IL CALVARIO DI DONNA PEREYRA E LA TELEFONATA DEL PAPA. “Ho sentito che a toccarmi era la mano di Dio; questa telefonata mi ha dato la forza per continuare a lottare”

Alejandra Pereyra in una immagine di TV/CANAL 10
Alejandra Pereyra in una immagine di TV/CANAL 10

Dev’essere stato per lei come per la madre del Vangelo che seguiva il feretro del figlio morto e si sente dire da uno sconosciuto quelle parole di una tenerezza impossibile sulle lebbra di un uomo: “Donna non piangere”. Lei, per lo meno, non usa vocaboli molto diversi per descrivere quello che le è successo: “Ho sentito che a toccarmi era la mano di Dio”. La mano, in questo caso, è stata quella di Papa Francesco e l’ha raggiunta da 12 mila chilometri di distanza con un suono di voce al telefono che le è parso “angelico”. Lei, Alejandra Pereyra di Villa del Rosario in provincia di Cordoba, la seconda città dell’Argentina, quella telefonata non se l’aspettava proprio. Ed è arrivata alle 15 e 50 di domenica pomeriggio (le 10,50 italiane, poco prima dell’Angelus dunque) mentre stava sferruzzando a maglia per intessere un giubbetto per il nipote nato da poco. “Mi ha chiesto se ero Alejandra Pereyra” la si ascolta ripetere alla televisione argentina. “Quando ho risposto di sì mi ha detto che parlava Papa Francisco. Mi sono messa a piangere. Con una voce angelica mi ha chiesto di tranquillizzarmi, che mi chiamava perché aveva letto la mia lettera e il mio caso gli era arrivato al cuore”.

La lettera in questione Alejandra Pereira, 44 anni, l’aveva scritta più o meno a metà agosto e affidata ad un sacerdote perché arrivasse dove lei non sarebbe mai potuta andare. Poi, su consiglio dello stesso religioso, l’ha spedita per mail all’indirizzo di posta elettronica del Vaticano. Una tra le centinaia di missive, scritte o via etere, che ogni giorno arrivano alla Santa Sede. Ma la sua ha fatto breccia, nell’ordinatore della posta elettronica e nel cuore del Papa argentino. Perché la sua storia – messa nero su bianco su carta, poi riscritta al computer – è una storia di violenza e di ingiustizia mai riparata.

“Sono madre di sei figli biologici, e ne ho cresciuti altri sei, tre dei quali con handicap. Un giorno uno di questi bambini stava giocando sul marciapiedi davanti a casa con una palla. In quel momento è passato un poliziotto e l’ha chiamato. Poiché non ha risposto ai suoi ordini, il poliziotto ha preso un fucile Ithaca e glielo ha messo sotto il mento, ragione per cui mio figlio fa la pipì. Io sono andata ai Tribunali di Río Segundo dove ho sporto denuncia penale. Da questo momento fino ad oggi subisco la costante persecuzione della polizia verso i miei figli e la mia famiglia”.

Dopo l’incidente, scrive Alejandra Pereyra nella lettera al Papa, i suoi figli sono stati trattenuti diverse volte dalla polizia e minacciati che la loro madre sarebbe stata violentata.

“Con tutto il dolore dell’anima, caro Padre, chiedo il suo aiuto poiché dopo tanto dire che mi avrebbero violentata, hanno compiuto il loro obiettivo. In settembre del 2008, verso mezzanotte, si presenta un’auto della polizia, scende un poliziotto che si identifica come il commissario Sergio Braccamonte”. Alejandra Pereyra scrive nella lettera che l’ufficiale le ingiunge di seguirla in commissariato. In realtà viene portata in un terreno isolato, “dove mi ha puntato una pistola d’ordinanza alla testa e mi ha violentata”.

Alejandra Pereyra ha rivelato al Papa che il giudice Luís Nazar, che ha a carico la denuncia, “non ha fatto niente quando io lo supplicavo di fare qualcosa perché non volevo piangere un figlio morto”.

Domenica la telefonata di Papa Francesco. “Mi ha ridato la pace e la fede, e la forza per continuare a lottare”.

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