In una delle ultime dichiarazioni prima del voto Nicolás Maduro aveva detto che avrebbe governato anche con un solo voto di vantaggio, per sostenere che per quanto esigua avesse potuto essere la maggioranza che i venezuelani gli avrebbero affidato, anche con un suffragio in più era pur sempre tale e ad essa corrispondeva il dovere di governare. Una chiara premonizione, un avvertimento ai suoi, letto adesso con il senno di poi, che la valanga di voti trasferitagli come per infusione dal compianto Chavez non ci sarebbe stata, o per lo meno non si sarebbe rivelata quella travolgente massa rosso sangue declamata dalla propaganda messa rumorosamente in campo dalla macchina elettorale ben collaudata del regime. Così è stato. Maduro non solo non ha accresciuto l’eredità paterna ricevuta ma l’ha erosa dopo appena un mese dalla scomparsa del genitore.
Come nelle elezioni politiche del 2004 contro Chavez, Henrique Capriles è balzato verso la fatidica soglia del 50%. Segno che i suoi argomenti, le sue idee politiche, le sue proposte di governo sono condivise con convinzione da una buona metà del paese. La metà meno uno, è vero anche per lui, che non lo abilita a governare. Non ancora. Ma sì ad essere ascoltato. Così come non è stata una buona decisione quella di riposare sulle spoglie di un morto, non sarebbe neppure una buona risposta se Maduro ripetesse quelle che dette Chavez nelle precedenti occasioni: a più “reazione”, più “rivoluzione”.
Più maturo sarebbe da parte di Maduro muoversi lungo la linea di una maggiore inclusione.

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