La scelta di Papa Francesco di nominare nuovo arcivescovo de La Habana il vescovo di Camagüey, mons. Juan García Rodríguez, sembra aver provocato grande sorpresa a Cuba, e non solo, soprattutto perché non era nell’elenco dei “più quotati” e forse anche perché si era diffusa l’idea che l’accettazione della rinuncia del cardinale Jaime Ortega, presentata quattro anni fa, sarebbe stata concomitante con gli 80 anni del porporato (18 ottobre). Eppure un segnale importante che le cose stavano andando in un senso diverso è arrivato pochi giorni fa con il primo incontro ufficiale, al più alto livello, tra una delegazione del Governo e un’altra dell’Episcopato, per dare avvio a un processo di discussioni che possa portare alla definizione di uno status giuridico chiaro e preciso per la Chiesa cattolica in Cuba. Nella delegazione episcopale, come abbiamo sottolineato lo scorso 22 aprile, non c’era il nome del cardinale Ortega e ciò poteva avere una sola lettura: l’avvicendamento era vicino.
A questo punto si potrebbe concludere che da pochi giorni, a Cuba, si è aperta una nuova tappa nei rapporti tra Chiesa e Governo, e in un modo molto significativo e simbolico, la nomina di mons. García Rodríguez sigilla l’apertura di nuovi percorsi; percorsi che certamente seguiranno i medesimi sentieri del passato, ai tempi del card. Ortega: massima discrezione, molta pazienza, sincerità e franchezza totale, e soprattutto nulla di mediatico e spettacoloso. In questo stile, che non è solo forma e formalità, la Chiesa e il Governo a Cuba si somigliano moltissimo. In questo senso il neo arcivescovo è una garanzia. L’arcivescovo di Miami mons. Thomas Wenski, commentando la nomina, ha detto ieri: “Questo uomo secondo me ha l’odore delle sue pecore”; commento, tra l’altro, ricorrente fuori e dentro l’Isola.
Stato-Chiesa: 1996 – 2016. Con la partenza del cardinale Ortega si chiude una tappa lunga 20 anni, iniziata con la visita in Vaticano e l’Udienza di s. Giovani Paolo II all’allora Presidente Fidel Castro, seguita dalle visite a Cuba di altri due Papi, Benedetto XVI (2012) e Francesco (2015), e la visita in Vaticano nel maggio scorso di Raúl Castro. Sono stati gli anni del disgelo, dei primi incontri, delle prime conversazioni e dei primi accordi e così le “parti”, progressivamente e gradualmente, si sono conosciute da vicino, si sono misurate a vicenda, irrobustendo un rapporto di fiducia e credibilità, anche di relazioni personali rispettose; periodo senza il quale nulla di ciò che abbiamo visto in questi due decenni sarebbe stato possibile nemmeno lontanamente. Va ricordato, perché molto importante, che in questo periodo la Santa Sede a Cuba nominò sempre diplomatici di altissimo livello e quindi, con qualche eccezione, anche loro sono stati artefici di questa fase di avvicinamento tra Chiesa e Stato dopo 37 anni di tensioni, sfiducia e incomunicabilità. Un vescovo cubano parlando di questi anni ci commentò una volta: “Furono gli anni in cui qualche vescovo stringeva la mano dei governanti solo nei ricevimenti diplomatici, senza però scambiare una parola“. Questo periodo che si chiude con il congedo del card. Ortega, che segna la svolta nei rapporti Chiesa-Stato, porta il marchio dello stile e della lungimiranza nonché del coraggio e della rigorosità dell’arcivescovo de La Habana. Sembra assodato che mons. García Rodríguez in questo senso non cambierà una virgola. Il neo arcivescovo, tra l’altro, negli anni scorsi ha sempre sostenuto e incoraggiato l’opera del card. Ortega che non sempre ebbe al suo fianco tutti i vescovi cubani.
Il futuro dei rapporti Chiesa-Stato. Molto di quanto può succedere nel futuro di questi rapporti dipende da due fattori chiave: da un lato la fiducia del Governo de La Habana nella persona del nuovo arcivescovo, inteso come interlocutore autorevole e rappresentativo seppure non guida dell’Episcopato. La probabile porpora cardinalizia rinforzerebbe fortemente questo ruolo del neo arcivescovo. Dall’altro lato sarà fondamentale il tipo di rapporto di mons. García Rodríguez, con il clero e con i suoi confratelli nell’Episcopato dove, nonostante un’unità sostanziale e di fondo nelle scelte principali, non mancano le differenze e le sfumature in gran parte causate dalla diversità delle situazioni nelle diocesi.
L’impianto istituzionale cubano contempla nel caso dei rapporti dello Stato con le confessioni religiose un passaggio particolare: l’Ufficio per gli Affari religiosi del Partito comunista (Oficina de Asuntos Religiosos del Partido Comunista), diretto da Caridad Diego, uno dei 142 membri del Comitato Centrale del Partito. Si tratta di un passaggio che in questi anni ha dato moltissimi buoni frutti nei rapporti con la Chiesa cattolica cubana, ma oggi appare desueto e superato da avvenimenti di portata storica. I vescovi aspirano ad un rapporto diretto, istituzionale e non personalizzato, con lo Stato e con il Governo, e ciò è parte sostanziale di uno statuto giuridico per la chiesa locale, e non solo perché con la mediazione dell’Ufficio tutto diventa burocratico, ma anche perché declassa il rapporto. Questa questione però esula il Governo e lo Stato e punta invece diritto verso il Partito Comunista che, in teoria, non dovrebbe avere nessuna remora o pregiudizio al riguardo dopo che la sua Prima Conferenza Nazionale (2012) condannò qualsiasi discriminazione per motivi religiosi. Lo fece lo stesso Presidente R. Castro. Serpeggia però una considerazione: e se le cose stanno ora così perché dare alla Chiesa, all’Episcopato, un trattamento simile, ci dice un vescovo, “all’utente che deve fare la fila allo sportello“? Bene “il rapporto delle autorità con singoli presuli, ma la Chiesa è un’istituzione, un corpo, una comunità“, aggiunge.
Per completezza va aggiunta un’ultima considerazione, sulla quale però pesano ancora le ombre dell’esito finale delle presidenziali negli Stati Uniti. E’ chiaro e acquisito che la vera e definitiva normalizzazione dei rapporti fra La Habana e Washington ha una conditio sine qua non: la fine dell’embargo contro Cuba decisa dal Congresso degli Stati Uniti, e dunque la fine di ogni ostilità anti-cubana, tuttora in vigore ufficialmente e sostenute con milioni di dollari destinati a organizzazioni e persone che da decenni sono pagate per eseguire attività contrarie alla Rivoluzione castrista. La non risoluzione leale e onesta di questa questione, tutt’altro che secondaria o marginale, potrebbe far tornare indietro le lancette dell’orologio e ciò, ovviamente, avrebbe delle conseguenze interne insidiose.

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