti e a 758 dei loro figli intorno all’anno 2000. Il nostro studio completo è stato pubblicato nel 2008 con il titolo Generations of Exclusion: Mexican Americans, Assimilation and Race.</p>
<p style="text-align: justify">Gli intervistati originali sono stati divisi in parti uguali in tre generazioni: immigrati (prima generazione), figli di immigrati (seconda) e nipoti di immigrati (terza). Utilizzando le risposte dell’anno 2000 abbiamo esaminato il cambiamento in queste quattro generazioni rispetto all’educazione, lo status socioeconomico, l’idioma, il matrimonio misto, la segregazione residenziale, l’identità e la partecipazione politica.</p>
<p style="text-align: justify">Abbiamo potuto osservare che i messico-americani hanno sperimentato un modello diverso di incorporazione alla fine del secolo XX. Questo ha incluso l’assimilazione rapida in alcune dimensioni, un’assimilazione più lenta o perfino la persistenza etnica in altre; così come uno svantaggio socioeconomico persistente lungo le generazioni.</p>
<p style="text-align: justify">In termini di parlare l’inglese e sviluppare identità statunitensi forti, questi messico-americani generalmente presentano un’assimilazione rapida e completa nella seconda generazione. Per il resto, mostrano livelli di assimilazione più lenti per quanto riguarda la religione, i matrimoni misti e l’integrazione residenziale, e ci sono comportamenti che possono indicare una persistenza etnica sostanziale. Per esempio, il 36% della quarta generazione continua a parlare correntemente lo spagnolo (anche se solo l’11% sa leggere lo spagnolo), e il 55% sente che la loro origine etnica è molto importante (anche se spesso sentono che “essere statunitense” è qualcosa di molto importante per loro). La scioltezza con cui parlano lo spagnolo evidentemente si deteriora ad ogni generazione, anche se con lentezza.</p>
<p style="text-align: justify">I risultati a livello educativo e lo status socioeconomico mostrano un’assimilazione minore. La scolarità migliora rapidamente nella seconda generazione in comparazione alla prima, ma si riscontra un gap a livello educativo significativo paragonato con i bianchi non ispanici che perdura fino alla terza generazione e continua fino alla quarta e alla quinta generazione tra i messico-americani. (Questo risultato contrasta con quanto è successo agli immigrati europei del secolo anteriore, che hanno sperimentato un’assimilazione educativa completa nella terza generazione.) Pur avendo visto che le condizioni dei messico-americani sono migliorate nell’anno 2000 se le paragoniamo con quelle che hanno vissuto i loro genitori intorno all’anno 1965, il divario a livello educativo e lo status socioeconomico rispetto ai bianchi non ispanici persiste indipendentemente dalla quantità di generazioni che hanno vissuto negli Stati Uniti. Il Censimento degli Stati Uniti del 2000 ha mostrato che tra i messico-americani di età compresa tra i 35 e i 54 anni, solo il 74% aveva terminato le scuole elementari, rispetto al 90% dei Bianchi non ispanici, l’84% dei negri e il 95% degli asiatici.</p>
<p style="text-align: justify">Le nostre conclusioni sono in consonanza con quelle di altri studi che utilizzano diverse fonti e basi di dati, includendo la nostra analisi di un sondaggio nazionale di adulti giovani (National Educational Longitudinal Surveys, 1988) che abbiamo pubblicato nel 2017. La nostra scoperta più notevole è che la seconda e la terza generazione di messico-americani e di afroamericani stanno studiando in una proporzione maggiore che i bianchi. Abbiamo mostrato che pochi tra gli intervistati si trovano nella categoria di inattivi, che vuol dire che non hanno finito l’università, non frequentano la scuola e non lavorano a tempo pieno. Il gruppo con migliori risultati è quello dei bianchi, dato che più di un terzo ha ottenuto un titolo universitario, contro il 15% della terza generazione e il 14% della seconda generazione dei messico-americani (gli afroamericani si posizionano alla metà della tabella, tra i bianchi e i messico-americani con un 22%). Tra tutti i gruppi, la percentuale più alta si trova nella categoria “lavorando” (cioè, lavorano a tempo pieno ma non hanno ottenuto un diploma universitario e non frequentano la scuola), circa la metà dei messico-americani si trova in questa categoria. Generalmente, questa informazione dettagliata mostra che i bianchi sono il gruppo più avvantaggiato, dato che è probabile che abbiano un titolo universitario. I messico-americani e gli afroamericani si trovano in svantaggio perché non hanno un titolo universitario; osserviamo però uno sforzo considerevole da parte loro per non uscire dal circuito scolastico.</p>
<p style="text-align: justify">La conclusione di questo studio è che oggi praticamente non c’è progresso generazionale tra la seconda e la terza generazione in una vasta gamma di indicatori socioeconomici, confermando ancor di più il divario educativo tra i messico-americani e gli europei americani in termini di assimilazione. Sembra che la terza generazione di messico-americani sia arrivata al tetto della sua mobilità socioeconomica in comparazione con gli altri gruppi presenti negli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify">Un’alta percentuale dei messico-americani nel MASP rivendica un’identità razziale non bianca. Anche nella terza o quarta generazione, nella loro maggioranza non si vedono come bianchi e credono che sono classificati a partire dalla loro ascendenza. Quasi la metà riferisce episodi personali di discriminazione razziale. La razza continua ad essere importante per loro, ed essere messicani continua ad essere una categoria simile alla razza nell’immaginario popolare in gran parte del sudovest degli Stati Uniti. Inoltre, lo status di indocumentato presente nell’immigrazione messicana, insieme a grandi dosi di ostilità verso il Messico, può stigmatizzare tutti i membri del gruppo, sia che siano migranti o nati negli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify">Forse a causa della centralità dell’immigrazione per l’economia e per le politiche sociali orientate all’incorporazione dei migranti, gli accesi dibattiti sull’immigrazione di oggi si concentrano rispetto alla questione se i discendenti degli immigrati si assimileranno o no in termini di scolarità e mercato del lavoro. Al circoscrivere i dibattiti sull’incorporazione dei migranti a questi singoli termini, abbiamo trascurato altre dimensioni di tale processo. Il caso messico-americano dimostra con chiarezza che l’esperienza dell’incorporazione ha per natura varie sfaccettature. Presenta inoltre chiare implicazioni rispetto al modo in cui gli statunitensi —accademici, persone con potere di decisione, e anche il pubblico in generale— pensano rispetto all’incorporazione di nuove generazioni di migranti alla loro società. Per esempio, si riscontra una tendenza ad esagerare la consistenza dell’assimilazione in tutte le sue dimensioni. Esaminando la eterogenea popolazione messicana, abbiamo però dimostrato che l’incorporazione in un aspetto determinato può avere conseguenze dirette su altre dimensioni, e in questo modo la velocità e la direzione di queste dimensioni può cambiare in modo inaspettato.</p>
<p style="text-align: justify">Infine, molti studi anteriori sull’incorporazione hanno enfatizzato un nucleo principale a cui gli immigrati e i loro discendenti si assimilano. Il caso dei messico-americani ci ricorda l’importanza di un nucleo etnico di vecchia data che ha costituito un contrappeso alla forza dell’assimilazione in molte aree urbane del sudovest. Tale nucleo crea uno spazio etnico per i messico-americani nati negli Stati Uniti che costituisce un’alternativa all’assimilazione totale e ai modelli secondo i quali i messico-americani si sarebbero incorporati alla società statunitense, che includevano occupazioni accettabili o posizioni di classe, così come stili culturali e modelli di azione politica.</p>
<p style="text-align: justify">Agli statunitensi piace ripetere il racconto dell’assimilazione e del successo degli immigrati, ma questa storia non descrive l’esperienza di molti degli immigrati di oggi.  Peggio ancora, insistere sul racconto dell’assimilazione come se fosse la storia di tutti gli immigrati ignora la necessità di politiche che affrontino i loro bisogni e le loro situazioni specifiche. Non farlo —prodotto di un certo ottimismo storico— limita la possibilità di mettere in pratica politiche educative in base alle esigenze dell’economia degli Stati Uniti, che richiede sempre più una forza lavoro e una popolazione istruita, con occupazione e integrata, per poter mantenere i vantaggi acquisiti a livello internazionale. Forse la lezione importante che sta alla base dell’esperienza dell’incorporazione dei messico-americani è il pericolo di cercare di comprendere tutti i migranti secondo un modello unico stabilito per tutti.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">*Sociologo. Professore titolare del Dipartimento di Sociologia dell’Università della California, Santa Barbara.</p>
<p style="text-align: justify">*Professoressa di Sociologia dell’Università della California, Los Angeles.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.nexos.com.mx/?p=39471" target="_blank">Nexos (Messico)</a></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 1em">Traduzione dallo spagnolo di Francesca Casaliggi</span></p>
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		<title>QUALCOSA CHE VIENE PRIMA. Per riscoprire e amare una storia bimillenaria, prima deve succedere qualcos&#8217;altro, per poi risalire alla misteriosa catena di testimoni che l’hanno resa possibile</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2018/10/28/qualcosa-che-viene-prima-per-riscoprire-e-amare-una-storia-bimillenaria-prima-deve-succedere-qualcosaltro-per-poi-risalire-alla-misteriosa-catena-di-testimoni-che-lhanno-resa-possibile/</link>
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		<pubDate>Sat, 27 Oct 2018 22:52:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alver Metalli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Desirèe, la ragazza fatta morire in quel modo barbaro in un quartiere di Roma nelle vicinanze della Basilica di San Giovanni in Laterano, probabilmente non aveva mai sentito parlare del Sinodo sui giovani. La sua vita l&#8217;aveva portata drammaticamente lontano dalla Chiesa. Ma come lei, si può affermare con ragionevole certezza che la maggior parte [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/28/qualcosa-che-viene-prima-per-riscoprire-e-amare-una-storia-bimillenaria-prima-deve-succedere-qualcosaltro-per-poi-risalire-alla-misteriosa-catena-di-testimoni-che-lhanno-resa-possibile/">QUALCOSA CHE VIENE PRIMA. Per riscoprire e amare una storia bimillenaria, prima deve succedere qualcos&#8217;altro, per poi risalire alla misteriosa catena di testimoni che l’hanno resa possibile</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Desirèe, la ragazza fatta morire in quel modo barbaro in un quartiere di Roma nelle vicinanze della Basilica di San Giovanni in Laterano, probabilmente non aveva mai sentito parlare del Sinodo sui giovani. La sua vita l&#8217;aveva portata drammaticamente lontano dalla Chiesa. Ma come lei, si può affermare con ragionevole certezza che la maggior parte dei suoi coetanei in Italia e nel mondo non abbia avuto notizia di questa riunione in Vaticano. Non è un difetto di comunicazione. La maggioranza dei giovani, dopo aver assolto in molti casi il dovere della cresima, in chiesa semplicemente non ci mette più piede. Distanza umanamente siderale.</p>
<p style="text-align: justify">Eppure, nel suo formarsi, quasi casuale. Conseguenza cioè più di un mancato incontro che di un rifiuto arrabbiato e consapevole (come poteva essere 50 anni fa, nel ’68). Non si colmerà certo, questa distanza, confezionando qualche video simpatico o sforzandosi di apparire giovanili. Ma nemmeno – come fanno i blogger supercattolici &#8211; reclamando dai vescovi maggiore tostezza dottrinale: “meno sorrisini e più catechesi sull’inferno!” È un fatto: le parole della dottrina cristiana, come puro enunciato, non destano più un’eco significativa nella mente e nei cuori di una generazione priva di radici. Non si può far leva, esistenzialmente, sul richiamo della tradizione per annunciare Cristo. Per riscoprire e amare una storia bimillenaria, prima deve succedere qualcos&#8217;altro. Bisogna che capiti, quasi per caso o per miracolo, a scuola o in un pub, di conoscere qualche cristiano. Di rimanere incuriosito dalla sua vita, fino a domandarsi il segreto della sua più interessante umanità, per poi risalire alla misteriosa catena di testimoni, parole e gesti che l’hanno preceduta e resa possibile.</p>
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		<title>L’UOMO DEL DIALOGO. Il Nicaragua sprofonda verso una nuova guerra civile. A meno che… Parla il cardinale di Managua Leopoldo Brenes</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Oct 2018 16:32:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alver Metalli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Quando papa Francesco lo creò cardinale nel mese di gennaio dell’anno 2014 il Nicaragua registrava il più alto indice di crescita dell’America Latina e Daniel Ortega transitava più o meno felicemente la terra di mezzo del suo secondo mandato meditando in cuor suo la terza rielezione. Che poi impose. Lui, Leopoldo Brenes, il prescelto dal [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/26/luomo-del-dialogo-il-nicaragua-sprofonda-verso-una-nuova-guerra-civile-meno-che-parla-il-cardinale-di-managua-leopoldo-brenes/">L’UOMO DEL DIALOGO. Il Nicaragua sprofonda verso una nuova guerra civile. A meno che… Parla il cardinale di Managua Leopoldo Brenes</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Quando papa Francesco lo creò cardinale nel mese di gennaio dell’anno 2014 il Nicaragua registrava il più alto indice di crescita dell’America Latina e Daniel Ortega transitava più o meno felicemente la terra di mezzo del suo secondo mandato meditando in cuor suo la terza rielezione. Che poi impose. Lui, Leopoldo Brenes, il prescelto dal Papa latino-americano ad indossare la veste rosso porpora, non immaginava certo che quattro anni dopo sarebbe stato lo snodo di una crisi drammatica che ha portato il paese centroamericano sulla soglia di un abisso. Non poteva immaginare la scossa sismica del 19 aprile, migliaia di giovani in piazza, le barricate, i morti, le aggressioni a chiese, vescovi e sacerdoti, fino a quella che lui stesso, porporato di Santa Romana Chiesa, ha subito con il suo ausiliare José Silvio Báez e il nunzio apostolico Waldemar Stanisław Sommertag nella basilica di San Sebastián, nella città di Diriamba, a 41 chilometri dalla capitale. Leopoldo José Brenes Solózano non poteva certo prevedere che da lui sarebbero dipese così tante cose.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Come quella di dover pacificare un paese ai bordi di una nuova guerra civile dopo le due che ha già vissuto, contro Somoza negli anni ’80 e i così chiamati “contras” nel ‘90…</i></b></p>
<p style="text-align: justify">È un paese che oggi attraversa una situazione di scontro dichiarato, con un popolo veramente diviso, diviso nelle sue radici, la famiglia nicaraguense. Conosco famiglie di quattro persone, dove due membri stanno dalla parte del governo e due vi si oppongono. I nostri stessi movimenti, le nostre associazioni nella Chiesa, i nostri gruppi e le realtà pastorali sono divisi. In Nicaragua, oggi, è cresciuto un muro che ci separa. Fino a poco tempo fa il nostro era un paese più sicuro di altri dell’America Centrale. Oggi, già nel pomeriggio, l’affluenza della gente nelle strade diminuisce rapidamente, i mercati, i centri commerciali si svuotano, le persone si chiudono nelle loro case. Il turismo è praticamente zero. L’economia, secondo quanto dicono quelli che si intendono di queste cose, è fortemente pregiudicata. Il nostro è oggi un paese completamente differente da come era solo sei mesi fa. Noi vescovi lo abbiamo detto: dopo aprile il paese è un altro.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Gli argentini usano la parola “grieta”, crepa, per indicare la frattura storica che da sempre attraversa la loro società, una sorta di maledizione che non riescono a scuotersi di dosso…</i></b></p>
<p style="text-align: justify">È così anche per noi, e come vescovi ci addolora enormemente questa situazione perché la gente è preoccupata, preoccupata per la divisione, per lo scontro… Mi addolorano queste tensioni, soprattutto quando le vedo serpeggiare tra i miei agenti pastorali, o tra gli amici. Mi addolorano come padre, come pastore, come amico e come fratello maggiore nella fede. Con tutta sincerità devo confessare che a volte non mi fanno dormire, mi sveglio nel cuore della notte pensando alle tensioni che ci sono tra due responsabili di una attività pastorale che dovrebbe vederli uniti.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-A proposito di argentini e del Papa, quando lo ha visto l’ultima volta?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Ho avuto la gioia di incontrarmi con lui nel pomeriggio di sabato 30 giugno. Poco prima, in un Regina Coeli del tempo di Pasqua, aveva esternato al mondo la sua preoccupazione per il Nicaragua, e aveva assicurato la sua vicinanza alla Conferenza episcopale e l’appoggio al dialogo come strada per trovare una soluzione alle tensioni che ci lacerano.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Gli ha descritto la situazione come sta facendo adesso?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Abbiamo avuto con lui un dialogo ampio, e ho notato che conosceva bene la situazione; noi vescovi integravamo gli elementi che lui già aveva. Credo che il fatto di essere un Papa di origini latinoamericane fa sì che conosca il nostro paese anche se non è mai stato in Nicaragua. Nel dialogo di più di un’ora che ho avuto con lui l’ho visto molto preoccupato per la situazione del paese.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Cosa le ha detto?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Di non discostarsi dalla strada del dialogo. Lui lo considera la via d’uscita, l’unica via d’uscita possibile. Ho notato che parla ricorrentemente di dialogo, anche pochi giorni fa l’ho ascoltato quando ha aperto il Sinodo dei giovani. In quel discorso ha insistito diverse volte sulla necessità del dialogo per poter andare avanti, ha invitato i giovani a essere persone del dialogo, il sinodo stesso per lui è un esercizio di dialogo tra quanti vi partecipano.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-E lei al dialogo ci crede?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Assolutamente sì, io credo nel dialogo. La mia famiglia mi ha formato in questa convinzione. Ho una famiglia grazie a Dio non violenta, non si alzava mai la voce uno con l’altro, in famiglia non gridiamo mai. Quando ero bambino giocavo molto a baseball. Casa mia si trovava proprio davanti alla piazza dove noi ragazzini ci riunivamo per giocare. Quando mio padre veniva a chiamarmi non lo faceva gridando, mi faceva un fischio. Per me era sufficiente, lasciavo i compagni e andavo da lui che sempre mi aspettava con un abbraccio.</p>
<p style="text-align: justify" align="center"><b>***</b></p>
<p style="text-align: justify">Il cardinal Leopoldo Brenes, &#8211; “Polito” lo chiamavano gli amici e lo chiamano tutt’oggi &#8211; è il più grande di quattro fratelli, due femmine e due maschi. Don Leopoldo Brenes Flores, il padre, era contadino– lo ricorda arrivare a casa a cavallo dal lavoro nella campagna e quando con il fratello facevano l’ultimo tratto con lui, uno seduto davanti e uno dietro il padre sul dorso del cavallo – la madre donna Lilliam Sólorzano Aguirre faceva la sarta e gli aveva insegnato ad usare la macchina da cucire perché proseguisse lui i lavori urgenti quando lei si ammalava. Brenes vive ancora oggi con la madre in un quartiere popolare di Managua. Suona bene la chitarra, e scrive canzoni. Confida di averne composte diverse per la madre e che ancora oggi, a volte, lei gli chiede di cantargliele. “Ma io non me le ricordo più, anche se da qualche parte ho un quaderno con le parole. Lei però è stata più previdente perché un giorno le ha registrate in un disco per tenerle come ricordo”. La “pastorale del <i>cariño</i>”, dell’affetto per tradurre in qualche modo questa parola del lessico spagnolo, dice di averla imparata da giovane sacerdote fresco di ordinazione seguendo e servendo un prete, “un uomo di Dio” che ha seguito da vicino per un certo tempo, come nei giorni della famosa entrata dei guerriglieri sandinisti nella città di Jinotepe. “Lui dispiegava tutta una pastorale che io chiamo del <i>cariño</i>, dell’affetto, della vicinanza con le persone”. Brenes dice di vedere questa stessa qualità in Papa Francesco. “Ha come una delle sue caratteristiche la vicinanza alle persone, e non c’è dubbio che anche lui esercita la pastorale del <i>cariño</i>”.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Stava dicendo che la disposizione al dialogo e alla ricerca di un intendimento, anche quando ci sarebbe da disperarsi, le viene dalla sua famiglia…</i></b></p>
<p style="text-align: justify">È così. Con i miei tre fratelli discutevamo tra di noi i problemi. E lo facciamo ancora, sempre; ci sediamo, tiriamo fuori i problemi, questa cosa non sta bene, quest’altra andrebbe affrontata così, ne parliamo, discutiamo, prendiamo decisioni. Almeno tre giorni a settimana faccio colazione con le mie due sorelle, un fratello vive in Messico, e parliamo…</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Lei ha 69 anni, tre meno di Daniel Ortega. Quando lui si stava profilando come leader del movimento rivoluzionario sandinista lei cosa faceva?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Ero un giovane sacerdote. Ho vissuto come tutti il processo rivoluzionario che ha portato alla caduta di Somoza. Con il trionfo del Fronte sandinista nel 1979 ci fu molta speranza, io ne avevo. In tante delle nostre chiese si erano rifugiati giovani simpatizzanti del Fronte sandinista. E i nostri sacerdoti li proteggevano.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Anche lei?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">In due delle mie comunità dovetti travestire dei giovani simpatizzanti sandinisti da accoliti perché la Guardia nazionale era sulla porta e per loro non ci sarebbe stato scampo. Altri li ho trasportati con il mio furgone. E questo lo abbiamo fatto in tanti sacerdoti.</p>
<p style="text-align: justify" align="center"><b>***</b></p>
<p style="text-align: justify">Questi di fine ottobre sono giorni di relativa calma in Nicaragua, c&#8217;è repressione in varie forme, licenziamenti dal posto di lavoro per chi ha partecipato alle proteste o in qualche modo si è esposto, qualche arresto, ma non ci sono scontri e morti nelle strade. È una calma apparente, ne sono tutti convinti, anche il governo e la sua base militante che presidia le rotonde e le piazze perché non diventino avamposti di nuove proteste di massa. Il fiume della rivolta può tornare in superficie, l’opinione diffusa è che il vulcano presto o tardi tornerà ad eruttare lava incandescente.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Lei può immaginare come sarà il Nicaragua nel novembre 2021, quando si terranno le elezioni presidenziali e legislative?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Il nostro desiderio è che il clamore della popolazione del Nicaragua che vuole elezioni trasparenti e limpide sia corrisposto. Come uomini di speranza aneliamo a che questa speranza la possiamo vedere realizzata. Se così non fosse, cadremmo nel precipizio che abbiamo davanti, con una comunità che non potrà vivere in pace.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Non è troppo distante il 2021? </i></b></p>
<p style="text-align: justify">Abbiamo chiesto elezioni anticipate e questo sarebbe meglio.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Quale dovrebbero essere secondo lei i cambiamenti di fondo che possono portare pace al paese?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">In primo luogo, che possa crescere una cultura di pace. Tutti parlano di pace, ma tanti usano la parola a partire da una visione soggettiva che nasconde interessi personali. Noi abbiamo bisogno di entrare in una cultura di pace e in una cultura di dialogo, abbiamo bisogno di una sanazione del cuore; c’è molto odio, molto rancore, abbiamo bisogno di riconciliarci tra noi nicaraguensi indipendentemente dalla diversità di opinioni di ciascuno, di credenze che ognuno può avere. Poi vedo estremamente necessaria la compresenza di quattro elementi: ascoltare, quindi discernere, riflettere e agire. Nella nostra vita questi quattro elementi importanti ci devono essere altrimenti non sarebbe una esistenza retta. Papa Francesco in una delle sue tante omelie diceva che è difficile ascoltarci veramente. Per un po’ sembra che lo facciamo, poi invece scattiamo per rispondere all’altra persona, la prendiamo d’assalto. Il Papa in una occasione ha tracciato un percorso con un trinomio che sembra pensato per noi nicaraguensi: fare, ascoltare, parlare.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Insomma, torniamo al dialogo di cui sopra.</i></b><b><i></i></b></p>
<p style="text-align: justify">Proprio così. L’ho sentito bene argomentato nel discorso ai giovani nel sinodo. Per il dialogo il Papa ha detto che bisogna essere disposti a modificare la propria opinione dopo che si sono ascoltati gli altri. Ai padri sinodali, ai giovani, ha anche suggerito di cambiare l’intervento che avevano preparato dopo aver ascoltato parlare gli altri prima di loro. Ha detto di sentirsi liberi di accogliere e comprendere gli altri e quindi di cambiare le convinzioni e posizioni già prese, che questo non è segno di incertezza ma di grande maturità umana e spirituale.</p>
<p style="text-align: justify" align="center"><b>***</b></p>
<p style="text-align: justify">I Papi del cardinale Leopoldo Brenes sono tre. Giovanni Paolo II, il primo, lo incontrò per la prima volta l’8 dicembre 1981 in Piazza di Spagna a Roma, appena sbarcato nella capitale inviato a studiare dal suo amato mentore l’arcivescovo di Managua Miguel Obando y Bravo. “Era la prima volta e ricordo che rimasi impressionato nel vedere la sua devozione per la Madonna, che lo avvicinava così fortemente a noi nicaraguensi”. Ricorda con <i>cariño</i> Papa Benedetto ancor prima che diventasse Papa. “Lo ammiravo in primo luogo come teologo. Ratzinger, il grande Ratzinger nella Chiesa! Il grande teologo! Nei nostri programmi di studio dovevamo leggere molti dei suoi libri”. Ricorda quando lo aspettava lungo il breve tragitto dall’ufficio nel palazzo della Congregazione per la Dottrina della Fede alla casa in piazza Leonina per salutarlo. «Ma la cosa più bella è successa nel concistoro al quale volle essere presente già come emerito. Lo salutai e mi presentai come l’arcivescovo di Managua ma non ce ne fu bisogno. Si era ricordato di avermi posto il palio nel 2005. E io mi sono ricordato che allora gli chiesi di pregare per me, perché sentivo che era molto difficile sostituire un uomo come il cardinal Obando che era stato pastore della Chiesa in Nicaragua per 35 anni. Lui, imponendomi il palio mi incoraggiò: “Non ti preoccupare – mi rispose ridendo – che a me sta passando la stessa cosa”». Succedeva a 25 anni di un grande Papa che tanto ha avuto a che vedere con il Nicaragua, Giovanni Paolo.</p>
<p style="text-align: justify">Il suo rapporto con Papa Francesco invece risale al 2005 quando nella città di Bogotà si preparava la V Conferenza generale dell’episcopato che si sarebbe tenuta due anni dopo ad Aparecida, in Brasile, e che avrebbe visto Bergoglio protagonista. Leopoldo Brenes richiama alla mente quando Benedetto XVI lo nominò membro della Commissione per l’America Latina nell’ottobre del 2009. “Un gruppo di arcivescovi stavamo su un lato del tavolo di lavoro e lui (Bergoglio) era nel gruppo dei cardinali sull’altro lato. A me toccò sedermi davanti a lui ed avemmo l’occasione di condividere molti momenti, di condividere delle riflessioni… Non mi dimentico di aver fatto una domanda; quanti tra di noi avevamo imparato a fare il segno della croce e a pregare dalla nostra prima catechista, nostra nonna; non dimentico che lui è stato uno dei primi ad alzare la mano… Mi resi conto che eravamo in sintonia”.</p>
<p style="text-align: justify">Di recente Brenes ha confidato al suo biografo Adolfo Miranda Sáenz di avere scattato due foto di Bergoglio durante i lavori di ad Aparecida. “Era dietro il leggio, stava facendo il suo intervento, l’altra quando presentò il documento perché era toccato a lui il compito di coordinare il documento finale”. Aggiunge con sincerità di non avere mai pensato potesse diventare Papa «anche se Papa Benedetto XVI, quando si congedò dai cardinali, disse: “tra di voi c’è il mio successore”. Non fu una questione di profetismo, perché sicuramente Benedetto ha visto la realtà e saputo che di lì si doveva scegliere il suo successore. Poi il Signore ha chiamato Papa Francesco…».</p>
<p style="text-align: justify">Brenes considera, alla stregua di Papa Francesco, che la grande tentazione dei governanti – ma non solo loro &#8211; sia quella del potere.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Perché un ideale di trasformazione sociale, di giustizia e di liberazione come quello che incarnava la rivoluzione sandinista si corrompe nel tempo? </i></b></p>
<p style="text-align: justify">Io credo che il potere fa ammalare. Dobbiamo essere uomini dello spirito per poter dire in un momento determinato “mi ritiro”, “smetto”, “mi faccio da parte”. È la grande tentazione di noi esseri umani. Il potere è come una droga che crea dipendenza.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Vede un antidoto alla corruzione del potere (o di un potente)? </i></b></p>
<p style="text-align: justify">Intenderlo come un servizio. Se non concepiamo il potere come un servizio, anche se non lo vogliamo, anche se non è nelle nostre intenzioni, siamo finiti. Come diciamo noi in America Latina alla stregua di <i>Chespirito</i> [un personaggio molto popolare di un programma della televisione messicana, N.d.A.]: <i>sin querer queriendo</i>, senza volere volendo. Non dimentico mai quando un giovane seminarista che era appena stato ordinato diacono fu a celebrare nella sua parrocchia. Lì disse: “Adesso posso, ho potere”. La gente l’ha rimproverato e gli ha detto: “No, no, no! Quello che lei ha adesso è la grazia di essere un servitore”.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Lei crede che se non c’è uno spirito di servizio un processo di liberazione può finire nel suo opposto.</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Proprio così.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Che consiglio darebbe al presidente Daniel Ortega, oggi, in questo momento, in questi frangenti? Non dico in confessione, ma se avesse un momento di intimità con lui, cosa gli direbbe?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Che ascolti, che ascolti il suo popolo, il popolo che lui deve servire. Che consideri quello che reclama. Che discerna bene. Che poi prenda una decisione che sia benefica per il popolo. Che il popolo il giorno di domani lo ringrazi, perché ha preso una decisione non solo in beneficio dei suoi sostenitori ma per tutto il popolo del Nicaragua.</p>
<p style="text-align: justify" align="center"><b>***</b></p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-C’è pericolo che ci possa essere un “Romero del Nicaragua” così come ce n’è stato uno in El Salvador?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Difficile. I Santi sono irripetibili.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Perché?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Monsignor Romero è stato un uomo per questo momento della storia. Romero, in un modo o nell’altro, ha una grande influenza in tutta l’area centroamericana. Lui è appartenuto all’episcopato dell’America Centrale. Noi abbiamo il SEDAC [Segretariato episcopale dell'America Centrale e Panama…<i>N.d.A</i>.] che raggruppa tutti i vescovi del centroamerica, e tutti noi abbiamo appoggiato il processo di beatificazione prima, quello di canonizzazione poi che si è concluso adesso con la celebrazione della seconda domenica di ottobre a Roma.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-E tutti appoggiate anche la richiesta che il Papa venga in centroamerica…</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Tutti senza eccezioni! Non che venga in tutti i paesi, sia chiaro. Io come presidente del SEDAC ho firmato la lettera in cui invitavamo papa Benedetto XVI a visitarci. Con le sue dimissioni abbiamo mandato la stessa lettera a papa Francesco. Aggiungendo, con l’invito a venire, che lui era completamente libero di decidere i paesi, o il paese, dove voleva fermarsi. E che noi vescovi del centroamerica ci saremmo riuniti nel paese che avesse scelto con la stessa allegria che se fosse stato il nostro. Ci ha presi sul serio, e ha scelto Panama per la Giornata mondiale della gioventù, e lì andremo tutti nel mese di gennaio prossimo.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Non potrebbe scegliere anche il Nicaragua?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Non perdo la speranza che Papa Francesco venga. Scherzando, un giorno, sapendo la sua consuetudine di mettere base in un solo paese, gli ho detto: “Guardi, il Nicaragua è a mezz’ora di aereo dalla Costa Rica, mezz’ora dal Salvador e mezz’ora dall’Honduras. Lei può atterrare il primo giorno in Guatemala e la sera venire in Nicaragua. E la mattina andare a Panama e tornare la notte in Nicaragua”. Gli ho praticamente fatto il programma.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Lo rivedrà presto?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">In febbraio.</p>
<p style="text-align: justify" align="center"><b>***</b></p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Lei è stato minacciato?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">No.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-È preoccupato per la sua incolumità?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Come dice Papa Francesco “quando deve arrivare arriva”. Siamo nelle mani di Dio.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Cosa le dà forza?</i></b></p>
<p style="text-align: justify">La preghiera e l’affetto della popolazione. E lo Spirito Santo che ci protegge con il suo mantello e sa quello che deve fare. Aggiungo una cosa molto personale, intima mia: la preghiera di mia madre. Ogni volta che esco, anche se dorme, mi sente, si sveglia e mi fa il segno della croce, sempre, e chiede per me la protezione della Madonna da tutti i pericoli. Questo mi dà sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify"><b><i>-Il Papa quando va in viaggio passa sempre per la basilica di Santa Maria Maggiore a pregare la Madonna e lasciarle un ramo di fiori.</i></b></p>
<p style="text-align: justify">Io vado nella camera di mia mamma che mi fa il segno della croce. E non gli do fiori ma un bacio</p>
<p style="text-align: justify"><b><span style="text-decoration: underline">Articolo precedente</span></b></p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.terredamerica.com/2018/10/25/vulcani-non-avvisano-il-presidente-ortega-non-ha-futuro-il-nicaragua-non-gli-perdona-la-repressione-e-morti-di-aprile-quanto-sara-lungo-il-conto-alla-rovescia/" target="_blank">I VULCANI NON AVVISANO. Il presidente Ortega non ha futuro, il Nicaragua non gli perdona la repressione e i morti di aprile. Quanto sarà lungo il conto alla rovescia?</a></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/26/luomo-del-dialogo-il-nicaragua-sprofonda-verso-una-nuova-guerra-civile-meno-che-parla-il-cardinale-di-managua-leopoldo-brenes/">L’UOMO DEL DIALOGO. Il Nicaragua sprofonda verso una nuova guerra civile. A meno che… Parla il cardinale di Managua Leopoldo Brenes</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>I VULCANI NON AVVISANO. Il presidente Ortega non ha futuro, il Nicaragua non gli perdona la repressione e i morti di aprile. Quanto sarà lungo il conto alla rovescia?</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Oct 2018 10:00:40 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Tornare in Nicaragua quarant’anni dopo fa impressione. Ci sono stato altre volte in questo arco di tempo, però adesso è diverso, si compie un ciclo e le cose arrivano davanti agli occhi accompagnate da un condensato di immagini. E compie un ciclo anche la rivoluzione sandinista. Allora, quarant’anni fa, Daniel Ortega era un ragazzo tra i tanti che erano scesi in strada imbracciando dei fucili poco sofisticati, la guardia nazionale di Somoza era allo sbando e il dittatore con i resti dei suoi fedeli si metteva in salvo, provvisoriamente, facendo rotta a Miami. Un anno dopo, settembre 1980, un colpo di bazooka lo farà saltare in aria in Paraguay, giustiziato dalla lunga mano di una rivoluzione che non gli aveva perdonato le ultime efferatezze. Quante conclusioni simboliche! Adesso Ortega, coniugato nel frattempo con donna Murillo, è incalzato da giovani come lui, nipoti di quei padri che lo hanno spinto ai vertici della piramide e che non gli perdonano di aver fatto sparare su dei giovani universitari. “I vulcani non avvisano” dice la scrittrice María López Vígil, ed è così, la scossa catastrofica è arrivata il 19 aprile e ha buttato giù tutto come il terremoto del 1972 di cui ancora si vedono le vestigia cenerine nel centro di Managua. Le crepe corrono sulle pareti dell’edificio politico e sociale costruito da Daniel Ortega e preannunciano il futuro crollo.</p>
<p style="text-align: justify">Il primo sommovimento tellurico si è avuto il 3 aprile, quando ha preso fuoco la riserva chiamata del Río Indio-Río Maíz. 300 mila ettari di foresta vergine che si estende a sud del Nicaragua tra il fiume San Juan, al confine con la Costa Rica e il fiume Punta Gorda, verso la riviera dei Caraibi, e 300 studenti dall’Università Centroamericana di Managua che si sono diretti verso la sede dell’Assemblea Nazionale, con striscioni che accusavano Daniel Ortega del disastro ecologico. Il secondo sobbalzo del terreno si è avvertito qualche giorno dopo, quando alcune centinaia di vecchietti che protestavano per un prelievo del 5 per cento sulla pensione venivano malmenati da militanti sandinisti nella città di León, a meno di un centinaio di chilometri da Managua. “I vecchi nelle case del Nicaragua sono figure molto rispettate, soprattutto le nonne” ci spiegano nella sede del canale televisivo <i>100% Noticias</i>, uno dei più ascoltati e battaglieri nel Nicaragua di oggi: “Quelle nicaraguensi sono famiglie con molti figli e le nonne diventano nonne già da giovani; nelle case sono madri sagge, più presenti della mamma biologica; i nonni e le nonne, da noi non si possono insultare impunemente”. “Il risveglio delle coscienze”, così lo chiama un sacerdote di Managua dai capelli lunghi e i lineamenti indios, si è riversato come l’acqua di una diga dentro i canali eterei dei wi-file installati gratuitamente dal governo nelle piazze e nei parchi della capitale. Il tam digitale è stato di una velocità incredibile; dopo pochi giorni i router sono stati disattivati perché chi li aveva elargiti si è accorto che erano diventati un’arma micidiale nelle mani dei giovani, ma era già troppo tardi. Arriva la grande protesta del 19 aprile e il massacro, l’eruzione del vulcano, una data che segna il punto di non ritorno per Daniel Ortega, donna Rosario Murillo e il loro regime. Lo scrittore nicaraguense Sergio Ramírez che fece parte del nucleo che quasi quarant’anni fa terremotò l’ordine somozista, ricorre ad Hans Christian Andersen e alla fiaba “Gli abiti nuovi dell’Imperatore” per concludere che il re è stato proprio messo a nudo. Che è poi quello che hanno gridato gli studenti di Managua dalla porta delle loro università prima di venire presi d’assalto dalle <i>turbe</i> sandiniste spedite sul posto dai loro padri.</p>
<p style="text-align: justify">Le rotonde di Managua, con gli “alberi della vita” piantati nel cuore della capitale, sono un po’ il simbolo urbanistico del Nicaragua sandinista che doveva celebrare i fasti della rivoluzione matura, stagionata, interpretata nell’ultimo decennio dalla dinastia Ortega-Murillo. Le prime sono presidiate da impiegati del governo in libera uscita dagli uffici pubblici con la missione di respingere i nuovi “contras” che potrebbero tornare ad occuparle dopo i giorni di furia; i secondi, i mastodontici alberi multicolore di sette tonnellate l’uno, vengono abbattuti dalla rabbia dei manifestanti che ne hanno messi a terra un centinaio dei centocinquanta piantati a lode di una rivoluzione che voleva essere giusta e allegra.</p>
<p style="text-align: justify">Le proteste di aprile hanno coniato una bandiera – ha due bande azzurre con la fascia centrale bianca adottata nel 1971 ad emulazione di quella degli Stati Uniti dell&#8217;America Centrale &#8211; ma non hanno generato leader eminenti, duraturi, visibili, non hanno creato coaguli stabili e articolati che si possano chiamare una opposizione. È una protesta liquida quella dei giovani del Nicaragua, che come nel film di Del Toro assume “La forma dell’acqua”, scorre da una piazza all’altra e viene dispersa, si condensa più in là, grida il suo disappunto contro un governo che lascia bruciare ettari ed ettari di foresta e malmena i vecchietti che protestano per le pensioni decurtate. In fondo, mi fa osservare il dirigente di una Ong che come tante altre non ha vita facile di questi tempi, è un bene che non ci siano state quelle elezioni anticipate che reclamavano a viva voce perché non avrebbero avuto il tempo di organizzarsi con una vera proposta politica di transizione.</p>
<p style="text-align: justify">La Chiesa della Divina Misericordia, vicino all’Università nazionale del Nicaragua, ha le pareti sforacchiate come una gruviera. Il 13 luglio è stata assediata per 17 ore poi attaccata da gruppi paramilitari filogovernativi. Qui sono stati uccisi due ragazzi, un centinaio si sono salvati quando il parroco don Raúl Zamora ha aperto le porte e li ha fatti entrare dentro. “Pensavo che avessimo raggiunto un accordo con chi li assediava per farli uscire pacificamente perché era evidente che non erano pericolosi e quello che chiedevano era del tutto ragionevole, invece è iniziato l’attacco” ci racconta. “Uno dei due uccisi l’ho visto morire colpito alla testa…”. L’edificio bucherellato è un po’ il simbolo della Chiesa del Nicaragua, una Chiesa che con i suoi parroci è stata indiscutibilmente al fianco dei giovani rivoltosi. Ha aperto le porte degli edifici di culto per far entrare i fuggitivi, ha curato i feriti, ha seppellito i morti, ha strappato dal carcere gli arrestati. Ha visitato le famiglie delle vittime, ha consolato quelle degli scomparsi, ha sfamato chi non aveva da mangiare. “Ha fatto alla lettera quello che chiede il Vangelo” chiosa la direttrice della rivista <i>Envio</i>, un tempo pro-teologia della liberazione, María López Vígil, che cita il noto passaggio in cui il Maestro raccomanda ai suoi discepoli di visitare i carcerati, nutrire gli affamati e vestire gli ignudi. Tutte opere di misericordia divina, appunto.</p>
<p style="text-align: justify">Poco più in là della Divina Misericordia, muta testimone di inseguimenti, spari e grida c’è la statua di Giovanni Paolo II, in ricordo della visita in Nicaragua del 1983. Allora venne ospitato e mal sopportato da una rivoluzione baldanzosa che lo accolse al grido di “Tra cristianesimo e rivoluzione non c’è contraddizione”. Il monumento al pontefice polacco divide lo spazio con quello del ventisettenne Rigoberto López Pérez che il 21 settembre 1956 si infiltrò in una festa nel Club Social de Obreros di León e sparò nel petto al presidente Somoza senior per essere abbattuto dalla grandine di pallottole dei suoi guardaspalle. Rigoberto López morì all’istante, Somoza agonizzò alcuni giorni in un ospedale della zona del canale di Panama. Il figlio Luis Somoza Debayle, prese il suo posto proseguendo la sanguinosa dinastia.</p>
<p style="text-align: justify">Più in basso, nella vicina rotonda c’è il solito raggruppamento pro-governo che sventola la bandiera sandinista rossa e nera. É lì per ammonire le teste calde e liquide asserragliate nel vicino campus universitario che il confine non può essere oltrepassato e che la protesta è legittima quando rafforza le istituzioni della rivoluzione mentre fa il gioco della reazione quando chiede di riformarle. Un&#8217;altra rotonda, un altro insigne letterato nazionale, il poeta Rubén Darío, un&#8217;altra università, un altro vulcano pronto all’eruzione. Il campus è quello dell’Università cattolica di Managua con i suoi diecimila studenti, opera dei gesuiti che in America Centrale si dedicano all’istruzione superiore. L’UCA ha dato il suo contributo di rabbia e di sangue alla ribellione del 19 di aprile. Quel giorno le sue porte si aprirono per dare rifugio agli studenti che ripiegavano attaccati dalle bande di militanti sandinisti che oggi presidiano il vicino snodo. Ripiegando nell’università devono per forza aver corso davanti al busto di monsignor Romero posto sulla destra dell’entrata nel 2016, e forse qualcuno dei fuggitivi avrà anche invocato il martire appena fatto santo da papa Francesco di difenderli da una violenza che assomiglia molto a quella che ha messo fine alla sua vita nel vicino El Salvador.</p>
<p style="text-align: justify">Chi sono i fuggitivi? Nipoti di famiglie sandiniste in buona parte, che non hanno conosciuto la rivoluzione degli anni 80 di prima mano e se la sono sentita raccontare dai nonni. Non sanno molto di Somoza, se non quel poco che possono leggere sui manuali di storia scritti dall’intellighenzia sandinista negli anni 90. Di classe media e medio bassa frequentano le università grazie a borse di studio erogate dallo stato o da fondazioni private. Hanno molta familiarità con le reti sociali e una forte coscienza ambientalista. Che una parte del territorio nazionale bruciasse è stato sufficiente perché puntassero il dito accusatore contro un governo negligente. Come Denis Herrera, che aveva 13 anni quando la guardia nazionale di Somoza si liquefaceva e i giovani come lui o poco più ne inseguivano i resti. Non prese parte a quegli eventi, ma ricorda l’entusiasmo di quei giorni, il suo stesso entusiasmo. E adesso gli viene alla mente la serietà della nonna che non ne era contagiata. “Quando le chiesi il perché” ci dice pensoso «lei dapprima rimase in silenzio, forse per non ferirmi, poi rispose che sapeva già come sarebbe andata a finire, perché “chi sale in alto non vuole più scendere in basso”. Nient’altro». Ortega avrebbe di lì a poco assunto il controllo del processo rivoluzionario. Mistero iniquo del potere. Anche María López Vígil ci confessa di aver applaudito ai sandinisti intenti ad edificare il nuovo ordine. Ha un anno in più di Ortega, lui 73, lei 74. Poi dice che la rivoluzione l’ha vista sequestrare. Oggi applaude i giovani a cui insegna. Ha avuto alunni nelle strade a protestare, in carcere, in esilio, morti. Non incolpa un’astratta rivoluzione, ma dei concreti sedicenti rivoluzionari corrotti dal loro stesso potere. “Se chi fa la rivoluzione non accetta dei limiti, non si dà dei contrappesi, essi stessi divoreranno la loro rivoluzione”. Se ne esce sorprendentemente con una parola latina, <i>memento mori, </i>ricordati che devi morire. “La morte è segnale di quanto siamo fragili, bisogna ricordarsene, questo dà realismo nel condurre la vita degli altri, e permette di recuperarsi dalle cadute e dagli eccessi. Daniel Ortega invece si crede Dio, onnipotente”. Critica il concetto di avanguardia: “É un grave errore pretendere di sapere quello che il popolo vuole e quello di cui ha bisogno. Dei veri rivoluzionari devono accompagnare, servire”.</p>
<p style="text-align: justify">A Managua non c’è il famigerato “toque de queda”, così si chiama a queste latitudini il coprifuoco notturno che lascia la città nelle mani delle forze di sicurezza, ma è come se fosse in vigore. La Managua notturna è deserta, i locali chiusi, la vita si rintana nelle case fino alle prime luci del giorno. Poi riprende in un’apparente incertezza. Dopo la scossa di aprile lo sciame sismico avverte che il vulcano è ancora attivo e pronto all’eruzione. Ortega ha domato la protesta con il peso di una repressione smisurata che ha provocato alcune centinaia di morti, un migliaio di feriti, decine di scomparsi e oltre trecento incarcerati che vengono rilasciati con il contagocce mentre altri vengono tirati fuori dalle loro case e messi al loro posto. Le organizzazioni per i diritti umani stimano che 400 persone circa siano tutt’ora detenute per motivi politici, 350 con processi giudiziari già aperti, l&#8217;80% con l’accusa di &#8220;terrorismo&#8221;. Il fiume carsico della rivolta si è interrato ma nessuno dubita che tornerà in superficie in un momento inaspettato e fuori dagli argini conosciuti. Nella terra dei cento vulcani tutti sanno che i vulcani non dicono quando entrano in attività. “<i>Questo</i> non è finito” assicura un editorialista del <i>Nuevo Diario</i>. “Il presidente Ortega conosce il popolo del Nicaragua, sa che sopporta molto, ha capacità di resistenza, si sacrifica quando è necessario, ma questa volta Ortega ha passato la linea rossa e il popolo non gli perdonerà mai di aver mandato ad uccidere giovani universitari”.</p>
<p style="text-align: justify">Gli scenari futuri sono molteplici e l’uno o l’altro dipenderà dall’allineamento di fattori che ancora sono in movimento. Presentando in questi giorni il bilancio preventivo del 2019 il Ministro dell’economia del governo Ortega ha riconosciuto che le perdite economiche sono tre volte quelle provocate dall’uragano Mitch del 1998, che qui è stato devastante. E comparabili a quelle del terremoto di Managua del 1972. Tutti gli indicatori puntano verso il basso. Il prossimo anno la crescita sarà negativa. Il panorama che traccia un osservatorio indipendente legato all’industria nazionale del Nicaragua parla di paralisi degli investimenti, di credito internazionale elargito con il contagocce, di crollo dei consumi che non siano di generi primari, di riduzione della spesa pubblica con crescita della disoccupazione. L’occupazione informale sarebbe già aumentata di 116 mila unità secondo i dati del governo e del doppio prendendo per buoni i numeri della Fondazione per lo sviluppo economico e sociale (Funide). Le esportazioni e le rimesse dei nicaraguensi residenti all’estero potranno dare ossigeno all’anemia economica nazionale, le prime perché legate ad una domanda internazionale che non risente della crisi interna, le seconde perché aumenterà il numero dei nicaraguensi espatriati e quelli che lo hanno già fatto tenderanno ad aiutare di più chi è rimasto nel paese. La situazione potrebbe aggravarsi ancor più se i paesi importatori di merci made in Nicaragua decideranno ritorsioni commerciali. Il 40% delle esportazioni del paese prende la strada degli Stati Uniti, il 25 per cento dell’America Centrale e tra il 15 per cento dell’Europa. Con chiunque si parli il presidente Daniel Ortega ha i giorni contati. Resta da vedere quanti e come vi metterà fine. Le elezioni presidenziali del 2021 sono molto lontane. Forse troppo. E, si sa, i vulcani non avvisano.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/25/vulcani-non-avvisano-il-presidente-ortega-non-ha-futuro-il-nicaragua-non-gli-perdona-la-repressione-e-morti-di-aprile-quanto-sara-lungo-il-conto-alla-rovescia/">I VULCANI NON AVVISANO. Il presidente Ortega non ha futuro, il Nicaragua non gli perdona la repressione e i morti di aprile. Quanto sarà lungo il conto alla rovescia?</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>CILE. IL CONTO, PER ORA, NON LO PAGA NESSUNO. Sul caso del &#8220;risarcimento delle vittime di Karadima&#8221; c’è grande confusione, poca trasparenza e tante mezze verità</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2018/10/24/cile-il-conto-per-ora-non-lo-paga-nessuno-sul-caso-del-risarcimento-delle-vittime-di-karadima-ce-grande-confusione-poca-trasparenza-e-tante-mezze-verita/</link>
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		<pubDate>Tue, 23 Oct 2018 22:54:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Da ieri sappiamo che nel processo per decidere sulla richiesta di risarcimento a tre vittime di Karadima &#8211; James Hamilton, Juan Carlos Cruz e José Andrés Murillo &#8211; non esiste nessuna sentenza. Lo ha detto e confermato Miguel Vásquez, uno dei giudici della IX Sala della Corte d&#8217;appello di Santiago, istanza che deve decidere sulla [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/24/cile-il-conto-per-ora-non-lo-paga-nessuno-sul-caso-del-risarcimento-delle-vittime-di-karadima-ce-grande-confusione-poca-trasparenza-e-tante-mezze-verita/">CILE. IL CONTO, PER ORA, NON LO PAGA NESSUNO. Sul caso del &#8220;risarcimento delle vittime di Karadima&#8221; c’è grande confusione, poca trasparenza e tante mezze verità</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Da ieri sappiamo che nel processo per decidere sulla richiesta di risarcimento a tre vittime di Karadima &#8211; James Hamilton, Juan Carlos Cruz e José Andrés Murillo &#8211; non esiste nessuna sentenza. Lo ha detto e confermato Miguel Vásquez, uno dei giudici della IX Sala della Corte d&#8217;appello di Santiago, istanza che deve decidere sulla materia. Quindi la notizia precedente del giornale <i>La Tercera</i> che assicurava un verdetto sfavorevole per l&#8217;arcivescovado della capitale, costretto a risarcire oltre 600mila dollari, era falsa.</p>
<p style="text-align: justify">Al riguardo sulla stampa cilena si fanno molte domande poiché l’intera vicenda della presunta sentenza non appare molto chiara. Come, chi e perché ha dato al giornale <i>La Tercera </i>questa notizia? Perché la smentita è arrivata con tanto ritardo? Cosa sta succedendo attorno ai giudici che dovranno decidere? Quando decideranno? Tutte domande per ora senza risposte.</p>
<p style="text-align: justify">Il giudice Miguel Vásquez, con nuove dichiarazioni, non fa altro che accrescere questa confusione evidenziando che il processo non è concluso e che forse c’è da attendere ancora molto tempo prima di una sentenza finale. Infatti, il magistrato parlando con la stampa locale ha posto tre questioni, tutte complesse:</p>
<p style="text-align: justify"><b>1.</b> i giudici devono prendere una decisione su una possibile richiesta d’informazione da indirizzare al Vaticano. Il magistrato non ha precisato di cosa si tratta specificamente, ma ha parlato di una richiesta “indirizzata a mons. Charles Scicluna”.</p>
<p style="text-align: justify"><b>2.</b> i giudici devono prendere conoscenza e approfondire nuovi documenti consegnati dalla difesa (e cioè, la lettera del febbraio 2009 del cardinale Francisco Javier Errázuriz all’allora Nunzio in Chile mons. Giuseppe Pinto, dove riconosce di aver chiuso l’indagine contro Karadima e di non aver autorizzato che fosse interrogato).</p>
<p style="text-align: justify"><b>3.</b> i giudici studieranno anche la possibilità di chiamare le due parti, cioè le tre vittime e l’arcivescovado di Santiago, per sondare la possibilità di una conciliazione amichevole.</p>
<p style="text-align: justify">Infine, il giudice Miguel Vásquez, a diverse domande di giornalisti su presunte pressioni esterne ha risposto dicendo: “Io non sento nessuna pressione!”.</p>
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		<title>L’IMPORTANTE È SCAPPARE. POI ARRIVARE. Storie di coraggio, disperazione e povertà lungo il cammino che porta alla frontiera</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Oct 2018 16:40:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alver Metalli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Arrivare in Messico non è difficile ma è pericoloso, questo sì. Dal Guatemala si può raggiungere in battello Ciudad Hidalgo, nello stato di Chiapas in piena luce del giorno e senza nessuna resistenza da parte delle autorità messicane. In questo punto i due paesi sono separati dal fiume Suchiate ma uniti da un ponte fortemente [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/23/limportante-e-scappare-poi-arrivare-storie-di-coraggio-disperazione-e-poverta-lungo-il-cammino-che-porta-alla-frontiera/">L’IMPORTANTE È SCAPPARE. POI ARRIVARE. Storie di coraggio, disperazione e povertà lungo il cammino che porta alla frontiera</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Arrivare in Messico non è difficile ma è pericoloso, questo sì. Dal Guatemala si può raggiungere in battello Ciudad Hidalgo, nello stato di Chiapas in piena luce del giorno e senza nessuna resistenza da parte delle autorità messicane. In questo punto i due paesi sono separati dal fiume Suchiate ma uniti da un ponte fortemente controllato, chiuso alle due estremità con un&#8217;inferriata e sorvegliato dalle guardie. Nonostante ciò, a meno di 10 metri si possono vedere zattere che attraversano illegalmente da Guatemala a Messico. Durante il tragitto sono frequenti gli assalti e altri tipi di vessazioni. Dal Guatemala, gli immigranti viaggiano spendendo velocemente il poco denaro che portano dietro: la loro moneta è diversa e comprano soprattutto nel mercato informale, sono quindi soggetti a un cambio esponenzialmente alto. La maggiorparte degli immigranti inizia un cammino sconosciuto e poche volte sono a conoscenza della situazione economica o politica dei paesi dove aspirano a vivere. Per questo motivo devono fidarsi delle persone che incontrano lungo la strada. Incontri che la maggioranza delle volte hanno un esito sfortunato.<br />
Senza dubbio, la Casa del Migrante, a 30 minuti in auto dalla frontiera con il Guatemala, con pochi altri luoghi in Chiapas e negli stati che conformano il cammino verso gli Stati Uniti, serve per riprendere fiato dopo la strada percorsa e ricaricare energia e forza per affrontare ciò che resta. L&#8217;ostello è costituito da due piani, nel secondo si trovano le stanze degli uomini e al piano terra quelle delle donne, famiglie e persone che hanno sofferto mutilazioni. La Casa del Migrante è conosciuta soprattutto perché vi si assistono e vi si curano migranti feriti o mutilati accidentalmente quando viaggiano sul tetto de “La Bestia” –come viene chiamato il treno che prendono migliaia di migranti che viaggiano attraversando il México– e per offrir orientamento sui loro diritti e ciò che li aspetta nel cammino. All&#8217;entrata della pensione c&#8217;è un gran cartello con la definizione del termine “rifugiato”. È stato messo lì dal UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), istituzione che lavora con la struttura. C&#8217;è anche una cartina a grande scala del Messico e si può leggere che la UNHCR distingue i “migranti per questioni economiche” dai rifugiati: “per un rifugiato, le condizioni economiche del paese d&#8217;asilo sono meno importanti della sua sicurezza”.<br />
Ci riceve Irmi Pundt, mano destra di padre Flor María Solalinde, responsabile del rifugio. È cresciuta in una tenuta di piantagioni di caffè, i suoi genitori erano tedeschi e adesso si dedica ad appoggiare padre Flor Maria nella sua missione. È un ambiente tranquillo; è proibito scattare foto per rispetto della riservatezza degli immigranti.<br />
“Scappano dalle <em>maras</em> [bande giovanili dedite alla delinquenza diffuse nei paesi dell’America Centrale, N.d.T.], da un giorno all&#8217;altro prendono su e se ne vanno senza niente”, dice Pundt. Racconta che adesso sono di più le donne che si avventurano a cercar fortuna in un altro paese. Molte scappano dalla violenza domestica, altre decidono di darsi alla fuga con le loro figlie adolescenti perché, per esempio, un membro di una qualche banda gli ha messo gli occhi sopra, altre volte perché non possono pagare il “diritto di suolo”. In questo periodo viaggiano da soli anche molti minorenni, ragazzini di 16-17 anni che scappano dalle bande perché non vogliono appartenervi e non hanno altra scelta, tranne che unirsi a loro o venire uccisi.<br />
Nell&#8217;ostello si ascoltano storie personali sulle situazioni vissute in Guatemala e alla frontiera con il Messico e come sopravvivere a bordo de La Bestia, il cui tragitto comincia in Arriga, a tre ore di strada da lì. La gente che passa per Tapachula cammina a piedi o in furgone fino ad Arriaga per prendere il treno di lì. Sono pochi quelli che si arrischiano a viaggiare in camion perché si sa che il cammino abbonda di punti di controllo militari dedicati a identificare i passeggeri di provenienza centroamericana e detenerli perché non hanno il visto per transitare nel paese.<br />
María Estella Díaz, di Usulután, El Salvador, è fuggita dal suo paese perché non poteva pagare “la quota” di 400 dollari alla settimana che le esigeva la Mara Salvatrucha perché aveva aperto una drogheria. Le estorsioni aumentavano, erano cominciate con 200 dollari e quando hanno raggiunto i 400, María Estela ha dovuto chiudere il negozio. Adesso è in cammino verso gli Stati Uniti, per poter inviare denaro ai suoi figli.<br />
Alcuni migranti cercano di fermarsi in Messico. Nel 2013 ci sono state un totale di 1,164 richieste di rifugio nel paese, delle quali solo il 21% ha ottenuto una risposta positiva. Il paese d&#8217;origine con maggior numero di richiedenti è stato l’Honduras, seguito da El Salvador. In quell&#8217;anno, il 22% dei richiedenti honduregni e 30% di quelli salvadoregni, hanno ottenuto lo status di rifugiati, secondo i dati pubblicati dalla Commissione Messicana di Aiuto ai Rifugiati (COMAR), un organismo dipendente dalla Segreteria del Governo. Di recente l’emigrazione del centroamerica si è acaparrata l&#8217;attenzione dei mezzi di comunicazione, poiché il numero di migranti minorenni che viaggiano da soli e sono arrivati agli Stati Uniti è aumentato in modo strepitoso. Questi bambini sono riusciti a superare le avversità che presenta il cammino che ha inizio dai loro paesi d&#8217;origine, prevalentemente Honduras, El Salvador e Guatemala; sono riusciti ad attraversare il Messico e adesso si trovano negli Stati Uniti. Senza dubbio non hanno diritto ad essere accolti, come si crede in molti casi; la maggiorparte delle volte vengono deportati. La situazione ha raggiunto proporzioni così elevate che Messico e Guatemala, mediante il programma “Frontiera Sud”, presentato il 7 luglio, hanno accordato di offrire visti temporanei a migranti di Guatemala e Belice per 72 ore per “migliorare il transito” dei migranti nel loro passaggio verso gli Stati Uniti. Questa misura non si estende ai paesi con maggior numero di bambini e adulti migranti: Honduras ed El Salvador, e non propone neppure misure idonee a combattere la corruzione delle stesse autorità.<br />
Manuel Alas, di Chalatenango, al nord de El Salvador, è di passaggio nella Casa del Migrante. É il suo tentativo più recente di trovare un futuro migliore: Nel 2001 è emigrato negli Stati Uniti e in Italia, quando ancora ci si poteva arrivare in nave da El Salvador. Manuel ha 38 anni e il suo proposito è chiedere rifugio nel paese per poter lavorare legalmente. “Li ho minacciati e gli ho detto che li avrei denunciati, è stato questo il mio errore, per questo mi hanno pugnalato”, racconta Elizabeth Guillén, una donna salvadoregna in viaggio con i suoi due figli minorenni e l’attuale compagno. Scappano dalla Mara per la seconda volta, la prima è stata nel 2009. In quell&#8217;anno, i membri della Mara l&#8217;hanno accoltellata nel torace e nel braccio per essersi rifiutata di pagare 20 mila dollari e averli minacciati di rivolgersi alla polizia. L&#8217;estorsione iniziò perché i <em>pandilleros</em> avevano saputo da delle voci che Elizabeth stava ricevendo denaro dagli Stati Uniti. Elizabeth mostra le cicatrici sul corpo mentre i bimbi ascoltano il racconto della madre seduti tranquillamente di fianco a lei. L&#8217;impressione è che finalmente si sentano sicuri. Dopo quello che è accaduto ha dovuto vivere “rinchiusa” come parte delle misure di sicurezza prese dalle autorità. Ha cambiato più volte il domicilio e ha sempre cercato di non essere identificata quando portava a termine la sua convalescenza. Adesso ha preso la decisione di lasciare El Salvador perché le pareva di vivere come una reclusa; voleva chiedere di essere riconosciuta come rifugiata negli Stati Uniti, ma quando ha saputo che anche il Messico concede questo status ha deciso di non esporre a rischi i suoi figli a bordo de La Bestia.<br />
Elizabeth, la sua famiglia, e Manuel, sono parte dei 285 salvadoregni che hanno richiesto lo status di rifugiato nel paese nel corso del 2013 (dati del COMAR). Se hanno fortuna si uniranno agli 86 che già godono di questa condizione e la loro traversata sarà finita.</p>
<p style="text-align: justify">* Giornalista messicana freelance specializzata in inchieste<br />
<a href="https://redaccion.nexos.com.mx/?p=6373" target="_blank">Nexos</a></p>
<p style="text-align: justify">Traduzione di Silvia Pizio</p>
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		<title>LA CAROVANA DELLA SPERANZA. Cosa succederebbe se tutti gli emigranti si unissero e marciassero insieme verso il confine con gli Stati Uniti? Lo stiamo vedendo in questi giorni…</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2018/10/22/la-carovana-della-speranza-cosa-succederebbe-se-tutti-gli-emigranti-si-unissero-e-marciassero-insieme-verso-il-confine-con-gli-stati-uniti-lo-stiamo-vedendo-questi-giorni/</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Oct 2018 10:00:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Cosa succederebbe se mille, diecimila, centomila persone si mettessero in marcia dall’Honduras intenzionate ad attraversare il territorio del Messico per dirigersi alla frontiera con gli Stati Uniti? E se facessero lo stesso dal Salvador e dal Guatemala? E se tutti questi rivoli si unissero ingigantendosi lungo il cammino fino a diventare un fiume in piena? [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/22/la-carovana-della-speranza-cosa-succederebbe-se-tutti-gli-emigranti-si-unissero-e-marciassero-insieme-verso-il-confine-con-gli-stati-uniti-lo-stiamo-vedendo-questi-giorni/">LA CAROVANA DELLA SPERANZA. Cosa succederebbe se tutti gli emigranti si unissero e marciassero insieme verso il confine con gli Stati Uniti? Lo stiamo vedendo in questi giorni…</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Cosa succederebbe se mille, diecimila, centomila persone si mettessero in marcia dall’Honduras intenzionate ad attraversare il territorio del Messico per dirigersi alla frontiera con gli Stati Uniti? E se facessero lo stesso dal Salvador e dal Guatemala? E se tutti questi rivoli si unissero ingigantendosi lungo il cammino fino a diventare un fiume in piena? È quello che sta succedendo con la carovana di oltre duemila persone che è partita a piedi dall’Honduras verso gli Stati Uniti, attraverso l’America Centrale. Il nucleo originario si è formato venerdì 12 ottobre scorso nella città honduregna di San Pedro Sula, e nei giorni successivi centinaia di persone si sono unite al gruppo in movimento.</p>
<p style="text-align: justify">La scelta di raggrupparsi dipende dalla poca sicurezza del percorso per arrivare negli Stati Uniti, lungo il quale spesso i migranti vengono rapinati, rapiti, aggrediti o stuprati. La carovana degli honduregni procede a piedi e a bordo di alcuni veicoli caricati con pochi beni personali. Percorrono a piedi circa 40 km al giorno, e a questo ritmo tarderebbero quasi due mesi a percorrere i 2.000 chilometri che li separano dal confine statunitense. Sono entrati in Guatemala all’inizio della settimana, primo passaggio obbligato del lungo viaggio. Poi, dietro di loro si sono mosse altre migliaia di persone, una buona metà donne, ma anche bambini, anziani e persone in precarie condizioni fisiche.</p>
<p style="text-align: justify">Un vero esodo. “In questo momento si stima che nel Paese siano entrate 11mila persone” dice il sacerdote Mauro Verzeletti, direttore della Casa del migrante di Città del Guatemala. Lo scalabriniano non crede che si tratti di un transito veloce verso l’ulteriore frontiera, quella messicana. «Intanto, coloro che riescono a entrare in Messico sono velocemente rimpiazzati da altri honduregni, in secondo luogo la valanga che sembrava inarrestabile, ha avuto la sua prima vera battuta d’arresto alla frontiera messicana del Rio Suchiate. Se lo Stato messicano del Chiapas aveva garantito “porte aperte”, così come il confinante Tabasco, sono arrivati in massa i gendarmi federali, inviati dal governo messicano, a sua volta pesantemente minacciato dal presidente Usa Donald Trump». Mauro Verzeletti parla di ore di forte tensione vissute alla frontiera. “L’azione degli agenti ha ostacolato non poco la marcia dei migranti, che pure in molti casi sono riusciti a forzare il cordone e arrivare nel tradizionale avamposto messicano, Tapachula, raggiungendo i primi migranti che già erano giunti nella città del Chiapas nella serata di giovedì”. La marcia sarà fermata? «Probabilmente no, ma certamente sarà rallentata e frammentata. In ogni caso, nella “migliore delle ipotesi”, ci vorranno settimane prima di raggiungere il confine Usa, che Trump ha già deciso di blindare, pretendendo dal Messico un analogo atteggiamento. E minacciando, in caso contrario, di intervenire direttamente».</p>
<p style="text-align: justify">Non è la prima carovana di questo tipo che tenta l’impresa di raggiungere il confine con gli Stati Uniti attraversando il territorio messicano in tutta la sua estensione. L’ultima era partita a marzo da una città del Sud del Messico, raggiungendo il confine statunitense ad aprile. In quel caso, alle centinaia di migranti arrivati dai paesi del Centro America era stato fornito un visto speciale dal governo messicano, che permetteva loro di attraversare il paese o fare richiesta di asilo. Giunta al confine di Tijuana, la carovana era rimasta bloccata per un po’. Poi a qualche centinaio di migranti era stato permesso chiedere asilo negli Stati Uniti, mentre gli altri erano rimasti in Messico, erano tornati a casa o avevano attraversato il confine illegalmente. Ma è la prima volta che un gruppo così grande di migranti, si calcola dai 3 ai 4mila, si muove insieme per cercare asilo negli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify">Christine Reis, direttrice dell’Istituto per i Diritti Umani dell’Università San Tommaso dell’arcidiocesi di Miami, ricorda che “quest’anno ci sono state un paio di carovane, ma forse intorno alle 100, 200 persone, mentre questa è decisamente molto più grande. Mi pare di ricordare che a marzo ci sia stato un gruppo di 1.600 persone, ma attraversando il Messico questo gruppo si è poi ridotto sensibilmente, perché c’è anche un forte tasso di abbandono. Alcuni si ammalano, strada facendo, e non riescono a continuare; va aggiunto che sono soggetti a violenza in ogni centro abitato che attraversano. Ecco perché alcuni, lungo il percorso, rinunciano”.</p>
<p style="text-align: justify">Il momento della grande sfida, perché è anche questo che la carovana rappresenta, avviene in un momento particolare. C’è chi fa notare che mancano poche settimane al voto di medio termine negli Usa e 40 giorni all’insediamento del presidente messicano Andrés Manuel López Obrador eletto nel mese di luglio. La complessità della questione la riassume il presidente della Conferenza episcopale del Guatemala, Gonzalo de Villa y Vásquez all’agenzia dei vescovi italiani Sir: “Come Chiesa del Guatemala, abbiamo messo a disposizione le nostre strutture e abbiamo cercato di accogliere i migranti nel miglior modo possibile, all’insegna della simpatia, dell’aiuto e della solidarietà. Ho notato tanti gesti di vicinanza e solidarietà dalla gente semplice. Certo, resta una forte preoccupazione per la situazione estrema che vive il popolo dell’Honduras. E anche per le strumentalizzazioni politiche, a cominciare forse proprio dal modo in cui questa migrazione è stata organizzata dal suo leader, Bartolo Fuentes, attivista ed ex deputato, arrestato in Guatemala e riportato in Honduras E poi ci sono le versioni contrastanti sull’atteggiamento del Messico, tra il presidente uscente Peña Nieto e l’entrante López Obrador, più propenso all’accoglienza”.</p>
<p style="text-align: justify">La risposta della Chiesa statunitense alla carovana che avanza la spiega José Vásquez, vescovo di Austin in Texas e presidente della Commissione per i migranti della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, all’agenzia <i>Vatican News</i>: “Noi davvero abbiamo risposto, la Conferenza episcopale ha risposto. Ci siamo espressi in anticipo in merito a questa situazione terribile della carovana, di questa gente che si sta spostando, questa grande folla di persone che si sta dirigendo verso gli Stati Uniti proveniente dall’Honduras, attraversando il Messico per arrivare al nostro confine. I vescovi hanno dichiarato in termini molto chiari che la priorità, naturalmente, è quella di prendersi cura di queste persone che stanno viaggiando. Molti di loro si stanno lasciando alle spalle condizioni di vita terribili, e cercano un modo per prendersi cura delle loro famiglie, per poter provvedere a loro. Ovviamente, ognuno deve essere ascoltato per capire e accertarsi del fatto che realmente stia fuggendo da situazioni spesso veramente orribili. Il migrante è una preoccupazione centrale per la Chiesa: parliamo sempre a vantaggio degli immigrati perché hanno bisogno di protezione e del nostro aiuto”.</p>
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		<title>IL CONTO. Arcivescovado di Santiago del Cile condannato. Dovrà pagare 670 mila dollari di risarcimento alle vittime di Fernando Karadima</title>
		<link>https://www.terredamerica.com/2018/10/21/il-conto-arcivescovado-di-santiago-del-cile-condannato-dovra-pagare-670-mila-dollari-di-risarcimento-alle-vittime-di-fernando-karadima/</link>
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		<pubDate>Sun, 21 Oct 2018 16:25:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alver Metalli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>La Corte d&#8217;Appello della capitale cilena, Santiago, ha revocato una precedente sentenza e ha condannato l&#8217;arcivescovado, ora guidato dal cardinale Ricardo Ezzati, al pagamento di un consistente risarcimento, 670 mila dollari USA, alle tre più conosciute vittime dell&#8217;ex prete pedofilo seriale Fernando Karadima. Il verdetto in favore di Juan Carlos Cruz, Andrés Murillo e James [&#8230;]</p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/21/il-conto-arcivescovado-di-santiago-del-cile-condannato-dovra-pagare-670-mila-dollari-di-risarcimento-alle-vittime-di-fernando-karadima/">IL CONTO. Arcivescovado di Santiago del Cile condannato. Dovrà pagare 670 mila dollari di risarcimento alle vittime di Fernando Karadima</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">La Corte d&#8217;Appello della capitale cilena, Santiago, ha revocato una precedente sentenza e ha condannato l&#8217;arcivescovado, ora guidato dal cardinale Ricardo Ezzati, al pagamento di un consistente risarcimento, 670 mila dollari USA, alle tre più conosciute vittime dell&#8217;ex prete pedofilo seriale Fernando Karadima. Il verdetto in favore di Juan Carlos Cruz, Andrés Murillo e James Hamilton è stato emesso all&#8217;unanimità dai giudici che formano la IX Sezione del tribunale.</p>
<p style="text-align: justify">Il cambiamento della sentenza rispetto a quella di qualche tempo fa, che invece aveva rifiutato questo indennizzo, secondo gli esperti e osservatori ha una sola spiegazione: la lettera del febbraio 2009 dell&#8217;attuale cardinale Francisco Javier Errázuriz all&#8217;allora Nunzio mons. Giuseppe Pinto, documento che racconta una versione diversa a quanto il porporato ha sostenuto sotto giuramento in questi anni. In sostanze nella lettera il cardinale riconosce di aver ordinato di chiudere la causa contro Karadima e di aver vietato al Procuratore di giustizia dell&#8217;arcivescovado di interrogare l&#8217;accusato, l&#8217;allora potentissimo Fernando Karadima.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com/2018/10/21/il-conto-arcivescovado-di-santiago-del-cile-condannato-dovra-pagare-670-mila-dollari-di-risarcimento-alle-vittime-di-fernando-karadima/">IL CONTO. Arcivescovado di Santiago del Cile condannato. Dovrà pagare 670 mila dollari di risarcimento alle vittime di Fernando Karadima</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.terredamerica.com">Terre d&#039;America di Alver Metalli</a>.</p>]]></content:encoded>
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