Pacificate le favelas, sigillate le frontiere con i paesi vicini per impedire che vengano introdotte armi e stupefacenti, collaudato il sofisticato dispositivo per prevenire atti di terrorismo sullo stile di quello messo a segno nella maratona di Boston, il Brasile si trova a fare i conti con una turbolenza interna del tutto inaspettata sino a pochi giorni fa. L’aumento del costo del trasporto è la ragione formale che ha innescato la spirale delle manifestazioni di questi giorni con la conseguente repressione, che almeno all’inizio non ha lesinato mezzi che hanno ricordato ai brasiliani epoche ben peggiori. Grandi i numeri della protesta, com’è grande il Brasile: centomila, duecentomila manifestanti allo stesso tempo, 18 delle maggiori città del paese coinvolte, le più grandi proteste sociali dal ritorno della democrazia, paragonabili solo a quelle del 1983-1984 che al grido di “Directas Ya” avevano provocato l’apertura democratica o a quelle che nel 1992 avevano spinto il presidente Collor de Mello verso le dimissioni.
Le inchieste delle agenzie di rilevamento tracciano il profilo di chi scende in piazza. Giovani avvezzi alla reti sociali, con meno di 25 anni (53%), studenti in larga maggioranza e alla prima manifestazione attiva (71%), che non dichiarano particolari preferenze per partiti politici (84%), buon livello quanto a curriculum e relativi studi (77%). Un 56 per cento asserisce di voler protestare contro l’aumento del biglietto dei mezzi di trasporto pubblico, passato da 1,5 a 1,6 dollari, un 7% in più che è molto in un paese dove il salario minimo è di 339 dollari. Sono i figli della classe media urbana che si è espansa con i governi progressisti dell’ultimo decennio e che teme di poter retrocedere dal nuovo assetto sociale, minacciata da un rallentamento del tasso di crescita dell’economia nazionale o da una congiuntura internazionale finanziaria sfavorevole che potrebbe addensarsi all’orizzonte in qualsiasi momento.
La risonanza di quello che sta succedendo in Brasile è enorme in tutto il mondo. Il gigante sudamericano che marcia verso traguardi da superpotenza infiammato da un movimento sociale che mette sul banco degli accusati il sistema educativo e quello sanitario, la corruzione e la classe politica, gli investimenti enormi sostenuti in infrastrutture sportive. Una governo di sinistra contestato su un terreno che ha nelle riforme sociali la propria ragion d’essere. Sono contraddizioni che saltano alla vista, e che hanno bisogno di essere spiegate. Ma per il momento è più urgente frenare le ricadute di quello che sta avvenendo. Si sta giocando la Coppa delle confederazioni, di qui a un mese inizierà la settimana con il papa e oltre due milioni di persone in arrivo, poi sarà la volta del mondiale di calcio, e i giochi olimpici a seguire. Dilma Rouseff ha saggiamente scelto la via del dialogo, legittimando le manifestazioni e il diritto dei manifestanti di scendere in piazza, accettando di trattare sulle richieste. Non è detto che basti agli indignados sudamericani.

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