PIU’ IN FRETTA SI PUO’. Lo dicono i vescovi della Colombia a pochi giorni dalla ripresa del negoziato tra governo e guerriglia. Lunedì parte il terzo round

Foto Farc

La Chiesa sperava in un processo più rapido e spinge perché si acceleri il ritmo del negoziato di l’Avana tra governo e FARC. “Due punti in un anno sono troppo pochi”, lamenta il segretario della Conferenza episcopale colombiana José Daniel Falla. Come una eco ai desiderata dei vescovi i negoziatori di l’Avana annunciano l’inizio del terzo round per lunedì 28 novembre. La delegazione governo-FARC ha fatto sapere di voler anticipare le discussioni sul quarto punto in agenda, quello che recita: “Soluzione al problema delle droghe illecite”. Insomma la questione del narcotraffico, in cui le FARC sono implicate per finanziare la propria struttura militare.

Si inizieranno i colloqui dando la parola agli esperti e prendendo visione delle conclusioni di un foro organizzato dall’ufficio delle Nazioni Unite in Colombia e dal Centro di pensiero dell’Università nazionale sul tema della produzione e traffico di droga nel paese.

Dei cinque punti in agenda due sono stati già chiusi, tra cui lo spinoso tema della partecipazione politica della guerriglia. Restano in sospeso quello relativo alle vittime del conflitto e il referendum popolare cui dovrà essere sottoposto il testo globale dell’accordo una volta raggiunto.

Uno studio del settore privato dell’imprenditorialità colombiana intitolato “Crescita economica e conflitto armato in Colombia” stima che la fine del conflitto, e dunque la riduzione sostanziale dei costi che per una impresa significa la sicurezza di dirigenti e installazioni produttive, possa significare la generazione di un milione di nuovi posti di lavoro in un decennio.

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