Ci sono voluti cinque anni di lavoro, soldi, uomini, e delle leggi che consentissero loro di forzare l’omertà delle parti coinvolte ma finalmente mezzo secolo di violenza in Colombia può essere raccontata con una certa esattezza. Una radiografia impietosa, da far accapponare la pelle in certi casi, compulsata in quasi 500 pagine scritte dal Gruppo per la Memoria storica e consegnato in questi giorni al governo e ai rappresentanti di chi la violenza l’ha patita sulla propria pelle. Si apprende così che 220 mila colombiani sono morti tra il 1958 e il 2013, vittime del conflitto, e, dato ancora più sconvolgente, che 176 mila di essi erano civili. Quindi le cifre si dettagliano ulteriormente, per arrivare ai 27.023 sequestri messi a segno nel corso della lunga guerra, o ai 10.189 colombiani uccisi o amputati dalle mine disseminate da militari, paramilitari e guerriglia nelle aree di maggior conflitto. Le comparazioni, poi, tolgono il fiato, se solo si considera che il numero degli sfollati dalle zone di guerra verso altre relativamente più tranquille è stato di quasi 5 milioni di persone, pari dunque alla popolazione di paesi come l’ Irlanda, il Costa Rica o il Congo.
Il rapporto, alla stregua di quelli redatti in altri contesti, come le dittature militari in Argentina o Uruguay negli anni 90 e le sparizioni di cui si sono macchiate, si apre con un grido: ¡Basta ya! Ma “Colombia: memorias de guerra y de dignidad”, questo è il titolo, non si limita ad enumerare le cifre della violenza, assegna anche responsabilità e chiama in causa attori e mandanti. Nel 59% dei casi i responsabili dei massacri sono stati i gruppi paramilitari, il 17 viene attribuito alla guerriglia e l’8% perpetrato da corpi dello stato che nel corso degli anni hanno proceduto ad eliminazioni extragiudiziarie selettive.
Una parte considerevole del rapporto è occupata dalle testimonianze delle vittime e dei loro carnefici. E non è facile da leggere, meno ancora da ascoltare, come hanno fatto i membri della commissione investigatrice. Un paramilitare ha riconosciuto: “Uccidevano persone. Le seppellivano in fosse, dopo sei mesi le disseppellivano. Una ad una venivano incenerite. Altre volte si aprivano i cadaveri, si svuotavano delle interiora, e ben spezzettati venivano bruciati”. Un altro membro delle autodifese ha dichiarato: «Una volta una delle reclute si è rifiutata (di squartare). Gli si è messo davanti Doble Zero (doppio zero) e gli ha detto: “Le faccio vedere; io sì lo posso fare”. E l’ha fatto squartare. A me hanno fatto tagliare un braccio ad una ragazza. Lei diceva che aveva due figli. Alle persone se le apriva per tirargli fuori le interiora».
Il rapporto presentato alla società colombiana in questi giorni può essere considerato il lavoro più importante che sia stato fatto sull’annoso conflitto, ed opportunamente vede la luce nel momento in cui governo e guerriglia conducono dei negoziati serrati da cui, finalmente, ci si aspetta la pacificazione ed un nuovo processo politico su basi di più sostanziale democrazia.

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