La gente di Buenos Aires ricorda ancora quel pomeriggio fatidico del 1978 quando Jorge Luis Borges organizzò una conferenza sul tema dell’immortalità. Peccato però che quel 25 giugno non fosse un giorno qualsiasi, ma quello dell’attesissima finale Mondiale tra i padroni di casa dell’Argentina e gli arancioni dell’Olanda. Un clamoroso “autogol” (è il caso di dirlo) del celebre autore di “Finzioni”? Nient’affatto: Borges sapeva benissimo della partita e con quel gesto provocatorio voleva semplicemente esprimere tutto il suo disprezzo per quello che quasi unanimemente viene considerato “il gioco più bello del mondo”.
Non tutti infatti – anche se in queste ore vibranti parrebbe impossibile – sono tifosi accaniti, disposti a non perdersi neanche un incontro dei propri beniamini. E infatti a Buenos Aires, quel pomeriggio, si riempirono sia lo stadio che la biblioteca in cui si teneva il dibattito. “Il calcio è popolare perché la stupidità è popolare” sentenziava lo scrittore con la consueta ironia. Borges contestava soprattutto lo spirito competitivo alla base del gioco. Paragonava quest’aspetto all’oppressione del governo sulla gente: “L’idea che ci sia uno che vince ed un altro che perde mi risulta essenzialmente sgradevole. C’è un’idea di supremazia e di potere che mi pare orribile”.
Lo scrittore argentino è solo l’esponente più illustre di una tradizione di intellettuali detrattori del calcio, che risale all’inglese Kipling. Per dirla con un altro celebre autore, e grande tifoso, l’uruguayano Eduardo Galeano: “il calcio assomiglia a Dio, nella devozione che gli dimostrano molti credenti e nella diffidenza che gli ostentano molti intellettuali”. Diffidenza rubricabile a semplice snobismo, o c’è forse dell’altro? Magari – azzardiamo – l’averlo praticato in gioventù rende meno indigesto il gioco una volta diventati autori affermati. Premi Nobel addirittura. È il caso di Albert Camus, da giovane promettentissimo portiere (la sua carriera calcistica venne interrotta anzitempo dalla tubercolosi), e tra i primi a conferire una qualche dignità letteraria al calcio. L’autore de “Lo Straniero” ci ha lasciato massime diventate celebri – e vere, verrebbe da dire in questi giorni – come “un Paese è la sua Nazionale di calcio” oppure “ciò che più so sulla morale e le obbligazioni degli uomini lo devo al calcio”. E così anche Pier Paolo Pasolini, da ragazzo ala destra niente male, scriveva che “il capocannoniere del campionato è sempre il miglior poeta dell’anno”.
Ma il terreno che ha probabilmente visto gli esempi più fecondi nella letteratura calcistica è proprio l’America Latina. In “Calcio. Una religione alla ricerca del suo dio” il catalano Manuel Vázquez Montalbán formula acute osservazioni sul rapporto tra calcio e letteratura: “Sono stati soprattutto gli autori latino-americani a trasformare il calcio in una moderna forma di epica. E allo stesso modo in cui Paesi come il Brasile e l’Argentina esportano giocatori ovunque, l’epica calcistica di autori come Eduardo Galeano e Osvaldo Soriano ha varcato le frontiere di tutto il mondo. Questi scrittori hanno saputo presentare il calcio per quello che veramente è, ossia una forma d’arte popolare. In questi autori c’è una naturalezza, una semplicità che manca del tutto negli scrittori europei. Che infatti, nel loro intellettualismo, hanno sempre snobbato il calcio”.
Forse la ragione sta nel fatto che, come scrive Galeano, “gli scrittori latinoamericani siamo calciatori frustrati”. Innamorato del gioco, tanto da affiggere sulla porta di casa durante i Mondiali il cartello “Chiuso per calcio”, lo scrittore uruguayano tuttavia non ne tralascia gli aspetti più controversi, dagli interessi economici a quella che in “Splendori e miserie del gioco del calcio” – uno dei suoi libri più celebri – chiama la “tecnocrazia dello sport professionistico”, che sacrifica creatività, inventiva e gioia sull’altare del risultato a tutti i costi.
L’argentino Osvaldo Soriano, pure lui pure giovane promettente calciatore, poi autore di racconti su improbabili partite patagoniche, rigori interminabili ed allenatori-filosofi che spiegavano la tattica ricorrendo a Schopenhauer, era solito dire: “A me nella vita è stato molto utile essere stato attaccante”, facendo riferimento al fiuto ed alle astuzie, alla decisione ed all’opportunismo, alla sapiente valutazione di un tocco o di un effetto, alla ricerca implacabile di un tiro decisivo che, per caso o per bravura, mutasse il risultato.
Sintesi, quella tra calciatore ed intellettuale, raggiunta compiutamente da un grande ex-giocatore latinoamericano (e non poteva essere altrimenti), l’argentino Jorge Valdano. Il “filosofo del futbol”, come è stato ribattezzato, nel suo libro “Sogni di futbolandia” teorizza un parallelismo tra calcio e letteratura: sono, entrambi, “due modi per sfuggire alla realtà”. Ed afferma quella che sembra un’ideale risposta a tutti gli intellettuali che storcono la bocca di fronte al rotolare del pallone: “Il gioco è più vecchio della cultura. Il calcio è un gioco, quindi una cosa terribilmente seria”.

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