Ogni giorno di più si discute, tanto negli USA come in altri paesi e, in particolare in Messico, la possibilità che Donald Trump sia destituito legalmente da presidente prima di portare a termine il suo primo mandato. Alcuni analisti parlano di impeachment, ovvero, di giudizio politico; altri fanno riferimento all’emendamento 25 della Costituzione nordamericana che ammette la possibilità che il vicepresidente e il governo considerino che il presidente non possa svolgere le sue funzioni e, di conseguenza, che il Congresso voti al rispetto.
La maggior parte delle valutazioni, senza dubbio, sono ancora contrarie ad una tale ipotesi. Si considera che perché questo accada, almeno venticinque membri repubblicani e tutti i democratici della Camera bassa dovrebbero votare a favore dell’impeachment; vale a dire a favore di una messa in stato di accusa formale del presidente in funzione e il suo successivo processo in Senato. Questo non significa automaticamente la destituzione del presidente; come successe con Bill Clinton più di una decina di senatori repubblicani dovrebbero cambiare di posizione e tutti i democratici dovrebbero votare a favore perché alla fine Trump possa veramente essere spogliato delle sue funzioni. Si pensa che queste due condizioni necessarie ancora non ci siano negli Stati Uniti.
Un altro parametro di valutazione sono le elezioni di medio termine del 2018. Molti pensano che se i repubblicani vedessero avvicinarsi una vera débâcle con la perdita presumibile della maggioranza, tanto la Camera bassa come il Senato potrebbero optare per defenestrare Trump prima delle elezioni. Questa ipotesi non è assurda, implicherebbe però che gli elettori di Trump – il 40% circa dell’elettorato– smettessero di appoggiarlo con l’entusiasmo che ancora mostrano: più dell’80% di questo 40% invece continua approvando il suo lavoro. Per il momento sembra difficile che questo stato di cose possa cambiare nello spazio dei 15 mesi che mancano all’inizio della campagna per le elezioni legislative di medio periodo, nel 2018.
Negli ultimi giorni però è sorta una nuova ipotesi che può essere più verosimile o fattibile delle precedenti. Questa opzione riprende il precedente di Richard Nixon, nel 1974, che rinunciò prima di arrivare alla votazione nella Camera dei Rappresentanti, e quindi prima del giudizio in Senato propriamente detto. Si suppose da allora, sulla base di molti elementi, che quella rinuncia avesse molto a che vedere con l’indulto che posteriormente gli accordò il nuovo presidente eletto Gerald Ford e che fu totale e inappellabile. In altre parole, Nixon rinunciò non solo alla presidenza, ma alla possibilità di dibattere il giudizio politico davanti al Congresso in cambio di un perdono definitivo. Comincia a intravedersi una possibilità simile nel caso di Trump.
Anche se ancora non mi è chiaro quali sono i delitti per i quali possa essere perseguito penalmente un ex presidente degli Stati Uniti: quelli commessi prima della sua elezione, durante il periodo di transizione quando svolge il ruolo di presidente eletto, o già come presidente in funzione, tutto sembra indicare che qualsiasi tipo di immunità della quale potrebbe godere in qualunque di questi tre casi non si applica ai suoi familiari. Ogni giorno sorgono nuove versioni o indiscrezioni relative ai possibili contatti del genero di Trump, sua figlia e incluso i suoi due figli che non occupano funzioni nella Casa Bianca, con il governo russo. Fino ad ora nessuna di queste indagini o indiscrezioni sembra identificare dei delitti penali. Ma è perfettamente possibile che avvenga proprio così. E se così fosse, potrebbe esserci il rischio serio di incarceramento per delitti commessi nelle situazioni menzionate precedentemente. In questo caso estremo, potrebbe diventare conveniente per Trump evitare qualunque rischio di questo tipo, rinunciando alla presidenza in cambio di un indulto generale per lui e tutta la sua famiglia.
Suona esagerato? Ovviamente sì. Come suonava esagerata la possibilità, quando fu rieletto Nixon nel 1972, che meno di due anni dopo rinunciasse alla presidenza per evitare il carcere.
Traduzione dallo spagnolo di Silvia Pizio
*Ex-Segretario del Ministero per le Relazioni Esterne del Messico

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