PARAGUAY. IL J’ACCUSE DEL VESCOVO RIMOSSO. “Il Papa dovrà rendere conto a Dio”

Monsignor Rogelio Ricardo Livieres Plano
Monsignor Rogelio Ricardo Livieres Plano

La “gravosa decisione” con cui papa Francesco ha dimissionato il vescovo di Ciudad del Este, monsignor Rogelio Ricardo Livieres Plano, per “serie ragioni pastorali”, dopo una visitazione apostolica affidata, nei mesi scorsi, al cardinale spagnolo Santos Abril y Castelló, agita pesantemente le acque della chiesa del Paraguay. Il caso è rimbalzato sulle prime pagine dei giornali nazionali, che registrano i pronunciamenti dei vari soggetti in causa. In ordine di apparizione, il nunzio apostolico Eliseo Ariotti, che con il presidente della conferenza episcopale Claudio Gimenez e il segretario della stessa Adalberto Martínez si apprestano a viaggiare nella diocesi del vescovo rimosso “per assicurare la serenità ecclesiale e spirituale” alla chiesa locale e “garantire misure adeguate di continuità amministrativa e pastorale alla diocesi di Ciudad del Este”. Diocesi che dal canto suo ha stilato e diffuso un comunicato che mentre afferma di attendere con “allegria e speranza” il successore – per ora sarà il vescovo di Villarica Ricardo Valenzuela Rios a reggere la “sede vacante” come amministratore apostolico – fa notare che al vescovo rimosso sono state chieste le dimissioni “per mancanza di unità nella comunione con gli altri vescovi del Paraguay” senza che gli venissero mostrati i risultati della visita apostolica condotta nel mese di luglio né aver potuto parlare con il Papa “per poter difendersi e chiarire i dubbi che ci fossero” sul suo operato.

Da Roma dove ancora si trova, il vescovo Rogelio Livieres Plano ha scritto la propria difesa in quattro pagine indirizzate al cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i Vescovi. Una difesa veemente che pur accettando il verdetto “come figlio obbediente della Chiesa” rilancia accuse in diverse direzioni. Ai confratelli della Conferenza episcopale paraguayana, per “essersi sistematicamente opposta alla nomina” stessa “prima ancora che potessi mettere piede in diocesi”. Al nunzio apostolico Ariotti e alcuni vescovi del paese che hanno “manovrato in maniera orchestrata con filtrazioni irresponsabili” per “orientare gli eventi e l’opinione pubblica”. A “gruppi politici e associazioni anti-cattoliche” che “con l’appoggio di alcuni religiosi della Conferenza dei Religiosi del Paraguay” si sono “opposti ad ogni rinnovamento e cambio” nella Chiesa del Paraguay. Al cardinale Santos y Abril che avrebbe a suo giudizio condotto la visita apostolica in forma pregiudiziale e avendo già deciso l’epilogo “prima ancora del rapporto finale e l’esame del Santo Padre”. Senza risparmiare quest’ultimo, il Papa, che il vescovo rimosso oppone ai predecessori San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI che lo avrebbero invece “appoggiato per andare avanti”.

Al Papa il vescovo Livieres riserva poi parole dure per non averlo voluto ricevere a Roma per chiarirgli eventuali “dubbi e preoccupazioni”: “Dovrà rendere conto a Dio per una decisione infondata e arbitraria”.

La sostanza del caso, per Livieres, è “l’opposizione e persecuzione ideologica” di cui sarebbe stato oggetto per avere cercato di ristabilire una retta ecclesialità contro “la riduzione della vita della fede alle ideologie di moda e al rilassamento complice della vita e disciplina del clero”. “Il vero problema della Chiesa in Paraguay” scrive il vescovo “è una crisi di fede e di vita morale che una cattiva formazione del clero ha perpetuato, unitamente alla negligenza dei Pastori”.

Nella lunga lettera datata 25 settembre scritta da Roma c’è una vistosa assenza di riferimenti al caso del sacerdote argentino Carlos Urrutigoity, incardinato nella diocesi di Ciudad del Este nel 2008 e nominato da Livieres vicario generale due anni fa, nonostante il vescovo statunitense Joseph Martino avesse espresso “serie riserve” per le accuse di abuso sessuale che gli avrebbe rivolto uno studente americano. La diocesi di Scranton, dove il sacerdote sospettato ha esercitato il suo ministero dal 1998 al 2002, lo sospese dagli incarichi sacerdotali e chiuse la denuncia nei suoi confronti con il pagamento di una indennizzazione di 400 mila dollari.

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