PAPA FRANCISCO E L’INDIPENDENZA DELL’AMERICA LATINA. Patria, paese e nazione nella visione dell’allora cardinale Bergoglio

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Nel 2011, alla vigilia delle celebrazioni per i duecento anni dal ciclo delle indipendenze dei paesi latinoamericani dalla Spagna, l’allora arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio prologò l’edizione spagnola del libro del dott. Guzmán Carriquiry, attuale Segretario generale della Pontificia commissione per l’America Latina, pubblicato dalle edizioni Encuentro di Madrid con il titolo: El bicentenario de la independencia de los países latinoamericanos. Ayer y hoy. Riproponiamo quel testo, prossimamente edito anche dalla casa editrice Rubettino, in una nostra traduzione.

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BergoglioIn Una apuesta por América Latina, l’autore, Dott. Guzmán Carriquiry, si presentava come “uruguaiano del Rio de la Plata, del Mercosur, del Sudamerica e dell’America Latina” che, per quei disegni imprevedibili della Provvidenza, lavora da trent’anni nella Santa Sede nel centro della cattolicità”. Non c’è dubbio che la particolarità delle sue radici e della sua traiettoria siano la ragione, la consistenza e la proiezione di questo suo nuovo libro “El bicentenario de la independencia de los países latinoamericanos”.

L’opera del Dott. Guzmán Carriquiry evita sin da subito il rischio di esaurirsi in una cronaca di fatti isolati. Il sottotitolo “Ieri e oggi” inserisce l’argomento trattato all’interno della dinamica di un processo giacché l’indipendenza dei paesi latinoamericani non fu un fatto isolato, accaduto in un unico momento, bensì un cammino. Una strada che, pur con difficoltà e regressi occorre ancora continuare a percorrere, anche in mezzo a nuove fiammate di colonialismo. Questo stile dinamico dell’opera, oltre al racconto dei fatti, implica uno sforzo interpretativo di tutto questo processo. E’ in questo punto che osservo la sua maggior ricchezza. Con il suo metodo, Carriquiry entra nel problema dell’ermeneutica con cui occorre affrontare i processi storici e i singoli fatti. Su questo punto è veramente originale.

Nei suoi studi sulla critica letteraria, Damaso Alonso si soffermava sul rapporto tra “contenuto” e “contenitore” (in spagnolo “continente”, ndt) sottolineando la sua importanza: devono convivere armonicamente. Questo è un principio ermeneutico che, proiettato nell’ambito storico di questo libro, potremmo enunciare semplicemente così: i fatti storici non possono essere primariamente compresi e interpretati con ermeneutiche anacroniche. Vittorio Messori, per esempio, nel suo libro sulla “leggenda nera” americana si sforza per mantenere tale principio. I fatti devono essere valutati e compresi secondo l’ottica dell’epoca in cui sono accaduti. Se si procede così, allora si, nella tappa finale, è gnoseologicamente lecito affrontare l’insieme del processo con elementi del pensiero contemporaneo, ma sempre sulla base delle interpretazioni parziali fatte con l’ermeneutica dell’epoca.

Da questo sforzo critico, Carriquiry ne esce a testa alta giacché riesce a presentarci un armonico processo di fatti e interpretazioni. Risulta molto opportuna la citazione di Methol Ferré che fa a pagina 125, dove il geniale pensatore del Rio de la Plata accenna al decadimento storico delle ideologie sulle quali fu costruita la variegata serie di ermeneutiche sull’indipendenza dei paesi latinoamericani: dopo i limiti evidenti dei topici liberali, abbondarono interpretazioni ispirate agli ateismi messianici e alle loro utopie “salvazioniste” (che avevano avuto nel marxismo il loro fulgore ideologico e con il socialismo reale la realizzazione storica dei primi Stati confessionalmente atei della storia), e oggi s’ispirano in quella corrente di edonismo nichilista nella quale confluiscono le crisi dei credi ideologici. Nell’attualità l’ateismo edonista assieme ai suoi “complementi dell’anima” neognostici sono diventati cultura dominante, con proiezione e diffusione globali: costituiscono l’atmosfera del tempo in cui viviamo. Si tratta del nuovo “oppio del popolo”. Nel nostro tempo assistiamo a questo tipo di ermeneutiche ideologiche che, curiosamente, finiscono per coniugarsi dando luogo a un “pensiero unico” montato sul divorzio fra intelligentia e ratio. L’intelligenza è fondamentalmente storica. La ratio è strumentale all’intelligenza ma, quando si rende indipendente cerca sostegno nell’ideologia o nelle scienze sociali come pilastri autonomi. Il “pensiero unico”, oltre a essere socialmente e politicamente totalitario, ha strutture gnostiche: non è umano, ripropone le diverse forme di razionalismo assolutista con le quali si esprime l’edonismo nichilista descritto da Methol Ferré. Domina il “teismo nebulizzato”, un teismo diffuso, senza incarnazione storica; nel migliore dei casi, creatore dell’ecumenismo massonico. Così vediamo sorgere nella nostra epoca le ideologie più variegate, ridotte, in un’ultima analisi, a quel gnosticismo teista che, in termini ecclesiali, possiamo definire come “un Dio senza Chiesa, una Chiesa senza Cristo, un Cristo senza popolo”. Se usiamo questa ermeneutica produciamo una vera dis-incarnazione della storia. L’autore, in quest’opera, scansa tutte queste proposte e sviluppa un’interpretazione del processo libertario latinoamericano che potremmo chiamare “cattolica” giacché rispetta l’uomo incarnato nella storia dei popoli.

Al “concreto cattolico” s’ispira anche un altro aspetto importante della metodologia di quest’opera: il prezzo che i popoli dovettero pagare a causa di una politica indipendentista sradicata dalla realtà. Si può parlare di un concetto d’indipendenza di tipo nominalista al quale si sono ispirati tanti capitoli della nostra storia latinoamericana configurando una sorta di romanticismo libertario. L’autore è molto acuto nell’analizzare questo problema, e critico nella descrizione delle conseguenze che dovettero subire i nostri popoli. Le canzoni patriotiche sono molte volte un esempio di questo nominalismo della libertà, che finisce per essere un’idea sradicata dalla realtà concreta dei popoli.

In questo libro confluiscono passato, presente e futuro. Non si tratta di un  semplice catalogo di fatti del passato né di un’analisi sociologica del presente, neppure una descrizione di un’utopia a venire. Si tratta di un libro di storia, ma di Storia con la S maiuscola, nella quale il protagonista è il popolo, i popoli latinoamericani. Popoli che vivono un presente che esige loro un impegno sia con il passato che con il futuro: un passato ricevuto per farlo crescere e trasmetterlo a coloro che arriveranno dopo di noi. Usando un’immagine carica di tensione espressiva qualcuno ha espresso che il presente non è soltanto quello che abbiamo ricevuto dai nostri genitori: è anche quello che riceviamo in prestito dai nostri figli per poi riconsegnarglielo. Un presente che ci è stato donato e allo stesso tempo affidato, ma fondamentalmente un presente che non è nostro; farsene carico vuol dire “fare la patria” (1) , la qualcosa è molto diversa dal costruire un paese o configurare una nazione: il paese è lo spazio geografico, la nazione è costituita dall’impalcatura istituzionale. La patria, invece, è quello che abbiamo ricevuto dai nostri genitori e che dobbiamo consegnare ai nostri figli. Un paese può essere mutilato, una nazione può trasformarsi (ne abbiamo tanti esempi nelle postguerre del XX secolo) ma la patria, o mantiene la sua essenza costitutiva, o muore. Patria allude a patrimonio, a quello che si è ricevuto e che dobbiamo riconsegnare accresciuto ma non adulterato. Patria allude a paternità e filiazione…evoca quella scena tragica e piena di speranza di Enea con suo padre sulle spalle nella sera della distruzione di Troia: “et sublato patre montem petivi”. Si, patria suppone supportare ciò che abbiamo ricevuto, non per metterlo sottovuoto bensì per consegnarlo integro nella sua essenza ma accresciuto sulla strada della storia.

Patria implica necessariamente una tensione fra la memoria del passato, l’impegno con la realtà presente e l’utopia che lancia verso il futuro. E questa tensione è concreta, non subisce interventi strani, non si confonde, nei marasmi della realtà presente, con la memoria o la utopia generando fughe ideologiche essenzialmente infeconde.

La Chiesa, nel Documento finale della V Conferenza dell’episcopato latinoamericano, fa sua questa concezione storica dei popoli di questo continente, conscia del fatto che “lo concreto cattolico”, che risponde all’Incarnazione del Verbo, è costitutivo della nostra realtà latinoamericana. Carriquirry intende benissimo quest’impostazione e la plasma con rigore intellettuale  in quest’opera che non elude né le problematiche né i diversi fallimenti avvenuti durante questi duecento anni. E, proprio per il fatto di essere cattolico, non occulta neppure il peccato storico che così spesso si è riproposto nel seno del nostro popolo. Ha il coraggio di guardare più indietro, e oltre, verso la promessa di quel metticiato culturale profeticamente impresso nel volto indigeno di una Madre incinta, ascoltando il suo confortante messaggio di vita così promettente:  “Non sono forse io Tua Madre?”

(Traduzione dallo spagnolo di Mariana Janún)

 (1) “Hacer patria” è un’espressione che vuol dire: contribuire con le proprie azioni a far sì che il proprio paese sia più degno d’ammirazione o stima

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