LO SBARCO, L’ATTESA. Il presidente argentino Macri alla vigilia di un importante incontro con Papa Francesco suo connazionale

Macri a Roma con la moglie Juliana Awada, i governatori Urtubey (Salta) e Rosana Bertone (Terra del Fuoco), entrambi di area peronista. Foto Télam
Macri a Roma con la moglie Juliana Awada, i governatori Urtubey (Salta) e Rosana Bertone (Terra del Fuoco), entrambi di area peronista. Foto Télam

C’è grande attesa per l’incontro tra papa Francesco e il presidente argentino Mauricio Macri. In teoria, i due hanno diverse cose in comune: discendono da famiglie di emigrati italiani; hanno radici a Buenos Aires, di cui l’uno è stato arcivescovo e l’altro sindaco; sono ambasciatori di una “identità argentina” capace di parlare al mondo. Macri ha voluto essere accompagnato da una delegazione al massimo livello, e cioè il suo capo gabinetto, Marcos Pena, il ministro degli esteri Susana Malcorra e il segretario per la pianificazione strategica della Casa Rosada, Fulvio Pompeo, oltre ai governatori di tre regioni del paese, due dei quali dell’opposizione peronista.

Il viaggio segna la conclusione, da una parte, di tre anni di intensi rapporti tra la Santa Sede e il governo peronista di Cristina Fernandez de Kirchner e dall’altra aprirà appunto una fase del tutto nuova. Non è solo una questione di immagine. A quanto è possibile dedurre, Macri intende gestire i rapporti in modo meno folcloristico di quanto non sia talvolta avvenuto nel recente passato. “Vogliamo preservare le relazioni istituzionali e formali per poter sviluppare i contenuti dei rapporti con normalità”, ha detto qualche giorno fa all’Ansa il nuovo ambasciatore argentino Rogelio Pfirter (ex alunno di Bergogio a Santa Fe), sottolineando l’enorme importanza che Buenos Aires “assegna alla Santa Sede, oltre al riconoscimento della leadership spirituale e mondiale del Santo Padre”.

Di sicuro Bergoglio ha dimostrato di padroneggiare i rapporti con la sua terra d’origine, non meno di quanto sia stato capace di fare finora con il resto del mondo. Qualcuno ricorda di quando il Macri sindaco acconsentì all’istallazione di una statua di Papa Francesco davanti alla Cattedrale in Plaza del Mayo e di come, poco dopo, proprio Francesco fece saper di non gradire quel genere di celebrazioni, tanto che la statua venne subito fatta traslocare. Dettagli, ma da non sottovalutare. Come da non dimenticare è un’altra imminente circostanza. Tra pochi giorni saranno trascorsi 40 anni dal golpe dei generali, nel 1976. Un capitolo doloroso e ancora aperto. Lo stesso Francesco, come pochi sapevano fino a prima dell’elezione, fu accusato di timidezze nei confronti del regime. Ma adesso, per merito di alcune inchieste giornalistiche, tutti sanno quale fu l’opera di Bergoglio per nascondere, proteggere e far fuggire sani e salvi decine di dissidenti. Eppure proprio quella vicenda dimostra come sia necessario un percorso di verità, giustizia e riconciliazione nel paese di Francesco.

Di recente si è parlato molto dell’arresto di Milagro Sala, nota leader indigena della provincia di Jujuy, che ha scatenato una forte polemica fra chi la considera alla stregua di “prigioniero politico” e chi sottolinea invece le sue presunte colpe, alla guida di una potente rete clientelare peraltro in una delle aree meno sviluppate dell’Argentina. Qualche giorno fa il papa ha inviato un rosario proprio a Milagro e subito sono scattate le polemiche, contrapponendo chi non vede altro che un legittimo gesto religioso e chi invece intravede un’ingerenza di Bergoglio negli affari del suo paese. A intervenire sul giornale La Nacion è stato monsignor Victor Manuel Fernandez, rettore dell’Università cattolica di Buenos Aires e molto vicino a Bergoglio, il quale ha sottolineato che tali “furiose critiche” non aiutano certo “alla pacificazione dell’Argentina”. Ricordando inoltre “una tendenza sgradevolmente sciovinista in molti argentini i quali considerano l’universo intero a partire dei propri interessi ideologici o politici, guardandosi l’ombelico anche quando parlano di ‘apertura al mondo”.

Argomenti e atteggiamenti che saranno decisivi non solo per le relazioni tra la Città del Vaticano e Buenos Aires, ma per consentire all’Argentina di conquistarsi un posto in prima fila nei consessi mondiali.

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