Quando Chávez fece irruzione nell’arena dell’asfittico bipolarismo venezuelano, nel lontano 1999, l’America Latina si avviava verso la fine del ciclo delle democrazie liberali. Il primo governo Chávez si inaugura con un continente che cambia rotta, e che di lì a poco sarà governato per due terzi da socialismi e nazionalismi di sinistra. Quattordici anni dopo la geografia politica è pressoché la stessa, con l’eccezione del Cile e dell’Honduras, tornati a destra, compensati dal Messico che torna al PRI. A riprova che i cicli sono frutto di movimenti sotterranei profondi di lunga durata. Evidentemente le popolazioni preferiscono essere introdotte nella globalizzazione da sistemi sociali protettivi e il ciclo socialista e nazionalista dell’America Latina, inaugurato da Chávez, non si è ancora esaurito. Quello che ha spinto Chávez fuori dalla scena non è stato il declino della sua politica, approvata da una consistente maggioranza di venezuelani appena qualche mese fa, ma una inesorabile malattia. I processi sono lenti ad esaurirsi, i cicli lunghi ed anche i cambiamenti dovuti all’assenza di Chávez non saranno traumatici. La sua uscita di scena è stata prevista, una agonia lunga l’ha preparata. Per di più Nicolás Maduro, il successore designato, ha diretto la retrovia della politica estera del Venezuela e i solchi tracciati da Chávez sono profondi. Il suo protagonismo sulla scena latinoamericana è stato rilevante come mai nella storia del Venezuela. Il deposto presidente del Paraguay Fernando Lugo ha detto con enfasi che “Chávez non è più del Venezuela, ma di tutta l’America Latina”. È così. Nel bene e nel male.
La politica latinoamericana di Chávez ha preso le mosse da una scelta strategica di sostanziale discontinuità con i suoi predecessori socialdemocratici e democratico cristiani tradizionalmente proiettati nell’area dei Caraibi. Da paese caraibico a paese latinoamericano, questo è stato il cammino che il Venezuela ha percorso a tappe forzate. Sin dagli esordi Chávez ha guardato all’America settentrionale e all’alleanza chiamata Mercato comune del Sud a cui ha chiesto di aderire sin dagli esordi del suo primo governo. Chávez non ha abbandonato le precedenti alleanze regionali, ha promosso, anzi, accordi energetici con 10 stati della regione, ha insistito nella politica di sostegno al Sistema de Integración Centroamericano (SICA), alla Comunidad Andina de Naciones(CAN), al Grupo de los Tres (Colombia, México e Venezuela) e all’Asociación de Estados del Caribe(ACS). Ma è verso il MERCOSUR che ha virato il timone della sua politica estera, all’alleanza che si è venuta formando tra Brasile Argentina, Uruguay e Paraguay formalizzata nel 1991. Le entrate fiscali del petrolio, il cui prezzo internazionale, nel 2004, inizia la sua inarrestabile scalata, diventa l’arma principale dell’attivismo diplomatico chavista nella sua marcia verso il sud.
I rapporti commerciali dell’Uruguay con il Venezuela si sono fortemente intensificati toccando nel decennio 2001-2011 un tasso di crescita medio del 35% annuale. Nel 2005 la banca del Venezuela si è installata a Montevideo, l’anno dopo Chávez in persona interviene per ricapitalizzare una cooperativa bancaria messa in ginocchio dalla crisi finanziaria del 2002 acquisendone il passivo; la potente compagnia petrolifera statale venezuelana (PDVSA) diventa uno dei principali soci della compagnia uruguayana (ANCAP), a cui vende un quinto del petrolio con meccanismi di pagamento di tutto favore. “Chávez ritorna a guardare al sud del continente – ragiona l’uruguayano Marcos Methol Sastre – Le Antille e i Caraibi di tradizione francese e inglese per Chávez rappresentavano una barriera recalcitrante e fragile per sostenere l’urto con gli Stati Uniti da cui vede venire la principale minaccia al suo socialismo del XXI secolo”. All’Argentina del matrimonio Kirchner non lesina appoggi e aiuti finanziari per pagare importanti tranche di debiti in scadenza con il Fondo monetario internazionale. Se il sud ha molto da perdere da un ridimensionamento dell’influenza chavista più a nord la situazione non cambia. L’economia cubana è beneficiata con centomila barili di petrolio al giorno forniti a prezzo politico in cambio di medici e maestri, quella del Nicaragua con la bellezza di due milioni di dollari negli ultimi cinque anni. La Bolivia di Evo Morales deve molto a Chávez, come l’Ecuador di Rafael Correa. Non ci saranno cambi sostanziali a breve termine, gradazioni differenti tutt’al più, ma le gradazioni nell’esercizio del potere possono essere importanti.
C’è da dire che la diplomazia petrolifera non è una invenzione di Chávez. Rafael Caldera la praticava negli anni ’70-‘80, come Carlos Andrés Perez dopo di lui, da soli o in associazione con il Messico; piani di cooperazione e assistenza petrolifera ai paesi dei Caraibi di lingua anglofona e francese si sono rinnovati per anni. Ma allora la petroldiplomazia era in funzione anti Cuba e aveva l’obiettivo di contenere l’influenza sovietica nella regione. Chávez, al contrario, mira al contenimento dell’influenza statunitense e a favore di una America Latina emancipata dal trattato per il libero commercio e concepita tendenzialmente unita. Un sogno, quello dell’unità latinoamericana ricalcata sul modello europeo, a cui Chávez ha aderito con convinzione, pur dando all’alleanza continentale un forte connotato politico-ideologico e militare. Una visione differente da quella del Brasile, osserva un geopolitico rispettato come il cileno Guillermo Holzmann “che unisce globalizzazione ed equità sociale”, una visione del MERCOSUR, commenta l’economista venezuelano Andrés Serbin “che nei governanti brasiliani risalta maggiormente l’aspetto produttivo, industriale e commerciale”. Mujica, attuale presidente pro tempore del MERCOSUR, ha ammesso di ammirare il socialismo alla Chávez, ma ha subito aggiunto che non è quella la strada che vorrebbe per il proprio paese e che preferirebbe un socialismo “costruttivo, meno gridato, più autogestionario”.
La scomparsa di Chávez avrà anche influsso sulla tornata elettorale che attende l’America Latina, dove quattro paesi andranno alle urne nel 2013, ultimo il Cile, in dicembre, con il prevedibile ritorno al governo della socialista Bachelet. Nel passato Chávez è pesantemente intervenuto nei processi elettorali di almeno tre di essi, l’Ecuador (ha votato a febbraio), Paraguay (aprile) e Honduras (novembre). Con la petroldiplomazia Chavez ha da subito inteso esportare anche il suo modello di socialismo bolivariano, una forte presenza dello stato nei settori chiave dell’economia, la subordinazione dell’area privata alle direttive pubbliche, l’attuazione di piani sociali a pioggia in beneficio dei settori marginali o/e filogovernativi, la sottomissione dell’attivià sindacale, il controllo dei mezzi di comunicazione. Al punto da definire gli stessi connotati dell’alternativa a se stesso. L’opposizione politica al suo regime, dopo un decennio di tentativi improduttivi, si è dovuta trasformare e scendere sul terreno di riforme sociali “competitive” a quelle di Chavez. Il caso Caprile, che ha ottenuto i risultati migliori fino a sfiorare la vittoria, è eloquente di questa trasformazione. La diplomazia del petrolio, o dei suoi derivati, si faranno sentire ancora. Si vedrà con quale gradazione.

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