Con voce tranquilla, sicura, Raúl Villabón ha raccontato la sua storia, del tutto simile a quella di tanti altri contadini come lui, ma infondendovi una dose di realismo che ha fatto impressione, assicurano dei testimoni, anche ai suoi ascoltatori del momento, niente di meno che il rappresentante in Colombia dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i Diritti umani Todd Howland, del suo omologo per i rifugiati Terry Morel, e il direttore dell’Agenzia per la cooperazione del dipartimento di stato degli Sati Uniti, Peter Natiello. Per nulla intimidito da cotanta ufficialità il contadino, 64 anni, “smobilitato” dalla guerriglia come si dice in gergo, ha impartito una vera e propria lezione di politica. “La povertà e le vittime di questo paese le dobbiamo ai governi che per quasi un secolo hanno vissuto inginocchiati davanti ai nordamericani. L’intervento yanqui è una delle cause della nostra guerra e, pertanto, della mia povertà, della mia poca salute e del fatto che non ho una casa” ha spiegato come se non facesse altro che esternare una verità incontrovertibile, toccando ogni tanto le falde del suo sombrero. Nel 2002 “stanco delle ingiustizie che vivono i più poveri e vedendo la miseria a cui ci tiene condannati lo stato”, Raúl Villabón decide di collaborare con le FARC. Non come combattente, precisa. “Ero vecchio per trotterellare sulle montagne”. Trasporta invece soldi e medicamenti. Conquista la fiducia dei capi, Arquímedes Muñoz, alias Jerónimo, del Comando Central delle FARC, per molto tempo mano destra del defunto Alfonso Cano. Il comandante guerrigliero si fida di lui. Nel 2010 Villabón riceve l’incarico di comperare un furgone a Bogotá che avrebbe dovuto servire per mettere a segno un attentato in occasione delle celebrazioni del bicentenario dell’indipendenza della Colombia dalla Spagna. Le parole che seguono provocano il soprassalto degli ascoltatori. Il furgone si ruppe – dichiara il contadino -e non poterono caricarlo con i 10 chili di pentonite. “Io, affogato dai debiti, senza molte ragioni per vivere e convinto che stavamo lottando per il popolo, gli dissi che mi sarei fatto esplodere vicino ai militari”.
Il momento arrivò.
“Sono arrivato alla sfilata. Avrei potuto portarmene dietro 28, di quelli che formavano la banda militare, ma non me la sono sentita; avevano attorno molti civili e, se per loro stavamo lottando, non aveva senso trascinarli con me”. Il contadino restituisce la bomba al gruppo di appoggio che doveva supervisionare l’attentato. Che non gradì affatto il rifiuto dell’ultimo momento. Raúl Villabón si sente in pericolo. Nel mese di agosto si consegna alle autorità della regione. Queste gli esigono informazioni sui suoi reclutatori. La risposta di Villabón è agli atti. “Gli ho detto che i contadini sono dei somari con tre redini sul collo: devono aiutare il guerrigliero, il militare e il paramilitare nello stesso tempo, e che io non potevo mettere in pericolo la mia vita e quella della gente del mio villaggio raccontando in cosa consisteva il mio lavoro”. La reticenza gli vale il diniego del governo ad aiutarlo. Nell’agosto del 2012 Raúl Villabón ha ricevuto una lettera che lo informava che lo stato non poteva confermare la sua appartenenza alle FARC perché le informazioni che aveva dato non erano precise. Altra sorpresa per gli ascoltatori della sua deposizione, quando Raúl Villabón dichiara che oggi, oltre a cercare di sopravvivere, vuole entrare in una formazione politica per far sì “che a governare siano quelli in basso, che non l’hanno mai fatto”.

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