La chiusura degli storici uffici del Soccorso Giuridico del Salvador si tinge di giallo. L’organismo di difesa dei diritti umani voluto da monsignor Romero 36 anni fa “non ha più ragione d’essere” aveva argomentato una settimana fa l’arcivescovo di San Salvador monsignor José Luis Escobar Alas in uno scarno messaggio mentre i 12 dipendenti venivano convocati in una sala per iniziare gli adempimenti amministrativi per il loro licenziamento e ricevere “la totalità delle prestazioni lavorative maturate sino al momento”. Le critiche alla decisione, gli allarmi per il ponderoso archivio che raccoglie 50 mila denunce, su carta e in formato audio e video, sono piovute a raffica dal Salvador ma anche da ONG latinoamericane, statunitensi ed europee impegnate sul fronte dei diritti umani. Il dissolto organismo si apprestava a dare assistenza ad un migliaio di vittime del massacro di El Mozote, uno degli eccidi militari più gravi accaduti in America Latina, per ottenere risarcimento economico dopo che lo stato salvadoregno è stato condannato per violazione dei diritti umani dalla Corte interamericana.
Una successiva messa a punto della curia di San Salvador, due giorni dopo la chiusura di Tutela Legale, ha insistito sulla necessità di “adeguare nel miglior modo possibile le sue strutture”, per meglio svolgere i compiti di “difesa dei diritti delle vittime nel tempo presente”.
Chiusura, dunque, ma per migliorare e rendere più efficace una azione che si riconosce come valida e offrendo tutte le garanzia per la salvaguardia del corposo archivio che contiene la documentazione di crimini che non prescrivono. Anzi, più che mai necessario considerando l’orientamento più recente della Corte suprema di giustizia di El Salvador che pone in discussione la costituzionalità della legge di amnistia del 1993, e quando anche il Pubblico ministero sembra deciso a riprendere le indagini sulle violazioni dei diritti umani commessi durante le guerra civile con l’intento di intraprendere azioni penali contro i responsabili.
Poi il colpo di scena con la nuova versione accreditata dall’Arcivescovo di San Salvador per fondamentare la chiusura, che parla di “irregolarità amministrative”, quindi una gestione non trasparente di Tutela Legale. Non solo, ma l’azione dell’organismo, precisa l’Arcivescovo, “è stata snaturata dalle persone che ne hanno fatto parte negli ultimi tempi, arrivando a manifestarsi note ed evidenti irregolarità nell’esercizio delle sue funzioni, in pregiudizio degli interessi delle vittime e facendo prevalere sugli stessi interessi di parte”. L’ultima versione informa anche di un “processo investigativo” già avviato, che avrebbe “comprovato le irregolarità”.
Accuse gravi, lanciate quattro giorni dopo la chiusura di Tutela Legale, che dovranno essere dimostrate, o quantomeno documentate e rese pubbliche.
Monsignor Ricardo Urioste, vicario generale di Monsignor Romero e suo stretto collaboratore dichiara a Terre d’America di “ignorare“ quali siano le “irregolarità” di cui si sta parlando. Urioste, che presiede la Fondazione Monsignor Romero non ritiene neppure “necessaria la chiusura di Tutela Legale per gli scopi che si vogliono raggiungere. Se le nuove circostanze sono differenti dalle precedenti” chiarisce “sempre si può adeguare Tutela Legale alla mutata situazione”. Quanto alle possibili ricadute negative sulla causa di beatificazione di Oscar Arnulfo Romero, che con Papa Francesco ha avuto nuovo impulso, Urioste non ritiene “che la situazione che si è creata danneggi il processo”.

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