ANCORA LULA DOPO DILMA? È lo scenario più probabile, facilitato dalle stesse manifestazioni di questi giorni

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I brasiliani disapprovano Dilma ma vedono di buon occhio Lula, il navigato leader del Partido dos Trabalhadores che ha spinto il Brasile verso traguardi da cui, paradossalmente ma sino ad un certo punto, nascono le manifestazioni di queste settimane. Dilma Rousseff, consigliata in questo senso dallo stesso Lula, sta rispondendo alla piazza che la contesta con un mix di concessioni, dialogo e promesse di riforma a breve termine nel tentativo di trasformare lo sbandamento in una spinta al suo governo, magari rifondato in uomini e priorità.

Non è detto che ci riesca.

I manifestanti hanno alzato la posta strada facendo, e anche l’estensione e la profondità delle loro richieste, appoggiati dalla Chiesa brasiliana e da buona parte della società. Lula sino ad oggi ha sempre escluso di voler competere con la propria erede, cui lascia la strada sgombera per la rielezione nel 2014. Adesso che la battaglia con il cancro è stata vinta lo sguardo di Lula può scavalcare il prossimo turno presidenziale e ancorarsi al 2018. “L’unica situazione che mi spingerebbe ad essere candidato” ha dichiarato poco prima dello scoppio popolare che ha preso di sorpresa il Brasile “è che Dilma non voglia più il lavoro”. Poi, riferendosi ai rivali del Partido de la Social Democracia Brasileña (PSDB) di Fernando Henrique Cardoso, ha ammonito che non gli permetterà di rioccupare la presidenza. Di qui a “candidato ya” il passo è breve e la spinta potrebbe dargliala la piazza che per ora non sembra essere connotata da ventate di antipolitica verso l’establishment in quanto tale, vecchio e nuovo.

I sondaggi che ad aprile davano Lula ad un 57% di gradimento oggi, che Dilma è precipitata, lo collocano ad una decina di punti in meno, e comunque vincitore al primo turno sui rivali riuniti.

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